Il vicepresidente del Consiglio provinciale Diego Mosna risponde alle domande del comitato

diego mosnaDiego Mosna (Gruppo Misto) è il primo consigliere della XV legislatura a rispondere alle domande del comitato di Più Democrazia in Trentino. Il vicepresidente del Consiglio provinciale lo fa con nitidezza e con argomentazioni che comprovano una consapevolezza della crisi della democrazia rappresentativa ed una sensibilità per il tema della partecipazione popolare ai processi decisionali.
Oltre ad esprimere le sue considerazioni sui diversi istituti proposti nel disegno di legge, Mosna ha esplicitato la sua stima per l’opera di stimolo alla politica promossa dall’iniziativa popolare sulla democrazia diretta. Ha dato così pubblicamente un segnale istituzionale forte che finora era stato latente da parte dell’Ufficio di Presidenza e che il comitato ha accolto con favore.


Le posizioni di Mosna, seppur divergenti da quelle del comitato per quanto riguarda l’istituto dei pritani e aspetti non irrilevanti relativi alla regolamentazione del referendum, lanciano un segnale di apertura che fa ben sperare in vista delle audizioni del 26/2 e del 4/3 e della conferenza di informazione, la quale avrà luogo prima della votazione finale del disegno di legge in Consiglio provinciale.
Di seguito le risposte:

EDUCAZIONE CIVICA (tutte le domande inclusive delle premesse)
I.    È d’accordo con questa proposta?
Ritengo importantissimo il tema dell’educazione civica. Sono, peraltro, profondamente convinto che tale materia debba essere proposta con modalità capaci di affascinare i ragazzi. Dobbiamo partire dalla consapevolezza che ogni insegnante deve essere portatore di un approccio ispirato all’educazione civica, perché quest’ultima costituisce parte integrante della più ampia relazione educativa.
L’insegnante che è in grado di trasmettere una passione per il proprio lavoro, un’attenzione per lo studente e per la sua ricerca di una strada nella vita sarà tanto più convincente anche nel trasmettere gli elementi qualificanti di quella che definiamo educazione civica, la quale è interpretata in modo più convinto quando deriva da un rapporto educativo piuttosto che da una tensione moralistica.
II.    Crede sia opportuno integrarla/migliorarla? Se si, come?
Il docente capace di aprire una breccia negli interessi e nelle sensibilità dello studente ha la possibilità di invertire la modalità con cui normalmente si tratta il tema dell’educazione civica. Il focus passa da un insieme di doveri a un insieme di opportunità, grazie alle quali il cittadino, nella propria irriducibile dignità di persona, esercita un protagonismo sociale attraverso la partecipazione alla definizione del quadro normativo che regola la convivenza civile.
Ciò detto, oggi l’educazione civica non può assolutamente prescindere dai temi dell’economia e del lavoro, che tanto stanno marcando il nostro tempo. Proporre ai giovani percorsi di educazione civica significa anche fornire loro elementi utili a leggere la realtà socio-economica in cui siamo immersi e trasmettere un po’ di quel coraggio che è necessario per guadagnare una capacità di sguardo positivo sul futuro.

PRITANI
III.    Cosa pensa dell’istituto dei Pritani inserito in questa legge?
Non mi sembra che l’istituto dei Pritani aggiunga molto al disegno di legge. Se ne ho colto correttamente natura e funzioni, mi sembra un organo caratterizzato da modalità di costituzione e di funzionamento piuttosto macchinose, che non produce un significativo incremento delle opportunità di democrazia diretta e, per contro, comporta l’esborso di un’indennità per i propri membri. Credo che le altre forme di partecipazione dei cittadini alla formazione dei provvedimenti legislativi e amministrativi, così come definite dal DDL in argomento, siano più che adeguate a surrogare la non istituzione del gruppo dei pritani.
IV.    Per quale funzione lo proporrebbe se esistesse ora?
Conseguentemente alla precedente risposta, non ritengo di indicare funzioni per un organo del quale non ravvedo una significativa utilità.

PETIZIONI
V.    Quale è la sua posizione su questa proposta?
Le petizioni rappresentano uno strumento importante perché, come evidenziato all’art. 6 del DDL, riguardano questioni di interesse generale e interpellano gli organi massimamente rappresentativi dell’Autonomia (Giunta e Consiglio della Provincia). Risulta anche interessante la doppia interpretazione che la petizione può richiamare, una orientata alla richiesta di informazioni e l’altra orientata all’invito ad assumere determinate decisioni.
VI.    Ritiene vi siano modifiche o integrazioni da fare, e se si, quali?
Ritengo che il comma 2 dell’articolo 8, laddove ci si riferisce alla raccolta di almeno venti firme, debba essere rivisto. Dato il coinvolgimento del Consiglio provinciale e della stessa Giunta provinciale, anche per evitare un intasamento di atti amministrativi, va senza dubbio elevato il numero minimo di firme per il deposito della petizione. Le previste venti firme portano con sé un rischio di proliferazione di petizioni, anche su argomenti che rivestono un interesse per un numero eccessivamente limitato di cittadini. Credo, pertanto, opportuno limitare la trattazione delle petizioni a quelle che raccolgono almeno 200 firme nei tempi previsti, confermando le modalità di trattazione individuate all’art. 8 commi 3 e4 del DDL.

DIBATTITO PUBBLICO
VII.    Quali sono a suo parere i pro e i contro del dibattito pubblico per le grandi opere?
I pro sono legati alla possibilità di costruire progressivamente un ampio consenso sulle opere da realizzare, garantendo a tutti i cittadini interessati la possibilità di essere informati e di avanzare proposte e valutazioni sulle grandi opere. I contro potrebbero consistere nella creazione di gruppi di pressione che, per motivazioni connesse a finalità non coincidenti con il pubblico interesse, potrebbero cercare, forzando le valutazioni di tipo tecnico, di boicottare la realizzazione dell’opera o di indirizzarne le modalità. Va peraltro evidenziato che l’art. 18, comma 3 lettera c) del DDL prevede la possibilità che il soggetto competente per la realizzazione dell’opera possa, con decisione motivata, prescindere dall’esito del dibattito e sostenere il progetto che è stato oggetto del dibattito stesso.
VIII.    Per quali opere pensate o in corso di valutazione sarebbe disponibile a chiedere subito un serio dibattito pubblico anche in assenza di obblighi di legge?
Ci troviamo in una particolare congiuntura, perché molte delle grandi opere ipotizzate negli ultimi anni, e sulle quali si è sviluppato un vivace dibattito sia in ambito politico sia nella società civile, sono finite su un binario morto a causa della contrazione delle disponibilità di risorse pubbliche. Abbandonato il velleitario progetto Metroland, accantonata pare definitivamente l’ipotesi inceneritore, l’opera per la quale sarebbe assai interessante promuovere un dibattito pubblico è il completamento dell’Autostrada della Valdastico. Altra opera di cui si è molto discusso negli ultimi anni è la realizzazione di una ferrovia delle Valli dell’Avisio, che connetta le Valli di Fassa, Fiemme e Cembra tra loro e con Trento.
IX.    Non ritiene che sia proprio l’assenza di volontà di confronto con la popolazione che molte opere in Trentino richiedono anni per essere anche solo iniziate?
Credo che negli ultimi anni abbiamo assistito in Trentino ad una significativa attivazione della società civile riguardo alla possibile realizzazione di alcune opere – penso, per esempio, alla ferrovia delle Valli dell’Avisio e al collegamento tra Rovereto e l’Alto Garda – e ad una sostanziale incapacità della classe di governo della nostra Provincia di dialogare con questi movimenti di popolo. Indubbiamente, ed è un bene, la società civile è oggi maggiormente in grado di interloquire con le pubbliche amministrazioni circa determinate opere, anche portando prese di posizione competenti elaborate con il supporto di esperti. Diciamo che oggi, fortunatamente, è difficile avviare grandi opere quando una rappresentanza significativa e competente del territorio interessato si dichiara contraria. Tuttavia è ancora molto debole, nella classe politica oggi al governo in Trentino, la disponibilità a promuovere quei reali processi di partecipazione che potrebbero portare alla costruzione di un ampio consenso per la realizzazione di determinate opere. Ho l’impressione di una ritrosia riguardo all’attivazione di processi di partecipazione da parte dei decisori pubblici, ma contestualmente di una non volontà di assumersi la responsabilità a fronte di un dissenso espresso dalle popolazioni interessate, quali ne siano le ragioni.
X.    Potrebbe essere una spiegazione per la mancanza di confronto il fatto che la possibilità di dire “decido io”, ossia esercito un potere, sia spinta maggiore per il politico che non la volontà di trovare soluzioni ai problemi?
Certamente la nostra classe politica a livello provinciale presenta alcuni esponenti che vivono l’ebbrezza di poter dire “decido io” e che si ritengono depositari delle soluzioni più brillanti ed efficaci. L’aspetto più pernicioso di simili atteggiamenti è un’autoreferenzialità dell’azione politica, le cui priorità sono individuate non da una valutazione obiettiva del contesto di riferimento, bensì dalla maggior sensibilità di chi può decidere nei confronti di alcune tematiche piuttosto che di altre. Il dibattito pubblico risulta pertanto essere uno strumento di grande importanza che, se ben utilizzato, consente al decisore pubblico di esercitare una responsabilità più consapevole e più orientata al bene comune.

INIZIATIVA POPOLARE E REFERENDUM CONFERMATIVO
XI.    Cosa pensa della iniziativa popolare (nel testo referendum propositivo)?
L’iniziativa popolare costituisce già oggi una delle modalità per la presentazione di disegni di legge. È giustamente soggetta alla raccolta di un numero rilevante di sottoscrizioni (duemilacinquecento, salvo il caso delle disposizioni concernenti la tutela delle minoranze linguistiche), che tende a garantire che la proposta legislativa risponda a istanze sufficientemente diffuse tra la popolazione.
Per quanto concerne il referendum propositivo, così come per le altre forme referendarie, ritengo necessario mantenere la previsione di un quorum di votanti in rapporto agli aventi diritto. Ritengo si possa senz’altro aprire un confronto sulla determinazione di tale quorum, ragionando su percentuali inferiori a quella tradizionale del 50%+1 degli aventi diritto, ma esprimo la convinzione che il quorum assolva alla funzione di prevenire situazioni nelle quali minoranze anche esigue, ma adeguatamente organizzate, possano stabilire l’introduzione di norme che rispondono a interessi particolaristici oppure a istanze proprie di una frazione esigua della popolazione e non meritevoli di una specifica tutela normativa.
XII.    Cosa pensa dei referendum confermativi?
I referendum confermativi, così come previsti dal DDL, appaiono speculari rispetto ai referendum abrogativi, perseguendone di fatto le medesime finalità. Infatti, poiché gli atti sottoponibili a referendum sono i medesimi, è evidente che hanno interesse a promuovere un referendum confermativo coloro che puntano all’abrogazione delle disposizioni oggetto dei quesiti referendari, come reso evidente anche dal fatto che la richiesta di referendum confermativo produce immediatamente la sospensione dell’efficacia dei regolamenti e degli atti amministrativi sottoposti al giudizio degli elettori.
La sostanziale differenza, che giustifica la previsione del referendum confermativo, è l’estrema brevità dei tempi utili per proporlo e l’immediata sospensione dell’atto sottoposto alla verifica popolare, sospensione che riguarda anche le leggi che espressamente la prevedono. La ratio del referendum abrogativo pare invece quella di cancellare norme o provvedimenti che hanno già esperito i loro effetti, sui quali i promotori del referendum hanno maturato una valutazione espressamente negativa.
XIII.    Quale è la sua posizione sui 3 punti qualificanti della proposta sul referendum (materie, firme, quorum)?
Consideriamo uno alla volta i tre punti qualificanti della proposta sul referendum:

  1. L’individuazione delle materie appare eccessivamente ampia. La possibilità di sottoporre a referendum anche atti amministrativi, seppure di particolare rilevanza, rischia di portare ad un’eccessiva proliferazione di consultazioni elettorali, a un eccessivo potere di condizionamento nei confronti degli Organi istituzionali – Consiglio provinciale e Giunta provinciale – e dei loro singoli membri, al rischio di uno scardinamento dei principi della democrazia rappresentativa e alla svalutazione dei ruoli di Presidente, Assessore, Consigliere della Provincia autonoma di Trento. I referendum, salvo pochissime eccezioni che il DDL dovrebbe individuare in modo puntuale, dovrebbero riguardare solamente leggi provinciali ed eventualmente regolamenti di attuazione. Per tutti gli ulteriori atti amministrativi dovrebbe valere la regola per la quale le Deliberazioni assunte dalla Giunta provinciale e le Determinazioni dei Dirigenti possono solamente essere impugnate in sede giurisdizionale se risultano lesive di determinati diritti.
  2. La quantificazione del numero di firme da raccogliere per indire un referendum mi pare equa in rapporto alla popolazione residente in provincia di Trento.
  3. Ribadito che l’ampiezza del campo degli atti della Provincia che possono essere sottoposti a referendum va, a mio giudizio, significativamente ridotta, per salvaguardare i principi stessi della democrazia rappresentativa, intesa come sistema politico nel quale la funzione legislativa e la funzione esecutiva sono esercitate essenzialmente da coloro che il popolo ha scelto quali propri rappresentanti, ribadisco la mia convinzione circa la necessità di fissare un quorum. Sono disponibile a discutere senza pregiudizi su questo aspetto, anche tenendo conto che la partecipazione dei cittadini alle diverse consultazioni elettorali sta tendenzialmente diminuendo, a volte in maniera decisamente preoccupante.
    Senza alcuna presunzione, e dando atto ai promotori del DDL di aver studiato attentamente l’utilizzo dello strumento referendario in altri Paesi, ritengo che l’impianto della democrazia diretta e della partecipazione dei cittadini che funziona egregiamente in Svizzera non produrrebbe esiti altrettanto virtuosi nel nostro contesto nazionale e, seppur non del tutto analogamente, neppure nel nostro Trentino. Tocchiamo con mano ogni giorno la frammentazione di una società civile che, pur esprimendo sovente una vibrante vitalità e una significativa capacità di mobilitazione, è ancora troppo spesso attraversata da particolarismi, dal perseguimento di interessi lodevoli e legittimi ma parziali, da un’insufficiente capacità di costruire rappresentazioni condivise delle sfide dei nostri tempi e degli strumenti con cui affrontarle. Introdurre senza una dovuta gradualità istituti che definiscono un quadro di democrazia diretta molto spinta ci fa correre il rischio, a mio giudizio, di alimentare quelle spinte particolaristiche che rischiano di produrre conseguenze negative sul piano della coesione sociale.

XIV.    Quali emendamenti pensa eventualmente di proporre?
Le risposte che ho formulato alle domande precedenti tracciano la via verso i possibili miei emendamenti al DDL presentato:
–        una più stringente limitazione degli atti sottoponibili a referendum;
–        la determinazione di un quorum – e ribadisco la mia convinzione che su tale aspetto si debba aprire un ampio confronto con i proponenti il DDL e con le diverse forze politiche per conferire validità alla consultazione referendaria, a garanzia della sufficiente ampiezza della platea di cittadini interessati dal quesito sottoposto alla votazione.

LEGGE ELETTORALE E REVOCA DEL MANDATO
XV.    Qual è la sua posizione nei confronti delle norme che prevedono la revoca del mandato da parte dell’elettorato?
Sono favorevole alla possibilità che un numero consistente di cittadini (5.000) possa proporre una mozione di sfiducia motivata nei confronti del Presidente e di singoli assessori della Provincia. Si tratta di uno strumento che può sollevare un dibattito in seno all’opinione pubblica, anche riguardo ad atti significativi, i quali spesso vengono assunti senza che i cittadini vengano adeguatamente posti nella condizione di esserne messi al corrente. Tale strumento enfatizza un elemento centrale della democrazia rappresentativa: l’eletto risponde al cittadino, al quale è giusto assegnare gli strumenti per poter valutare l’operato dell’eletto e, laddove siano esercitate funzioni di governo, anche per poterlo motivatamente sfiduciare.
XVI.    Cosa pensa del limite dei mandati?
Il limite dei mandati per il Presidente, gli assessori e i consiglieri della Provincia mi sembra equo. Nello specifico, lo trovo opportuno per impedire quel professionismo della politica che troppo spesso – non sempre, e lo sottolineo – guida il pubblico amministratore ad assumere decisioni e posizioni più funzionali alla propria rielezione che non rispondenti agli interessi complessivi della propria terra e della gente che la abita.
XVII.   Quale è la sua posizione sull’anagrafe pubblica degli eletti e dei nominati e cosa dovrebbe contenere a suo parere?
Sono favorevole all’anagrafe pubblica degli eletti e dei nominati. Credo che vi dovrebbero essere riportati i redditi, la situazione patrimoniale, le cariche direttive eventualmente ricoperte in altri enti.
XVIII.   E’ d’accordo con questi 3 articoli, ed eventualmente quali eliminerebbe o emenderebbe, e in questo caso, come?
Sì, sono d’accordo con i contenuti dei tre articoli, la cui natura, pur discostandosi in parte dall’impianto centrale del DDL, risulta tutto sommato coerente con la previsione di un maggior controllo dell’opinione pubblica nei confronti degli amministratori pubblici a livello provinciale.

Nella scorsa legislatura avevano risposto i consiglieri:

  • Rodolfo Borga (consigliere della I Commissione XIV e XV legislatura e Garante delle Minoranze XV legislatura) – aprile 2013
  • Luca Zeni (capogruppo PD nella XIV legislatura e presidente della I Commissione XV legislatura) – giugno 2013
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