
Lo scorso 28 gennaio, nella prestigiosa cornice dell‘Ambasciata Svizzera a Roma, in qualità di presidente di Più Democrazia in Trentino, ho partecipato a una tavola rotonda di riflessione sul futuro delle nostre istituzioni organizzata da Nenad Stojanović. Un ringraziamento sentito va all’Ambasciatore Roberto Balzaretti e alla Vice Capomissione Anna Mattei Russo per la squisita ospitalità e per aver reso possibile questo dialogo transnazionale.
La diagnosi della crisi
L’apertura dei lavori, affidata a Nenad Stojanović (Professore di scienze politiche, Università di Ginevra e Centro studi sulla democrazia di Aarau – Polo di ricerca sulle innovazioni democratiche PIDEM), ha tracciato un quadro lucido e preoccupante: la democrazia è in arretramento a livello globale. Gli indicatori sono inequivocabili: calo costante della partecipazione elettorale, crisi dei partiti tradizionali e ascesa di populismi spesso apertamente “poco democratici”. A queste fragilità strutturali si aggiunge una nuova minaccia tecnologica: l’Intelligenza Artificiale consente oggi di fabbricare consenso artificiale attraverso “sciami di agenti malevoli”, capaci di infiltrarsi nelle comunità digitali e manipolare le convinzioni dei cittadini su larga scala.
Di fronte a questo scenario, Stojanović ha delineato due possibili strade. Da un lato l’opzione tecnocratica – “meno democrazia”, affidando sempre più potere a esperti non eletti. Dall’altro l’opzione partecipativa – “più democrazia” –, fondata su innovazioni democratiche capaci di rafforzare il ruolo diretto dei cittadini.
Tra queste, il modello Oregon della Citizen Initiative Review, che coinvolge gruppi di cittadini estratti a sorte nell’analisi approfondita delle proposte referendarie, producendo informazioni sintetiche e argomentate per l’elettorato. Accanto a questo, l’uso del sorteggio tramite campionamento rappresentativo per riunire cittadini provenienti da diverse classi sociali a discutere problemi specifici, superando le distorsioni della partecipazione volontaria e creando spazi deliberativi più inclusivi e informati (vedasi progetto Demoscan). Strumenti che non sostituiscono la democrazia rappresentativa, ma possono integrarla, restituendo qualità al dibattito pubblico e fiducia nei processi decisionali (slide della presentazione di Stojanović).
Difendere il Costituzionalismo
Nel mio intervento ho voluto sottolineare, citando Nadia Urbinati, come la democrazia sia per sua natura il “governo della crisi”: un’eterna incompiuta che richiede un impegno costante. Ho ricordato che le minacce ai principi costituzionali esistono fin dai primi anni della Repubblica, come ammoniva Piero Calamandrei. Allora riguardavano la mancata realizzazione dell’ordinamento della giustizia sociale e l’incompletezza degli organi costituzionali, dato che la Corte costituzionale non era ancora stata composta.
Oggi la minaccia assume forme diverse ma altrettanto insidiose: da un lato la disinformazione veicolata dai media tradizionali, che influenzano l’agenda pubblica attraverso un framing spesso distorsivo della realtà; dall’altro la manipolazione dell’informazione operata dai colossi digitali, che non mettono i cittadini, nelle condizioni di dibattere su un piano di parità. Una situazione ben diversa da quella di un tempo, quando il pluralismo mediatico e la partecipazione politica in presenza – nelle sezioni di partito e negli spazi civici – consentivano un confronto più diretto e meno mediato.
Ho inoltre ribadito che la sfida non è solo procedurale, ma culturale. Se la politica si riduce a una “democrazia dell’audience”, il rischio è l’indifferenza. Il vero antidoto resta la partecipazione attiva: una democrazia senza cittadini che agiscono e si assumono responsabilità perde la propria sostanza. Purtroppo, il cattivo esempio arriva spesso dall’alto: quando il ceto politico è prigioniero di routine autoreferenziali che scoraggiano il coinvolgimento, è difficile che i cittadini possano ritrovare fiducia nelle istituzioni.
Elisa Volpi: l’informazione e il “framing”
La politologa Elisa Volpi (Franklin University di Lugano) ha approfondito il legame tra crisi democratica ed ecosistema informativo, mettendo in luce come alla crisi della rappresentanza si affianchi oggi una crescente disuguaglianza informativa. Non tutti hanno accesso agli stessi strumenti, alle stesse fonti, né agli stessi spazi di visibilità: da qui nasce una vera e propria disuguaglianza di voce. Alcuni gruppi riescono a far emergere le proprie istanze nello spazio pubblico, mentre altri restano sistematicamente marginalizzati. E ciò che non esiste nello spazio pubblico difficilmente esiste anche nella percezione dei cittadini.
In uno spazio comunicativo saturo, dominato dall’economia dell’attenzione, il sapere esperto fatica a emergere rispetto a contenuti polarizzanti o meramente “cliccabili”. Volpi ha spiegato il ruolo centrale del framing: i temi vengono raccontati attraverso cornici ricorrenti, che non sono mai neutrali e orientano ciò che percepiamo come normale, accettabile o scandaloso. Se certi problemi non trovano spazio nei frame dominanti, semplicemente non diventano politicamente rilevanti.
Questo meccanismo contribuisce ad alimentare la sfiducia verso una democrazia sempre più percepita come non rappresentativa: non tutti hanno lo stesso peso nella competizione per l’attenzione pubblica, e questa asimmetria informativa finisce per tradursi in un’asimmetria di potere.
La democrazia come tecnologia: la proposta di Mario Staderini
Dal pubblico, un contributo fondamentale è arrivato da Mario Staderini, che ha inquadrato la democrazia non come un dato naturale, ma come una tecnologia che deve essere costantemente aggiornata per funzionare nel presente. Staderini si è soffermato sull’introduzione della firma digitale come strumento evolutivo essenziale.
Questa innovazione rappresenta una via concreta per superare il monopolio delle grandi organizzazioni partitiche e sindacali, che storicamente hanno controllato la fase di attivazione di referendum e iniziative popolari. Aggiornare questa “tecnologia” significa restituire direttamente ai cittadini la possibilità di avviare i processi democratici, rendendo il sistema più aderente a una società pluralistica e frammentata.
In questo senso, Staderini ha richiamato l’idea di un populismo virtuoso: non una semplificazione demagogica del conflitto politico, ma una spinta dal basso che riattiva la partecipazione, amplia l’accesso agli strumenti decisionali e rafforza il protagonismo civico. Un populismo inteso come riappropriazione consapevole della sovranità da parte dei cittadini, da coltivare attraverso regole chiare, strumenti accessibili e processi trasparenti.
Corpi intermedi e credibilità: la voce fuori dal coro di Toni Ricciardi
In chiusura dell’incontro, un importante stimolo alla riflessione è arrivato dal deputato Toni Ricciardi. Con una posizione controcorrente rispetto all’entusiasmo per le nuove forme di partecipazione diretta, Ricciardi ha sollevato un’eccezione fondamentale: la tecnologia e le innovazioni partecipative, da sole, non bastano se non si affronta alla radice il problema dei corpi intermedi.
Secondo Ricciardi, la vera garanzia per uno sviluppo democratico solido e autentico non risiede nel rafforzamento e nello sviluppo degli strumenti di consultazione dei cittadini, ma nella necessità impellente di riattivare e ridare credibilità a partiti, sindacati e organizzazioni sociali. Solo il recupero di questi soggetti, capaci di mediare e strutturare il conflitto sociale, può assicurare una democrazia che non sia solo istantanea o frammentata, ma capace di visione e tenuta nel tempo. Senza corpi intermedi forti e autorevoli, ogni altra innovazione rischia di poggiare su basi fragili.
Slide della presentazione di Nenad Stojanović:
Rassegna stampa: “Quo vadis democrazia?” di Sara Alvieri su 2duerighe
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