* pubblicato su Il T il 10 settembre 2025
di Paolo Gasperi – Cybersecurity manager

Vivo da anni in Svizzera, dove la quotidianità racconta un rapporto diretto tra cittadini e istituzioni. Da quando ho acquisito la cittadinanza svizzera – esame superato anche grazie alla conoscenza della storia dei Reti e della Rezia, spiegatami da un amico – partecipo anche alle votazioni popolari. La cosiddetta «democrazia diretta» che non è un concetto astratto, ma un esercizio concreto e frequente. Si vota spesso: a livello federale, cantonale e comunale. Per esempio, a San Gallo circa un anno fa ci siamo espressi sulle aperture domenicali dei negozi. Ha vinto il «no» e oggi, quando la domenica mattina passeggio per la città e trovo le serrande abbassate, so che non è il frutto di un’imposizione burocratica o di qualche lobby, ma di una decisione collettiva. Il 28 settembre tutta la Svizzera sarà chiamata a votare su una questione apparentemente tecnica ma cruciale: l’introduzione dell’identità elettronica, la cosiddetta e-ID. Ogni cittadino svizzero avrebbe un accesso digitale riconoscibile per portali e servizi online. Non è la prima volta: nel 2021 un progetto simile era stato bocciato da un referendum popolare perché affidava la gestione a soggetti privati. Ora il Parlamento ha approvato una nuova legge a larghissima maggioranza (170 sì, 25 no e un’astensione al Consiglio nazionale; 43 sì e un solo no al Consiglio degli Stati). La differenza è che questa volta la gestione sarà interamente pubblica, affidata alla Confederazione. Sembrerebbe tutto a posto. Ma non in Svizzera, dove un gruppo di cittadini e associazioni ha raccolto le firme necessarie per un nuovo referendum. Qui sta l’interessante: nonostante l’ampio consenso politico, i sondaggi danno il fronte del «sì» all’approvazione intorno al 55%, una maggioranza tutt’altro che blindata. Tutti i partiti sostengono la legge, tranne i Giovani dell’Udc (Junge Svp) che si sono schierati per il «No», affiancando il Piraten Partei e associazioni per le libertà digitali. Un’alleanza inusuale, che unisce giovani conservatori di destra con attivisti digitali progressisti. Da notare che il Piraten Partei svizzero non va confuso con quello tedesco: in Germania i «pirati» sono ormai ridotti all’irrilevanza (0,03% alle ultime elezioni), mentre in Svizzera riescono ancora a promuovere referendum e iniziative. Il fronte del «No» offre chiavi di lettura diverse: da destra, l’idea di difendere Heimat e libertà individuali; da sinistra, la rivendicazione della libertà della Rete. Quello che sembra emergere è il concetto di una sorta di autonomia digitale cioè la capacità di una comunità di decidere anche il proprio destino nel mondo online.Se a Trento il motto «il volere del popolo è legge» è solo il titolo di una mostra sull’Autonomia che fu, in Svizzera è realtà quotidiana e si guarda al futuro. E questa volta i cittadini decideranno un tassello importante dello sviluppo digitale del Paese. Guardando l’Italia dalla Svizzera, il contrasto salta agli occhi. Qui ogni scelta passa dal voto dei cittadini, oltre confine lo Spid è diventato prima obbligatorio (gestito da privati) e poi anche a pagamento senza che nessuno protestasse. Ora si passa alla Carta d’Identità Elettronica, ma il dibattito pubblico resta inesistente. Per una terra di confine come la nostra, che vive di pluralità e di autonomia, questo silenzio pesa ancora di più. Sempre restando alla nostra Regione, in un recente editoriale Gianfranco Postal ha proposto di aprire un «cantiere Autonomia» per guardare al futuro. Ma un vero cantiere non può limitarsi agli aspetti istituzionali: deve includere anche temi come l’autonomia digitale e le forme di democrazia diretta. Per fare un esempio, oggi molte piattaforme riconoscono da quale Paese ci colleghiamo attraverso l’indirizzo IP e segmentano di conseguenza i contenuti: da un collegamento in Italia vediamo un catalogo diverso rispetto all’Austria o alla Germania. Internet, nato come spazio globale, sta così diventando sempre più «nazional-centrico»: in gergo tecnico qualcuno lo chiama splinternet, e non a torto. Non è la cultura che attraversa i confini, ma gli algoritmi e le logiche nazionalistiche che li impongono. E per una terra di confine come la nostra, questo significa il rischio di un’omologazione culturale che contraddice la ricchezza della pluralità. Mentre per quanto riguarda la riforma dello Statuto di Autonomia si procede non solo distante da temi che potrebbero abbozzare una sorta di autonomia digitale, ma anche come un fiume sotterraneo: lontana dallo sguardo e dalla partecipazione della popolazione che dovrebbe esserne protagonista. E senza partecipazione popolare non ci sarà mai vera Autonomia, né istituzionale né digitale. Su questi temi, e attuando forme di democrazia diretta come dimostrano i Junge Svp in Svizzera, nulla impedisce di indossare un cappello piumato e pensare al futuro assieme a progressisti attenti ai diritti digitali; trovando convergenze, se non «parallele», quanto meno interessanti in una terra di confine che ambisce a restare autonoma in questi tempi complicati. Ricordando che è autonoma solo una popolazione che decide i propri destini, perché diventare sudditi – magari al motto «fin che ghe n’è viva el re, e quando no ghe n’è pu se ciava anca lu» – è un triste destino. Ed a dirla tutta, ancora oggi dopo oltre cento anni, non mi sembra che sia quanto vuole la maggioranza dei trentini e dei sudtirolesi.
Paolo Gasperi – Cybersecurity Manager

Un discorso sull’autonomia digitale richiede la consapevolezza di come ci si sta organizzando a livello europeo, con riferimento a [cito solo alcuni esempi, tra loro collegati]
https://openforumeurope.org/
https://digital-strategy.ec.europa.eu/en/policies/ict-and-standardisation
https://openforumeurope.org/event/solving-the-standardisation-dilemma/
https://digitalresilienceforum.com/
La consapevolezza richiesta si può acquisire solo ricordando come fu gestita, a livello europeo e all’insaputa degli utenti “non business” di internet, la strategia europea per la standardizzazione di una sua “implementazione” conforme al modello di riferimento Open System Interconnection [OSI].
Oggi come allora [a cavallo tra gli anni 80 e 90] il concetto di “apertura/openness” è inteso riferirsi ai prodotti tecnologici e all’armonizzazione degli standard richiesti per la loro interoperabilità.
Si continua ad ignorare la necessità di “ambienti aperti” alla partecipazione degli utenti nella gestione dell’evoluzione architetturale di sistemi “funzionali” agli obiettivi di comunità di persone territorialmente distribuite, come il CERN, in grado di mantenere un dialogo paritetico tra “pensiero sistemico” e “pensiero computazionale”.
Spicca inoltre, negli esempi sopra citati, l’assenza “oggi come allora” di partecipazione italiana.
L’assenza di allora vanifica qualunque tentativo di attribuire un significato, utile a decidere come rimediare, al fallimento di uno studio ed indagine richiesto [Bon de Command] agli enti per gli standard ICT da due Direzioni Generali della Commissione Europea.
Lo studio fu affidato all’Expert Group [EG] di un defunto e dimenticato European Workshop for Open Systems [EWOS].
Compito di quell’EG doveva essere la definizione di un “quadro concettuale” o “framework” per gli standard “funzionali” che avrebbero permesso l’interoperabilità delle applicazioni e delle PERSONE in un Ambiente Aperto di Sistema [OSE – Open System Environment].
Allora non fu possibile far capire ai decisori politici e istituzionali degli Stati Membri quale fosse il significato di “framework” e di “OSE” e quali danni, per l’impatto sociale di un’evoluzione di internet inconsapevole di quel significato, si sarebbero dovuti subire.
Oggi quel significato “potrebbe” cogliere un’opportunità di essere reso comprensibile mettendo in evidenza due eventi del Festival Francescano in programma a Bologna, citati in
https://mastodon.uno/@casarayuela/115148382372357477
Ma si dovrebbe aprire un dialogo sul loro contenuto, non solo online.
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