
Il sistema elettorale italiano continua a escludere, nei fatti, una parte significativa della popolazione dall’esercizio del diritto di voto. Tra cittadini fuori sede e persone con problemi di salute, cresce il fenomeno dell’astensionismo involontario, causato da regole rigide e ormai anacronistiche. Lo dimostrano, da un lato, il caso del consigliere regionale toscano Jacopo Melio, che ha denunciato le difficoltà di accesso al voto domiciliare in presenza di problemi di salute sopravvenuti, e dall’altro i dati della città di Trento, dove su 60.353 votanti sono stati nominati 394 rappresentanti di lista (0,65%), spesso utilizzati come soluzione surrettizia dai fuori sede per poter votare. Due evidenze che rafforzano la necessità urgente di riformare le modalità di voto, introducendo strumenti più accessibili e adeguati alla società contemporanea. Un tema già sollevato da Più Democrazia in Trentino con un appello alle istituzioni, che oggi si conferma più attuale che mai.
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Il diritto di voto rappresenta il fondamento di ogni sistema democratico. Eppure, in Italia, il suo esercizio concreto continua a essere ostacolato da una normativa che non tiene il passo con l’evoluzione della società. Cambiano gli stili di vita, aumentano la mobilità, crescono le fragilità sociali e sanitarie, ma le regole che disciplinano le modalità di voto restano ancorate a un impianto concepito nel secolo scorso.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una quota crescente di cittadine e cittadini non rinuncia al voto per disinteresse, ma perché si trova nell’impossibilità materiale di esercitare questo diritto. Si tratta di quello che sempre più chiaramente possiamo definire astensionismo involontario, un fenomeno sistemico che mina alla base la qualità della nostra democrazia.
Due casi recenti – uno di natura qualitativa e uno quantitativa – aiutano a comprendere la portata del problema.
Quando il diritto esiste solo sulla carta: il caso del voto domiciliare
Un primo elemento di riflessione emerge dalla vicenda raccontata dal consigliere regionale toscano Jacopo Melio sulle pagine del Fatto Quotidiano, che ha denunciato pubblicamente le difficoltà incontrate nell’esercizio del proprio diritto di voto.
La normativa italiana prevede il voto domiciliare solo in presenza di condizioni molto stringenti, subordinate a requisiti sanitari specifici e a una procedura che deve essere attivata con largo anticipo rispetto alla data del voto. Questo meccanismo, pensato per tutelare situazioni di estrema gravità, si rivela però del tutto inadeguato nel rispondere a condizioni sopravvenute o a situazioni “intermedie”, tutt’altro che rare.
Nel caso specifico, una condizione di salute peggiorata a ridosso del voto ha rischiato di impedire del tutto l’espressione della preferenza, nonostante una forte volontà di partecipazione. Solo grazie a un’interpretazione flessibile e alla disponibilità dell’amministrazione comunale è stato possibile superare l’ostacolo.
Ma proprio questo elemento evidenzia il problema: l’accesso al voto non può dipendere dalla discrezionalità o dalla buona volontà delle singole amministrazioni. Deve essere garantito in modo uniforme, certo e accessibile.
Il caso sollevato mette inoltre in luce ulteriori criticità spesso trascurate, come il ruolo dei caregiver e le difficoltà organizzative delle persone con disabilità o patologie temporanee. Situazioni che, nella loro diffusione, rendono evidente come il problema non sia episodico, ma strutturale.
Fuori sede e soluzioni di fortuna: il dato che non si vuole vedere
Accanto a questo caso emblematico, vi è un secondo elemento di analisi di natura quantitativa che riguarda il fenomeno dei cittadini fuori sede.
Nella sola città di Trento, su 89.647 elettori registrati, si sono recati alle urne 60.353 cittadini, con un’affluenza significativa del 67,32%. Tra questi, sono stati nominati ben 394 rappresentanti di lista, pari allo 0,65% dei votanti.
Un dato che, letto formalmente, rientra nelle dinamiche ordinarie del processo elettorale. Ma che, nella sostanza, racconta altro.
È infatti evidente come una parte rilevante di queste nomine non risponda alla funzione originaria di controllo e garanzia del corretto svolgimento delle operazioni di voto, bensì rappresenti una legittima soluzione surrettizia adottata da cittadini fuori sede per poter esercitare il proprio diritto.
Se questa percentuale venisse proiettata sull’intero corpo elettorale nazionale, si arriverebbe a stimare un numero nell’ordine delle centinaia di migliaia di “rappresentanti di lista”. Una cifra chiaramente incompatibile con la funzione prevista dalla normativa e che segnala, invece, l’esistenza di un fenomeno ben più ampio.
È plausibile, inoltre, che solo una quota limitata di cittadini fuori sede riesca ad attivarsi in questo modo: contattare una forza politica, ottenere la designazione nei tempi utili, essere in possesso della documentazione necessaria. Tutti passaggi che richiedono competenze, relazioni e tempestività non alla portata di tutti.
Ne deriva che la maggior parte dei cittadini fuori sede resta semplicemente esclusa dal voto, senza possibilità di soluzione.
Una democrazia da aggiornare
Questi due casi – diversi ma convergenti – dimostrano come il sistema elettorale italiano presenti oggi limiti evidenti nel garantire l’effettività del diritto di voto.
Da un lato, norme troppo rigide che non tengono conto della variabilità delle condizioni di salute e delle fragilità individuali. Dall’altro, l’assenza di strumenti adeguati per rispondere a una società sempre più mobile, in cui studiare o lavorare lontano dal proprio comune di residenza è la normalità, non l’eccezione.
È evidente che ogni intervento in materia elettorale richiede attenzione e cautela, anche alla luce del rischio che modifiche mal calibrate possano essere strumentalizzate in senso distorsivo ed autoritario. Ma questo non può giustificare l’immobilismo.
Al contrario, è proprio per rafforzare la qualità democratica del sistema che diventa necessario introdurre strumenti già ampiamente adottati in altre democrazie consolidate: Election Pass, voto per corrispondenza, voto anticipato, nonché un’estensione effettiva e meno burocratizzata del voto domiciliare.
Un appello che non può restare inascoltato
Alla luce di queste evidenze, Più Democrazia in Trentino rinnova con forza quanto già espresso nei giorni precedenti al voto, quando abbiamo rivolto un appello ai parlamentari e ai consiglieri provinciali affinché si facessero promotori di un intervento legislativo volto a rimuovere gli ostacoli all’esercizio del diritto di voto.
Oggi, quei fatti confermano che non si tratta di un’esigenza teorica, ma di una priorità concreta e urgente.
Perché una democrazia in cui una parte crescente della popolazione può votare solo aggirando le regole – o non può votare affatto – è una democrazia che rischia di perdere la propria legittimazione.
E perché garantire il diritto di voto non significa solo riconoscerlo formalmente, ma renderlo realmente accessibile a tutte e a tutti.
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