Lo strano caso di una centrale a carbone e un referendum

si energia pulita senza carboneÈ preferibile mobilitarsi per manifestare e protestare contro la costruzione di un centrale a carbone, o mobilitarsi per partecipare alla decisione finale se costruirla o meno?

Può sembrare una domanda retorica o velleitaria o priva di senso a seconda dei punti di vista ma i fatti dimostrano che è di una realtà cogente.

A Saline Joniche negli anni 70 venne costruita una fabbrica che doveva produrre mangimi animali tratti da bioproteine. Occupò un’area di 700.000 metri quadri ex coltivazione di agrumeto (due Km lungo la costa per 3/400 m di profondità). L’opificio completato entrò in funzione solo per pochi giorni. Dopodiché il lento decadimento per il mancato utilizzo fu inevitabile.

Negli anni 2000 si pensò a una riqualificazione dell’intera area con la costruzione di una centrale a carbone. Una centrale di ultima generazione da costruirsi con un società svizzera che aveva il know-how e che garantiva efficienza e salubrità. Subito insorsero le associazioni ma anche le amministrazioni locali, pur con qualche distinguo, si espressero contrarie. Regione in primis. Tante manifestazioni e tante azioni legali per contrastare la nuova iniziativa con alterni esiti ancora oggi in contenzioso ma accadde un evento di quelli che “la realtà supera la fantasia”.

L’azienda elvetica partner del progetto era la Repower, società a capitale misto privato e pubblico. La parte pubblica era di proprietà del Cantone dei Grigioni, una terra con poco meno di 200.000 abitanti ed è qui che accade l’imponderabile.

Il flyer dell'iniziativa popolareIl 10 febbraio 2011 alcuni grigionesi lanciarono un’iniziativa a titolo “Si all’energia pulita senza carbone”. Lo scopo era di raccogliere 4.000 firme valide per obbligare l’amministrazione a indire una consultazione a suffragio universale e senza quorum per vietare alla Repower di partecipare alla costruzione di una centrale a carbone in Calabria. Il governo cantonale aveva la possibilità di fare una controproposta sul tema e sarebbero stati i cittadini ad avere l’ultima parola.

Il 19 ottobre 2011 le firme regolari raccolte risultarono essere sufficienti perché il procedimento fosse attivato.

Il governo, che poteva anche accettare la proposta nel qual caso non ci sarebbe stata consultazione, redasse una controproposta e si andò al voto il 22 settembre di due anni fa.

Scarica il documento in formato pdf

Frontespizio dell’opuscolo informativo

Ogni avente diritto grigionese, ricevette a casa il pamphlet contenete l’oggetto da deliberare, le tesi a sostegno e quelle a sostegno della controproposta governativa. Chi ritenne di aver seguito e approfondito il problema partecipò alla votazione.

I votanti furono 40,31% degli aventi diritto. Sia l’iniziativa popolare che il controprogetto ottennero la maggioranza dei voti favorevoli ma nella domanda risolutiva, per una manciata di voti, prevalse la vittoria dell’iniziativa popolare “si all’energia pulita senza carbone”. La Repower non poté più fornire il know how per quella centrale. Il governo italiano se vorrà una centrale a carbone in Calabria dovrà cercare un nuovo partner. Per il momento Saline Joniche non avrà la centrale a carbone grazie unicamente al voto di poco meno di 50.000 grigionesi.

Faccio alcune considerazioni.

In Calabria i cittadini poterono unirsi in associazioni per fare pressioni sul governo cosa che fu fatta. Manifestazioni nelle piazze. Fatte. Il governo regionale adì il Tar ed anche questa azione fu eseguita. Molto probabilmente ci furono anche innumerevoli tentativi con i rappresentanti a Roma. Poco importa. La questione è ancora aperta. Le risorse utilizzate finora per ogni tipo di intervento sono incalcolabili e possiamo dire che per la comunità sia stato un spreco altrettanto incalcolabile.

I grigioni hanno dimostrato di avere un diverso metodo per affrontare in tempi ragionevoli e con esito definitivo la stessa questione è va loro riconosciuto un certo pragmatismo coerente. I cittadini di quella terra hanno lo strumento dell’iniziativa popolare che una volta avviato ha una conclusione certa. Mi pare pragmatico. Sul tema va chiarito che i grigionesi non vogliono più centrali a carbone sul proprio territorio e questo è stato sufficiente per convincerli che una loro compagine non dovesse costruire fuori ciò che non poteva fare in casa. E qui direi coerente.

Ora aspetto le vostre risposte alla mia domanda iniziale.

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5 thoughts on “Lo strano caso di una centrale a carbone e un referendum

  1. In Italia da questo punto di vista siamo molto immaturi. Ce ne freghiamo delle decisioni pubbliche con frasi del tipo “i politici fanno quello che vogliono”, “a me la politica non interessa” o “i politici son tutti uguali” ma poi quando la politica decide nel merito di questioni che ci interessano negativamente scattano le proteste. Ci preoccupiamo di risolvere i problemi solo dopo che questi ci sono caduti sulla testa. Mai prima, attraverso la definizione di un metodo preventivamente concordato per risolverli.
    La tipica reazione italica della protesta che si concretizza con petizioni, sit-in, presidi, marce o manifestazioni, avviene quando vengono toccati gli stipendi, le pensioni o il territorio su cui viviamo, con installazioni di grandi infrastrutture con alto impatto ambientale, come descritto molto bene da Emanuele.
    Anche i rappresentanti politici, come i cittadini, si ostinano a proseguire con queste pratiche: è giusto protestare dopo anziché decidere insieme prima. La summa di questa modo di pensare risulta chiara dalle parole del presidente del consiglio provinciale di Trento, Bruno Dorigatti, quando, alla domanda della giornalista del Corriere del Trentino Marta Romagnoli sullo stato della democrazia in Trentino, ha risposto: la 15esima legislatura ha riscontrato un aumento delle petizioni.

    Chiudo con una metafora un po’ provocatoria. Credo che misurare il livello della democrazia con il numero delle petizioni, delle proteste e delle manifestazioni anziché con la qualità delle procedure per richiedere referendum e per presentare iniziative popolari sia un po’ come misurare l’attività sessuale con il numero delle masturbazioni.
    Noi italiani continuiamo ad utilizzare questo metodo di misurazione mentre altri popoli hanno capito la differenza e si stanno evolvendo. Forse non è un caso che gli svizzeri siano al primo posto nella classifica dei popoli più felici.

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  2. i calabresi probabilmente non avevano strumenti di democrazia diretta. il loro unico potere era manifestare.
    manifestare richiede un sacco di tempo. Votare richiede poco tempo ed è risolutivo.

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    • La frase finale è un ottima sintesi mentre il “probabilmente” è sin troppo cauta come definizione. Il confronto tra i due metodi per affrontare lo stesso problema risulta talmente ovvio da risultare impossibile. Ancora oggi infatti i calabresi ma direi tutti gli italiani ancora non hanno chiaro che l’unica manifestazione che abbia un senso fare è quella che richieda “l’ultima parola ai cittadini “

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    • Attendere fiduciosi temo non sia sufficiente. Credo dovremmo chiedere a gran voce un paio di strumenti per condividere le scelte importanti della comunità.

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