
A fronte di una vicenda giudiziaria di eccezionale gravità come quella emersa dal secondo filone del processo Perfido – che ha svelato l’esistenza di una rete criminale di stampo mafioso radicata nel settore del porfido e responsabile di gravi forme di sfruttamento lavorativo – un gruppo di cittadini di Albiano ha chiesto al proprio Comune di costituirsi parte civile per tutelare l’immagine dell’ente e la dignità della comunità locale.
La richiesta è stata presentata formalmente ai sensi dello Statuto comunale (articolo 7, comma 2, lettera c), come proposta popolare sottoscritta da oltre trenta cittadini, con atto redatto nella forma di deliberazione e accompagnato da una relazione illustrativa. La proposta rientrava pienamente nei parametri richiesti dallo Statuto e, secondo quanto previsto, avrebbe dovuto essere sottoposta al Consiglio comunale, che avrebbe dovuto adottarla o quantomeno fornire una motivazione formale in caso di rigetto.
Nulla di tutto questo è accaduto. Nessuna discussione, nessun atto pubblico, nessuna risposta. L’intero iter si è concluso con un silenzio amministrativo che calpesta non solo le norme statutarie, ma soprattutto i principi di partecipazione e trasparenza propri di una comunità democratica.
La vicenda ha portato uno dei firmatari, Enzo Sevegnani, a presentare una segnalazione al Difensore civico della Provincia autonoma di Trento, avv. Giacomo Bernardi, affinché venga verificato il mancato rispetto dello Statuto e tutelato il diritto dei cittadini a partecipare direttamente agli affari della propria comunità.
È inquietante osservare che un Comune potenzialmente danneggiato da reati di stampo mafioso – come già riconosciuto nel primo troncone del processo con sentenze definitive e risarcimenti per danni d’immagine concessi alla Provincia autonoma di Trento per oltre 300.000 euro – non solo rinunci a costituirsi parte civile, ma si sottragga al confronto democratico su una richiesta legittima della propria cittadinanza.
Una democrazia che respinge la partecipazione
Ci si interroga spesso sul crescente distacco tra eletti ed elettori, ma questo distacco non può che allargarsi se i rappresentanti istituzionali ignorano gli strumenti di democrazia partecipativa previsti dagli statuti locali. Quando le norme fondamentali che regolano la partecipazione vengono disattese, il messaggio che passa è devastante: la cittadinanza è tollerata, non coinvolta; i diritti esistono solo sulla carta; la democrazia è una liturgia vuota.
La situazione è resa ancora più preoccupante da un dato elettorale che non può essere ignorato: alle recenti elezioni comunali di Albiano ha votato solo il 40% degli aventi diritto, una cifra che sale di poco (attorno al 50%) se si escludono gli iscritti all’AIRE. È un segnale chiaro di disaffezione e sfiducia, che dovrebbe far riflettere profondamente gli amministratori locali.
Quale democrazia locale vogliamo?
Se vogliamo davvero affrontare il problema della distanza tra cittadini e istituzioni, dobbiamo iniziare da qui: rendere vincolanti e certi gli strumenti statutari di partecipazione, pretendere che le regole siano rispettate sempre, anche quando sono scomode per chi detiene il potere.
Perché una democrazia locale che ignora le proprie regole è una democrazia dimezzata. E una democrazia dimezzata è un regalo a chi preferisce comandare senza dover rendere conto a nessuno.
* * * Segue la lettera conclusionale del Difensore civico mentre qui potete trovare un commento pubblicato su AntimafiaDuemila
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