Riflessioni e quesiti aperti ai soci di Più Democrazia – di Paolo Offer

Credo che la democrazia sia, come molte altre cose umane, un qualcosa sempre incompleto e sempre migliorabile, un’evoluzione o involuzione che si muove spinta da moltissimi fattori: primo fra tutti la cultura democratica che la popolazione è in grado di alimentare o di sopire; la responsabilità di chi rappresenta le istituzioni che questa cultura difende e nutre oppure cerca di narcotizzare. Una cosa che invece mi risulta simile ad un interruttore netto di democrazia, molto efficace, è la guerra.
Lo stato di guerra credo sia inversamente proporzionale allo stato di democrazia.
E quindi, a mio parere, un’associazione che vuole promuovere la democrazia non può esimersi dall’essere, intrinsecamente, un’associazione pacifista. Per questo ritengo che si debba portare dentro l’associazione il dibattito sulla crescente spesa militare; sulla crescente militarizzazione della società, della scuola e del linguaggio politico; sulla conversione militarista dell’informazione, ecc.
Ovviamente, chi ha interesse a promuovere una cultura bellicista che prepari le popolazioni alla guerra, ha un enorme potere mediatico nel narrare l’ineluttabilità di ricorrere alle armi per causa di forza maggiore, dovuta alla presenza di un nemico aggressivo da cui ci si deve difendere. C’è sempre un nuovo Hitler che mostra i denti: Saddam, Milosevic, Gheddafi, Maduro, Putin… poi forse sarà il turno di Xi Jinping. Chi lo sa!?
Credo che la fase storica e ambientale del nostro pianeta e della biosfera che abitiamo ci obblighi a considerare l’urgenza inedita di togliere la guerra dalla Storia prima che la guerra produca la fine della Storia. La risoluzione dei conflitti con l’uso della forza non può più essere annoverata, se mai lo fosse stata, fra gli strumenti utilizzabili dalla ragione. Il politico che muove questa leva è un politico fallito e questo è un elemento di realismo che i popoli democratici dovrebbero ben metabolizzare. Come quando da ragazzi si smette di affrontare i conflitti venendo alle mani perché si matura e perché si è stabilito che questa è una modalità esecrabile e pure perseguibile penalmente in quanto illegale.
Le conseguenze di una guerra, oggi, sono enormemente più gravi di qualsiasi possibile disastro che con la guerra si pensi di scongiurare1. Non credo saggio, vista la tecnica di morte di cui oggi siamo in possesso, farci guidare troppo dal testosterone. Questa sarebbe una bella maniera anche di combattere il patriarcato.
Personalmente, sulla questione Ucraina, sono spinto a pensare — da un debordante catalogo di variegate fonti che vanno da Jeffrey Sachs, Kissinger, Raniero La Valle, Sergio Romano, Elena Basile ecc. — che la guerra che, ammettiamolo pure colpevolmente, Putin ha scatenato contro l’Ucraina, sia stata voluta e fortemente stimolata dalla politica provocatoria della NATO. A corroborare questa convinzione aggiungo anche un virgolettato di Stoltenberg, allora segretario generale della NATO, in audizione presso la commissione Affari Esteri del Parlamento Europeo: «Il Presidente Putin ha dichiarato nell’autunno del 2021, e in realtà ha inviato una bozza di trattato che voleva che la Nato firmasse, di non promettere più alcun allargamento della Nato… Naturalmente, non l’abbiamo firmato. […] Voleva che firmassimo quella promessa, di non allargare mai la Nato. […] Abbiamo rifiutato. Così è entrato in guerra per impedire che la Nato, ancora più Nato, si avvicinasse ai suoi confini. Ha ottenuto l’esatto contrario»2.
Credo che il paradosso più difficile da nascondere sia però il doppiopesismo che oggi il mainstream usa per narrare i due conflitti maggiori: l’aggressione russa in Ucraina e l’aggressione israeliana al popolo palestinese. Infatti, da una parte si arma l’aggredito mentre dall’altra si arma l’aggressore. In entrambi i casi si fa partire la Storia da date di comodo che sono il febbraio 2022 per l’Ucraina e il 7 ottobre 2023 per la Palestina e Israele. I fatti precedenti a queste date sono un po’ troppo noiosi, a quanto sembra, per essere considerati. L’unico vantaggio chiaro e immediato sembrano essere i rendimenti finanziari degli asset legati al comparto dell’industria militare.
Qui credo che dovremmo ricordare, come ingrediente fra i principali della complessa ricetta e come punto non secondario per comprendere le fasi di un processo degenerativo, l’uscita di scena del Presidente americano, repubblicano ed ex Generale Dwight D. Eisenhower che, a fine mandato, nel gennaio del 1961 disse: «…Nei consigli di governo, dobbiamo guardarci dall’acquisizione di un’influenza ingiustificata, cercata o meno, dal complesso militare-industriale. Il potenziale per il disastroso aumento del potere fuori luogo esiste e persisterà. Non dobbiamo mai lasciare che il peso di questa combinazione metta in pericolo le nostre libertà o i processi democratici. Non dovremmo dare nulla per scontato…»3
Mi chiedo spesso quanto questo avvertimento fondamentale per la tenuta democratica, non solo americana, sia stato preso con la necessaria e scrupolosa considerazione durante i decenni.
Considerando la ricostruzione che un “pericoloso putiniano” come Raniero La Valle fa sulla volontà del sopracitato “complesso” di mantenere attiva la NATO anche dopo la Guerra Fredda — un investimento di lobbying che produsse enormi ritorni di fatturato bellico; considerando che oggi in Italia abbiamo Crosetto che, da mercante di masserizie belliche, occupa sereno il dicastero della Difesa (che sarebbe forse più corretto chiamare Ministero della Guerra); oppure osservando un Cancelliere tedesco che, uscendo dalle “porte girevoli” della politica neoliberista dagli uffici del colosso finanziario BlackRock, si insedia nel ruolo di Primo Ministro — in quello Stato che ha l’ambizione di divenire, per la terza volta in un secolo e mezzo, il più potente esercito d’Europa…
Da queste considerazioni non possono che nascere forti preoccupazioni per la pace e la democrazia; preoccupazioni che solo un vasto e imprudente dibattito pubblico, accompagnato da testarde rivendicazioni di ristrutturazione e cambiamento (come dire Perestroika e Glasnost), credo potrebbero lenire.
Preoccupazioni che molte persone oggi sentono e che una realtà come la nostra dovrebbe considerare con estrema attenzione e impegno. Perché anche le colossali spese che interessano le grandi opere sul nostro territorio, tanto devastanti quanto di dubbia utilità, rientrano in un disegno più ampio di necessità di efficientamento logistico-militare4. Queste opere, per dire, nella sola città di Trento superano come costi un anno di budget sanitario pubblico di tutta la Provincia.
Se vogliamo più democrazia non possiamo non rivendicare con altrettanto impegno anche più pace. Pace e democrazia sono assolutamente sorelle e, fra loro, complementari: o le abbiamo entrambe o non ne abbiamo nessuna. Questa credo dovrebbe essere una nostra prioritaria urgenza, perché tutto il prezioso impegno di difesa della partecipazione non sia neutralizzato brutalmente dalle urgenze sempre più ingombranti dei cannoni e dei generali.
Per queste ragioni, credo sia giunto il momento di chiederci, come soci e come comunità: in che modo l’associazione Più Democrazia in Trentino può e deve farsi portatrice di un’istanza di pace? Quali azioni concrete o quali spazi di approfondimento dovremmo aprire affinché la nostra difesa della partecipazione non resti slegata dal contesto bellico che stiamo vivendo? Vi invito a condividere riflessioni e proposte per definire insieme una posizione che sia all’altezza delle sfide attuali.
Novaledo, 2 gennaio 2026.
Paolo Offer
Note al testo:
- 1 “Guerra o salute” di Pirous Fateh-Moghadam
- 2 “È stata la Nato”: lo dice la Nato da Il Fatto su Officina dei Saperi
- 3 “Discorso di addio di Dwight Eisenhower” (1961) su Alpha History
- 4 “I ministri dei Trasporti Ue discutono su sicurezza e infrastrutture europee” su TIR – La rivista ufficiale dell’autotrasporto
Aggiornamento – Lettera di Paolo Offera a Il T del 7 gennaio 2026

Argomento interessantissimo, anche alla luce della recente aggressione statunitense al Venezuela, da cui dovremmo porci dei seri quesiti sull’effettiva valenza delle democrazie dell’Occidente.
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Caro Paolo,
poni questioni che vanno ben oltre gli obiettivi perseguibili dalla nostra piccola realtà, ma ritengo siano temi ineludibili. Devono essere centrali nel dibattito associativo affinché, partendo dal basso e in sinergia con altri soggetti collettivi, si possa far sentire una voce capace di arginare la deriva bellicista che caratterizza oggi le potenze globali.
Come premessa doverosa, è necessario sottolineare che l’Associazione annovera tra le finalità del proprio Statuto la promozione della cultura della legalità, della pace tra i popoli, della nonviolenza e della difesa non armata. Lo Statuto prevede, inoltre, il sostegno a iniziative nel campo dei diritti umani, della cooperazione, dello sviluppo internazionale, del disarmo e del servizio civile. Tali obiettivi ci rendono un naturale componente del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani, realtà a cui abbiamo chiesto di aderire già nel 2024 e nuovamente nel 2025 proprio per partecipare ad attività strutturate e di ampio respiro.
Proprio a dicembre abbiamo inoltrato la documentazione integrativa con una relazione di sintesi della nostra attività 2025, nella quale abbiamo evidenziato come la democrazia sia il fondamento stesso della pace sociale. In particolare, abbiamo sottolineato come attraverso il bando “Vince la Democrazia”, promuoviamo la partecipazione e la trasparenza istituzionale come strumenti per prevenire le disuguaglianze ed i conflitti e favorire la coesione. Abbiamo divulgato rapporti di organizzazioni come Svizzera, OSCE e IDEA, evidenziando che istituzioni solide, monitoraggio elettorale e regolamentazioni eque sono pilastri essenziali per la prevenzione dei conflitti e la stabilità globale. Infine abbiamo evidenziato che il nostro lavoro sull’antifascismo, come nel caso di Clara Marchetto, è volto a preservare i valori di libertà contro ogni totalitarismo, premessa indispensabile per la pace.
Per entrare nel merito di ciò che potremmo effettivamente fare, credo sia fondamentale riferirsi alla Legge Provinciale n. 11/1991. Questa norma, scritta in un’epoca in cui la politica non era asservita all’apparato militare come in questi giorni, riconosce la pace come diritto fondamentale dell’uomo e dei popoli, favorendo l’iniziativa dei cittadini sulla base del principio di sussidiarietà.
Tale legge contiene un potenziale inespresso per cui varrebbe la pena spendersi, attuandone le finalità di concerto con le associazioni del Forum e non solo. Come punto di partenza, bisognerebbe garantire quell’informazione che finora è stata manipolata (qui un mio approfondimento fatto a nel gennaio del 2024 sui bombardamenti a tappeto in Palestina quando ai tempi i giornali facevano ancora finta di nulla), al fine di ripristinare un livello minimo di verità su cui basare il dibattito politico.
Si tratta di considerazioni più di metodo che di merito, ma credo che la nostra associazione debba partire proprio dal metodo: troppo spesso le regole del confronto vengono disattese per la convenienza di chi comanda, senza più suscitare lo sdegno necessario.
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Grazie Alex. Si, è vero: sono temi che vanno molto più in là di quello che una realtà piccola e locale può muovere.E vero è anche, come esattamente scrivi, che, per il nostro ruolo ,siamo forse più incisivi se ci dedichiamo più al metodo che al merito. Quindi, assieme alla cultura democratica promuoviamo anche, e per statuto, una inscindibile cultura di pace. Condivido pure l’idea di riprendere dalla legge provinciale che citi e buona anche la collaborare con il Forum per la pace e le associazioni che ne fanno parte. Credo però che, una questione di merito, da porre in discussione con grande attenzione, assieme alle realtà sopra citate, ci potrebbe stare e non possa essere elusa. Mi riferisco alle collaborazioni della nostra Università, della Provincia ed FBK con Israele e sue università. Collaborazioni di ricerca e sviluppo di tecnologie che servono spesso anche il comparto bellico usato da Israele nelle pratiche di genocidio. Questo potrebbe essere una discussione proficua per affrontare, con metodo e nel merito, la tematica della pace qui e ora. Credo che queste collaborazioni debbano assolutamente essere messe sotto la lente della società trentina e debbano essere conosciute nei dettagli dal maggior numero di persone possibile. Per una questione di trasparenza prima che di pace e di democrazia. Proporrei che la nostra associazione dia, come può, risonanza a questo tema che già altre piccole realtà associative evidenziano spesso con una certa fatica nel farsi sentire. Per unire in modo efficace, credo, l’esercizio del metodo con quello del merito nella nostra realtà locale. Grazie per l’ attenzione data al mio intervento. Buona Befana a Tutte/i.
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Il Forum trentino per la pace è sotto attacco. Con suo il comunicato sull’aggressione statunitense al Venezuela si è attirato gli strali della maggioranza di centrodestra.
Doveva succedere. Sarebbe preoccupante il contrario. Il livello culturale e lo spirito che anima questa parte politica non è molto diversa dallo spirito che muove Donald Trump: “il diritto internazionale coincide con i nostri interessi”. Infatti l’America colabora e si allea con democrazie, dittature, oligarchie, democrature e, lei stessa, regolarmente viola i diritti umani da Abu Ghraib, Guantanamo ecc.
Ho sempre trovato molto morbide e molto diplomatiche le posizioni del Forum, soprattutto quando si parla delle collaborazioni dell’ Università trentina con Israele anche nel settore militare.
Credo che questo attacco porti vitalità e ossigeno ad un dibattito urgentissimo che non può essere rinviato. Credo che l’ aggressione del Venezuela, con queste modalità e con questi pretesti sia un atto gravissimo nella sventurata Storia del Diritto Internazionale. Credo sia urgente essere chiari: condannare l’ agressione americana non implica coprire eventuali crimini commessi dal governo in carica in Venezuela. Punto.
Il silenzio del Forum o, peggio, un discorso ambiguo, quello si, sarebbe stato un decretarne la sua totale inutilità. Se il centro destra trentino ha dei leader che non conoscono nemmeno le basi di questo Diritto o le bypassano per i loro motivi, questo non può essere un problema del Forum. Ma, come detto, era inevitabile e scontato che prima o poi queste discrasie sarebbero arrivate al pettine. Proviamo a spiegarci con pazienza e logica che forse anche Cia può cambiare posizione. Lo ha già fatto una volta passando da Consigliere a funzionario…
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Sono ‘molto d’accordo sulla sostanza dell’intervento di Paolo Offer “L’interruttore della democrazia”: un’associazione che vuole promuovere la democrazia non può esimersi dall’essere, intrinsecamente, un’associazione pacifista. Ho qualche dubbio però sul fatto che la guerra “interrompa” la democrazia.
Non credo che pace e democrazia siano tali per cui “o le abbiamo entrambe o non ne abbiamo nessuna”. Non mi sembra che la pace debba essere il presupposto necessario per la democrazia, caso mai è vero il contrario: la democrazia è il necessario presupposto per la costruzione della pace.
E’ favorendo la democrazia (e attraverso la democrazia) che possiamo ripudiare la guerra, e impegnarci per la pace anche quando non c’è pace. Prendiamo ad esempio il caso dei villaggi palestinesi in Cisgiordania: da quanto mi risulta esercitano la democrazia a livello di governance locale, anche praticando la resistenza nonviolenta all’occupazione israeliana, eppure certo non sono in pace…
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Questa riflessione mi p(i)ace e credo anche che mi possa trovare d’accordo. Puoi avere democrazia anche in una trincea. Anche se ritengo che il top della democrazia sia quella dove la pace possa essere messa ai voti e se il risultato del voto è pace, pace dovrebbe essere. Se oggi mettessimo al voto le politiche di riarmo e l’ economia di guerra credo che fra governati e governanti verrebbe chiara la cifra e messo in luce l’ immenso abisso che ci separa ( e quanto sia diluito il tasso di democrazia). Credo che solo una “democrazia radicale” ci possa salvare. Come dire: Democrazia radicale o barbarie. Questa della democrazia radicale è anche suggerita da Pierluigi Fagan nel suo libro: “Benvenuti nell’ era complessa” Grazie per l’ intervento Nicola. Credo che il primo ingrediente di una democrazia radicale sia dato da gente che pensa, studia, parla… e, ovviamente, discute animatamente…quindi siamo sulla strada giusta. 🙏🌈
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