Terzo mandato presidente PAT. Autonomia, democrazia e responsabilità di dire ciò che è scomodo

di Paolo Minotto – Segretario di Più Democrazia in Trentino

La sentenza della Corte costituzionale sul limite dei mandati del Presidente della Provincia di Trento ha confermato un dato che, per Più Democrazia in Trentino, era evidente fin dall’inizio: la rimozione del vincolo dei due mandati non poneva un problema tecnico o contingente, ma una questione strutturale di qualità democratica. Ed è proprio su questo terreno che la nostra associazione ha ritenuto doveroso intervenire, portando all’attenzione della Corte elementi informativi specifici della realtà politica e istituzionale trentina.

La memoria amicus curiae presentata da Più Democrazia non si limitava a richiamare principi astratti. Essa ricostruiva il contesto concreto in cui opera il sistema di governo provinciale: una forma di governo segnata da una forte concentrazione di poteri nell’esecutivo, da un progressivo indebolimento del Consiglio e da dinamiche personalistiche accentuate dall’elezione diretta del Presidente. Non a caso, molti dei temi evidenziati nella memoria sono stati ripresi dalla Corte stessa, in particolare i rischi di derive plebiscitarie e le condizioni estremamente restrittive entro cui potrebbe eventualmente collocarsi una deroga al limite dei mandati.

Colpisce, a posteriori, che tali criticità siano state riconosciute solo a valle della decisione della Consulta, mentre nel dibattito pubblico locale sono rimaste a lungo ai margini. Non perché fossero incomprensibili, ma perché scomode. Le competenze per coglierle esistevano eccome, negli ambienti accademici, professionali e istituzionali. È mancata, più semplicemente, la disponibilità a mettere in discussione una scelta che rafforzava il potere di chi governa.

Anche le reazioni successive alla sentenza confermano questo appiattimento: più che interrogarsi sul merito dei principi affermati, si è preferito leggere la decisione come un’ingerenza esterna. In realtà, la Corte ha fatto ciò che le compete: difendere i diritti politici e i contrappesi democratici anche nei contesti autonomi.

La necessità di accattivarsi la simpatia di chi comanda – o quantomeno di non renderglisi invisi – ha inciso profondamente sul silenzio che ha accompagnato questa vicenda. C’è stato perfino chi ha sostenuto che un’eventuale censura della Corte costituzionale avrebbe rappresentato uno sconfinamento di competenze, come se la tutela dei diritti politici fondamentali potesse essere subordinata alle convenienze del potere costituito. In questo clima, la critica è stata confinata ad ambiti secondari o, più spesso, non è stata espressa affatto.

Oggi, con la pubblicazione della sentenza, colpisce che il dibattito pubblico continui a eludere il nodo centrale illustrato nella memoria citata dalla Corte: la qualità della democrazia trentina e i fattori di rischio che la attraversano. Invece di interrogarsi su un sistema istituzionale che ha mostrato evidenti segni di squilibrio, il confronto si è rapidamente spostato su chi potrà o dovrà occupare il ruolo di nuovo accentratore di potere. Come se il problema fosse il nome e non la struttura. Come se la concentrazione personalistica del potere fosse una soluzione e non una delle principali fragilità con cui le istituzioni territoriali devono misurarsi nella complessità della post-modernità.

Più Democrazia in Trentino continuerà a fare ciò che ha fatto in questa occasione: lavorare fuori dai riflettori, portare argomenti scomodi ma fondati, difendere l’autonomia rafforzandone le garanzie democratiche. Perché l’autogoverno ha senso solo se è accompagnato da equilibrio, pluralismo e responsabilità. E perché la democrazia, anche quando è locale e speciale, non può mai essere data per scontata.

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