
Un recente editoriale pubblicato nei giorni scorsi su Federalismi del professor Sandro Staiano, ordinario di Diritto costituzionale presso l’Università Federico II di Napoli, offre una chiave di lettura molto utile per comprendere le attuali dinamiche di potere nelle regioni italiane. L’analisi di Staiano descrive un fenomeno che definisce “torsione monocratica”: una trasformazione politico-istituzionale che ha progressivamente concentrato il potere nelle mani di un’unica figura, il Presidente di Regione eletto direttamente, con profonde conseguenze sulla rappresentanza democratica e sul sistema dei partiti.
Questo schema ci aiuta a decifrare le forme di potere che si sono affermate anche in Trentino, dove certi meccanismi, pur manifestandosi con modalità più discrete e vellutate rispetto a casi eclatanti come quelli di De Luca in Campania o Zaia in Veneto, sono ugualmente presenti e operanti.
La “torsione monocratica”: come tutto ha avuto inizio
Secondo il professor Staiano, il processo inizia negli anni ’90, in un clima di crisi del sistema dei partiti tradizionali travolti dalle inchieste giudiziarie. La spinta verso una maggiore efficienza e una più chiara attribuzione di responsabilità ha portato a riforme legislative orientate in senso maggioritario. Il primo passo è stata la legge del 1993 che ha introdotto l’elezione diretta del Sindaco, affermando per la prima volta l’ideologia della preminenza della decisione rapida sulla rappresentatività.
Questo modello, percepito come un successo, è stato poi esteso alle Regioni con la legge costituzionale n. 1 del 1999. Si è così consolidata una forma di governo inedita: che non è parlamentare, perché l’esecutivo non è un'”emanazione permanente” del legislativo e non è presidenziale, perché manca una vera separazione dei poteri, dato che il Presidente eletto porta con sé una maggioranza consiliare a lui collegata, spesso garantita da un premio di maggioranza.
Il risultato è un sistema in cui il Presidente è il vero fattore di coesione della maggioranza, che può dominare grazie alla minaccia dello scioglimento anticipato del Consiglio (la clausola simul stabunt simul cadent) e alla sua rete di relazioni politiche, economiche e territoriali.
Dal partito al leader: l’ascesa del “partito personale”
Questa riforma istituzionale ha avuto un impatto devastante sul sistema dei partiti, favorendo l’affermazione del “partito personale”. In questo modello, il partito non è più un’organizzazione collettiva, ma una “macchina servente” al servizio del suo leader.
Il leader:
- Domina l’organizzazione e gestisce la trasmissione del comando politico.
- È il centro di una rete autonoma per acquisire e distribuire risorse.
- Controlla le carriere politiche, decidendo chi eleggere nelle assemblee o promuovere al governo.
- Ha il monopolio della comunicazione mediatica e un rapporto diretto con l’elettorato, senza bisogno di intermediazioni.
Staiano identifica tre generazioni di partito personale in Italia:
- Il “partito-azienda”: nato dalla crisi dei primi anni ’90 e guidato da un leader-imprenditore.
- La leadership locale: formata in contesti già monocratici (come i comuni) e poi affermatasi a livello regionale.
- La leadership populista: caratterizzata dall’uso di una mentalità e di pratiche populiste.
Il presidente-leader e la lotta per la conservazione del potere
La “torsione monocratica” ha dato vita a un nuovo attore politico: il partito personale regionale, il cui leader indiscusso è il Presidente di Regione o, nel nostro caso, di Provincia autonoma. Queste formazioni politiche, radicate sul territorio, hanno un rapporto complesso ma necessario con i partiti nazionali. I leader nazionali, infatti, non possono fare a meno del consenso garantito dai leader regionali per essere competitivi su scala nazionale.
Questo spiega la tendenza dei Presidenti a cercare di prolungare la propria esperienza di governo il più possibile, come dimostrano le recenti battaglie sul terzo mandato in Campania, Veneto e Trentino. In questo contesto, strumenti come la “lista del presidente” diventano fondamentali per perpetuare l’influenza della stretta cerchia di potere del leader.
La vera causa del problema: non uomini forti, ma leggi sbagliate
Staiano invita a superare narrazioni semplicistiche che descrivono i Presidenti di Regione come “semi-dittatori”, “cacicchi” o “feudatari”. Queste categorie sono inadeguate. La realtà è che l’attuale assetto istituzionale “corrisponde esattamente, senza residui, all’edificio ordinamentale incentrato sulla torsione monocratica”. Il problema non risiede nella “potenza titanica dei singoli”, ma nella “qualità delle leggi e dal rendimento di esse”.
Il guasto più grave, secondo l’autore, è aver generato una politica orientata alla mera “occupazione delle sedi di governo come valore assoluto”, senza alcuna visione progettuale. Il potere non ha altra giustificazione al di fuori di se stesso, e questo porta a una “diffusa decadenza morale”. Si tratta di una rottura netta con il modello costituzionale, che vedeva le Regioni come strumenti di democratizzazione e di riduzione delle disuguaglianze.
Esistono rimedi?
La conclusione dell’analisi è pessimistica. Servirebbe una “nuova stagione riformatrice” per restituire al sistema democraticità e capacità di risposta ai bisogni dei cittadini. Esistono proposte di buon senso, come vietare ai Presidenti uscenti di candidarsi come consiglieri regionali, ma l’intervento necessario sarebbe molto più profondo.
All’orizzonte, però, Staiano non vede attori politici in grado di farsi carico di una simile riforma. Anzi, il rischio è che, di fronte a scandali o inefficienze, riemerga la proposta di abolire del tutto le Regioni, invece di riformarle. Cambiare le mentalità e ricostruire una cultura politica sono le sfide più difficili da affrontare.