* pubblicato su Il Nodo Critico l’11 giugno 2025
Il voto diventa una curva per ultras e il dibattito è assente

Il referendum, nato quale baluardo di democrazia diretta e partecipazione civica, sembra aver perso la sua dignità. Lo scontro tra fazioni politiche lo hanno reso più simile a una partita di calcio che a un serio dibattito politico. L’istituto, nato per dare voce ai cittadini su questioni cruciali, è ostaggio di logiche partitiche che ne distorcono il significato e ne annullano l’efficacia.
Il problema è divenuto sistemico, ha radici profonde e coinvolge trasversalmente tutte le forze politiche.
La campagna referendaria dovrebbe essere un momento di approfondimento e confronto sui contenuti dei quesiti. Invece, assistiamo a una spettacolarizzazione che predilige lo scontro verbale e la propaganda emotiva al ragionamento. I partiti, anziché illustrare le implicazioni delle loro posizioni e i potenziali impatti delle proposte, si affidano a slogan accattivanti e, spesso, denigratori. I social media, in particolare, sono diventati il megafono di questa deriva: post su Facebook e X si trasformano in veri e propri sfottò, con meme e battute che ricordano più i cori da stadio che un dibattito politico maturo. L’obiettivo non è più convincere con argomenti validi, ma polarizzare l’opinione pubblica, incitando al “sì” o al “no” come se si trattasse di tifare per la propria squadra del cuore.
Un altro elemento che contribuisce a far scadere la dialettica politica è la crescente personalizzazione della politica. Il referendum troppo spesso non è più sul merito della questione, ma diventa un test di popolarità dei leader politici. Votare “sì” o “no” spesso significa esprimere sostegno o disapprovazione per il governo di turno. Così il voto referendario assume i connotati di una sorta di elezione anticipata.
Questa logica mina alla base il principio di neutralità che dovrebbe caratterizzare un esercizio di democrazia diretta e porta a una distorsione del risultato finale.
Tale deriva “da stadio” ha conseguenze nefaste. La disinformazione dilaga e la semplificazione eccessiva associata alla demonizzazione dell’avversario impediscono ai cittadini di formarsi un’opinione consapevole e informata. La complessità dei temi viene umiliata sull’altare della retorica e della spettacolarizzazione.
Molti cittadini, stanchi di questo spettacolo indecoroso, preferiscono non partecipare, sentendosi esclusi da un dibattito che percepiscono come sterile e privo di contenuti significativi. Ed è così che il referendum, anziché avvicinare i cittadini alla politica, li allontana, rendendoli spettatori passivi di una contesa che non li rappresenta.
Per restituire dignità all’istituto del referendum, è fondamentale che i partiti politici si assumano la responsabilità di alzare l’asticella del livello del dibattito. E’ urgente tornare alla discussione sui contenuti, alla presentazione argomentata delle proprie posizioni e al rispetto reciproco. Solo così il referendum potrà tornare a essere uno strumento di vera democrazia partecipativa, un momento di riflessione e di scelta consapevole per il futuro del paese, e non un semplice tifo da stadio.
Un possibile percorso per stimolare un dibattito politico sano potrebbe essere l’eliminazione del quorum (per la quale è attiva un’iniziativa popolare che potete trovare sul sito del Ministero della Giustizia). Questa mossa incentiverebbe i partiti a focalizzarsi sui quesiti referendari anziché puntare all’astensione per boicottarne l’esito.
Le forze politiche sarebbero stimolate ad argomentare con chiarezza le ragioni del “sì” o del “no” generando contestualmente una maggiore sensibilizzazione dei cittadini e una discussione più approfondita sui temi in gioco, elementi cruciali per una democrazia vitale.
Nicola Fioretti – socio di Più Democrazia in Trentino
Si, è proprio così! Avevo scritto in tedesco qualcosa di simile. Dobbiamo far circolare questa critica lucida. Se d’accordo la traduco in tedesco e la faccio circolare attraverso i canali di “Iniziativa per più democrazia”.Grazie mille per questo pregiato contributo!
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Vero: il problema è sistemico. Ha iniziato ad esserlo da quando [anni 80] l’europa tentò di difendere l’industria ICT continentale dalla colonizzazione algoritmica di piattaforme digitali proprietarie [la SNA di IBM] con un approccio normativo, suggerito da consulenti UK, che continentali non erano.
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