Democrazia diretta, basta con i tabù a sinistra

* pubblicato su Il Manifesto l’11 aprile 2026

L’affluenza al referendum costituzionale di 22-23 marzo – il 59%, non lontano dal 64% delle politiche del 2024 – è stata letta con sorpresa. Una sorpresa, però, mal fondata e poco interrogata. Più che un’anomalia, è un dato che andrebbe letto anche alla luce dello strumento utilizzato. Ed è un dato che mette in discussione una diffidenza diffusa, soprattutto a sinistra: l’idea che gli strumenti di democrazia diretta siano marginali, residuali, incapaci di mobilitare davvero il corpo elettorale ed esposti a derive manipolative e plebiscitarie.

Sul piano quantitativo, il referendum mostra una capacità di attivazione molto superiore a quanto comunemente si ritenga. La bassa partecipazione registrata nei referendum abrogativi viene spesso letta come un segnale di disinteresse, senza considerare che è in larga misura indotta dal quorum: una previsione pensata per rafforzare la legittimazione dell’esito della consultazione, ma che oggi, per eterogenesi dei fini, finisce per comprimerla. Questo meccanismo altera il significato stesso della partecipazione: non incentiva il voto, ma l’astensione strategica. Non chiama tutti a esprimersi, ma solo chi è favorevole, lasciando agli altri la convenienza di restare a casa. Il 31% registrato nel 2025 – su quesiti politicamente marcati – non segnala dunque disaffezione, ma una partecipazione artificialmente compressa. Il problema non è la debolezza dello strumento, ma una regola che premia il disimpegno.

Ma è soprattutto sul piano qualitativo che il referendum mostra la sua specificità. A differenza della competizione elettorale ordinaria, tende a mobilitare su questioni di merito, più che su appartenenze partitiche spesso percepite come asfittiche o non pienamente soddisfacenti. Il dibattito pubblico che ne scaturisce è, in genere, più denso e meno semplificato: coinvolge studiosi, organizzazioni sociali e corpi intermedi, moltiplica le sedi di discussione, attiva circuiti informativi che non coincidono con quelli più immediati della comunicazione televisiva o dei social. Nelle settimane precedenti al voto si sono moltiplicate le iniziative sul territorio. Non è un dettaglio organizzativo: è un diverso modo di fare politica, più impegnativo e meno delegato. Il referendum non “educa” dall’alto, ma espone tutti – cittadini ed élite – a un confronto più esigente, in cui anche chi detiene competenze è chiamato a renderne conto pubblicamente.

Questo non significa ignorare i rischi. Gli strumenti di democrazia diretta possono essere piegati a usi demagogici o plebiscitari. Ma fermarsi qui è un’operazione selettiva. Analoghe derive si producono dentro la democrazia rappresentativa, specie quando il suo funzionamento viene distorto. Sistemi elettorali fondati su premi di maggioranza e l’assenza di meccanismi che costruiscano un rapporto effettivo tra elettori ed eletti – sia a livello individuale sia attraverso i partiti – non solo facilitano, ma spingono verso una dinamica plebiscitaria, semplificata e personalizzata. Il problema, allora, non è scegliere tra i due modelli, ma guardare alle condizioni concrete del loro funzionamento.

In questa prospettiva, il quorum nei referendum abrogativi appare sempre meno difendibile: non rafforza la legittimazione dell’esito, ma incentiva l’astensione e impoverisce il confronto. È un limite che lavora contro la partecipazione. La sua revisione, se non la sua eliminazione, è difficilmente eludibile. Allo stesso tempo, ha senso discutere di strumenti ulteriori coerenti con questa logica di attivazione della partecipazione, come il referendum propositivo, ma solo se inseriti in un disegno coerente: non come scorciatoie decisionali, bensì come dispositivi che ampliano la partecipazione mantenendo garanzie effettive per le minoranze e per la qualità del processo deliberativo.

C’è infine un punto politico che riguarda in modo particolare la sinistra. Da tempo le viene imputata una deriva elitaria e una distanza dai ceti popolari. Il referendum, da solo, non risolve affatto questo problema – che attiene a fattori più ampi, dal posizionamento sociale al programma, fino alla leadership – ma crea alcune condizioni utili ad affrontarlo: riattiva forme di comunicazione e mobilitazione capillari, costringe a uscire dai circuiti ristretti, impone un confronto non può risolversi nei circuiti più rapidi e superficiali delle forme che ha oggi assunto la comunicazione politica. È uno spazio in cui quella distanza può essere ridotta, come suggerisce anche l’esperienza della recente campagna referendaria, oppure confermata. Dipende da come lo si attraversa.

Se si vuole prendere sul serio la crisi della partecipazione e il difficile rapporto della sinistra con i ceti popolari, non si possono trascurare gli strumenti della democrazia diretta. A partire da uno: il quorum, che oggi non protegge la democrazia, ma la disincentiva.

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