L’election day negli USA è sempre anche un referendum day

Martedì scorso 5 novembre è stato giorno di elezioni negli USA. Tutte le notizie che arrivano sui giornali o in televisione in Italia riguardano le eventuali elezioni di governatori dei vari stati, come se quella fosse l’unica cosa che si vota, o al massimo anche per i legislativi statali e qualche sindaco. Ma nell’election day si votano anche i referendum, sia statali che cittadini. Che poi New York ha praticamente lo stesso numero di abitanti della Lombardia (di gran lunga la maggiore regione in Italia) e un PIL maggiore. In questa tornata ovviamente se ne sono votati parecchi, e molti interessanti. Ma ne vorrei evidenziare un paio di significativi.

Tutti sanno che il sistema di voto storico negli USA è quello c.d. “plurality” con primarie. Anche da noi si è parlato modo si sistemi di voto. Pensando talvolta di scimmiottare male i sistemi esteri (Dalle c.d. primarie che non hanno nulla delle primarie al tedeschellum che nulla aveva del sistema tedesco).

A New York, dopo un processo piuttosto lungo che ha comportato referendum e elezioni di una commissione speciale per la revisione del “charter” (la costituzione di New York), è stato approvato dagli elettori (i soli che possono approvare gli emendamenti al charter) un emendamento che introduce per le elezioni cittadine un sistema di voto preferenziale, nel quale si possono mettere in scala le proprie preferenze. Sistema già in vigore in altre città (es. San Francisco), che indica che in generale dove decidono i cittadini è in corso un processo di revisione dei meccanismi elettorali per permettere un maggior controllo degli eletti. In questo sistema per esempio non ha senso il voto “utile”, in quanto si può sempre mettere il candidato preferito per primo, e quello magari meno ideale per secondo, e il voto non viene comunque “perso”, in quanto contribuisce eventualmente all’elezione del secondo rispetto a quelli meno preferiti in assoluto.

Tenete anche presente che a New York non si eleggono direttamente solo il sindaco e i consiglieri (rigorosamente separati, non come da noi collegati, in pieno rispetto al principio della separazione dei poteri), ma un sacco di altre figure importanti per l’amministrazione. Anche di controllo all’attività del Sindaco e del Consiglio.

Per approfondimenti vedere qui.

In Texas invece c’è stato un altro voto significativo. Per chiarire, in Texas non esistono iniziativa o referendum su richiesta di una sezione dell’elettorato. Ma esistono alcuni referendum “obbligatori”. Per esempio le modifiche alla costituzione statale devono essere approvate dai 2/3 delle due camere del parlamento statale, e successivamente confermate dalla maggioranza degli elettori. Grazie all’approvazione da parte dei 2/3 del parlamento controllato dai repubblicani è stato introdotto un articolo alla costituzione che impedisce allo stato di stabilire un’imposta sui redditi delle persone fisiche.

Già oggi il Texas è uno degli stati USA che non richiede il pagamento delle imposte sui redditi delle persone fisiche. Per cui un cittadino che risieda in Texas paga le imposte federali sul reddito, ma non quelle statali.

Questo non significa che non paghi imposte locali, come quella sulla casa. Vi domanderete da dove derivano le entrate erariali dello stato. Principalmente dalle concessioni, in particolare quelle petrolifere, e dalla “sales tax”. Ovviamente anche dalle imposte sulle imprese di varia natura.

Prima di martedì il Texas avrebbe potuto introdurre una imposta sui redditi delle persone fisiche votando a maggioranza nei due rami del parlamento e con l’approvazione dei cittadini con il referendum obbligatorio.

Dopo martedì avrà la necessità di modificare la costituzione, per cui ci vorrà la maggioranza dei 2/3 dei due rami del parlamento e l’approvazione nel referendum.

In pratica è stato reso più difficile far passare in parlamento l’introduzione della tassa.

Per approfondimenti vedere qui.

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