Tra procedure e sostanza: cosa ci insegna lo stato della democrazia in Spagna?

Mentre in Italia il dibattito politico si è infiammato sulla riforma della magistratura, può essere utile volgere lo sguardo ai nostri vicini europei. In questi giorni la Spagna sta facendo parlare di sé anche per la postura assunta rispetto alla violazione del diritto internazionale da parte di Stati Uniti e Israele.

L’Informe sobre la Democracia en España 2024, curato dalla Fundación Alternativas sotto la direzione dei professori dell’Università di Salamanca Alberto Penadés e Araceli Mateos, in collaborazione con il Centro de Estudios Políticos y Constitucionales, offre una radiografia approfondita di una democrazia che, pur restando formalmente “piena” e solida nelle sue procedure, mostra crepe preoccupanti nella sua dimensione sostanziale.

Un rapporto in quattro atti

L’Informe analizza la realtà spagnola attraverso quattro prospettive complementari.

1. Il contesto politico: la mutazione del conflitto catalano

Dopo la fine del ciclo sovranista (2012–2018), il panorama politico in Catalogna ha subito una trasformazione profonda, passando da una rivendicazione di sovranità verso lo Stato a una nuova radicalizzazione identitaria e “nativista”.

  • L’ascesa di Aliança Catalana (AC). Il partito guidato da Sílvia Orriols rappresenta il segnale più evidente di questo cambiamento. A differenza del nazionalismo catalano tradizionale, AC sposta il conflitto su coordinate etno-culturali, individuando nell’immigrazione – in particolare quella musulmana – il principale antagonista politico.
  • Il profilo dell’elettorato. La base elettorale di AC appare diversa da quella di partiti come Junts. L’elettore medio è tendenzialmente più maschile, più spesso proveniente da contesti operai, con orientamenti autoritari e una forte insoddisfazione politica. Si tratta di caratteristiche simili a quelle riscontrate nell’elettorato della destra radicale populista europea.
  • L’erosione del pluralismo. Questa trasformazione rappresenta una sfida per il nazionalismo catalano storico, che si era sviluppato all’interno di una tradizione civica e inclusiva. La nuova retorica politica introduce invece elementi di esclusione identitaria e di controllo sociale.

2. Lo Stato sociale: casa e università

Il rapporto evidenzia come la tenuta del welfare spagnolo sia messa alla prova da problemi strutturali che alimentano conflitti distributivi sempre più intensi.

  • L’emergenza abitativa. L’abitazione è diventata un bene sempre più costoso e inaccessibile. I prezzi di acquisto e di affitto crescono più rapidamente dell’inflazione e dei redditi delle famiglie. La Spagna sta così passando da una “democrazia di proprietari” a una società in cui l’accesso alla casa genera una frattura generazionale tra chi possiede immobili e chi non riesce a entrarvi.
    Secondo gli esperti, per affrontare il problema sarebbe necessario un investimento pubblico pari ad almeno l’1% del PIL.
  • La trasformazione del sistema universitario. In cinquant’anni l’università spagnola è passata da un modello centralizzato a un sistema decentralizzato e di massa. Tuttavia si registra una crescita significativa del settore privato, soprattutto nei corsi di Master, dove gli iscritti nelle università private hanno ormai superato quelli delle pubbliche.
    Tra le principali criticità resta il finanziamento per studente, ancora inferiore alla media dell’Unione Europea e dell’OCSE.

3. Il dibattito pubblico: resilienza alla xenofobia e crisi istituzionale

Il dibattito pubblico spagnolo presenta un paradosso interessante nel contesto europeo.

  • Un’eccezionalità migratoria. Nonostante la rapida trasformazione della Spagna in paese di destinazione migratoria, l’opinione pubblica mantiene atteggiamenti mediamente più favorevoli verso gli immigrati rispetto ad altri paesi dell’Europa meridionale, come Italia e Grecia. Secondo il rapporto, una delle ragioni risiede nella relativa moderazione della destra spagnola sul tema migratorio, che mostra maggiore flessibilità rispetto ad altri partiti conservatori europei.
  • Il deterioramento delle istituzioni. In parallelo, però, la qualità delle istituzioni appare in calo. La Spagna è scesa drasticamente nell’Indice di Percezione della Corruzione (dal 22° al 46° posto in circa vent’anni). A ciò si aggiunge la crescente politicizzazione del Tribunale Costituzionale, percepito non più come un arbitro neutrale ma come un’estensione della competizione parlamentare, caratterizzata da blocchi ideologici stabili e da un ruolo spesso recentralizzatore nei conflitti con le autonomie territoriali.

4. L’Indice di Qualità Democratica (IQD)

Il capitolo finale del rapporto propone una valutazione complessiva basata su 57 indicatori analizzati da esperti di scienze sociali e, per la prima volta, anche di diritto costituzionale.

  • Un punteggio stabile. La qualità della democrazia spagnola si attesta su 6,4 su 10, un valore sostanzialmente stabile dal 2019, che segnala una fase di stagnazione.
  • Le “fortezze formali”. I punti di forza risiedono nell’integrità dei processi elettorali, nella libertà di voto e nel rispetto delle libertà civili, come quelle di religione, associazione e organizzazione sindacale.
  • Le debolezze strutturali. Le aree più critiche restano la corruzione, l’influenza del potere economico sulla politica, la limitata indipendenza della stampa e la scarsa protezione dei cittadini dall’acoso mediatico (pressione o persecuzione mediatica).
  • Differenze tra esperti. Interessante è anche la divergenza tra discipline: i giuristi tendono a valutare più positivamente gli aspetti formali dello Stato di diritto, mentre politologi e sociologi esprimono giudizi più severi sull’effettiva indipendenza delle istituzioni.

Una tenuta robusta per la tenuta delle procedure ma con il paradosso dello scollamento sostanziale

Il dato più rassicurante riguarda la solidità delle procedure democratiche. Secondo l’indice V-Dem, la Spagna ottiene punteggi molto elevati (0,91) nella dimensione della democrazia elettorale. Questa solidità è confermata dai principali osservatori internazionali citati nel rapporto come The Economist (EIU) e International IDEA. La prima organizzazione, nel suo Democracy Index 2024, riconferma la Spagna nel ristretto gruppo delle “democrazie piene” (21° posto globale), definendola la democrazia meglio valutata dell’intera regione mediterranea, superando paesi come Francia e Italia. La seconda, invece, valuta la Spagna come un paese ad “alto rendimento” in 14 delle 17 dimensioni monitorate, posizionandola all’11° posto mondiale per la protezione dei diritti e al 22° per la qualità del processo di rappresentanza.

Le regole del gioco sono considerate trasparenti e consolidate: le elezioni sono libere, competitive e amministrate in modo imparziale, e i diritti civili fondamentali risultano ampiamente garantiti.

Sotto questa solida armatura procedurale emerge tuttavia un problema più profondo. Nonostante la stabilità delle regole democratiche, il 69% degli spagnoli si dichiara insoddisfatto del funzionamento della democrazia, uno dei livelli più alti in Europa.

Il rapporto individua alcune cause principali di questa sfiducia:
Corruzione, che resta l’area peggio valutata (4,5/10) e continua a pesare sulla percezione internazionale del paese.
Debole indipendenza dei media, con una crescente vulnerabilità dei cittadini alle pressioni e alle campagne mediatiche aggressive.
Influenza dei poteri economici, percepita come un fattore che altera l’uguaglianza nell’accesso al processo decisionale.

Il nodo dell’indipendenza giudiziaria

Un tema particolarmente rilevante riguarda la politicizzazione degli organi di garanzia, come il Tribunale Costituzionale.

Secondo il rapporto, il sistema di nomina dei giudici costituzionali ha favorito una forte penetrazione delle logiche partitiche. Il Tribunale è spesso percepito non come un arbitro imparziale, ma come una prosecuzione del conflitto politico in sede giurisdizionale.

I magistrati tendono a dividersi in blocchi ideologici corrispondenti alle maggioranze che li hanno nominati. Questo fenomeno produce una certa deferenza nei confronti del legislatore statale e, nei conflitti con le autonomie territoriali, può favorire una tendenza alla recentralizzazione del potere.

Alcune riflessioni per l’Italia

L’esperienza spagnola ricorda che elezioni libere e corrette, pur con una frequenza maggiore di quelle italiane (4 anni anziché 5) non sono sufficienti, da sole, a garantire la piena salute di una democrazia.

La stabilità di un sistema dipende anche dalla capacità delle istituzioni di mantenere la propria indipendenza dalle logiche di appartenenza politica e dalla capacità dei governi di rispondere alle esigenze materiali dei cittadini – come il diritto alla casa, l’accesso all’istruzione o la tutela dall’abuso di potere.

Come Più Democrazia in Trentino, riteniamo che la qualità democratica si misuri anche nella capacità di proteggere le procedure dalle influenze indebite e, allo stesso tempo, di restituire ai cittadini la fiducia che il loro voto possa produrre risultati concreti e non soltanto una periodica sostituzione di élite sempre più distanti dalla società.


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