
Il dibattito di queste settimane sulla scuola dell’infanzia e sull’apertura del mese di luglio rischia di fermarsi alla superficie del problema. Si discute di turni, di orari, di organizzazione del servizio, mentre la vera questione è un’altra: il fallimento delle procedure democratiche nel raccogliere, elaborare e ricomporre un conflitto sociale.
Se insegnanti e cittadini non avessero utilizzato gli strumenti previsti dall’ordinamento, si potrebbe comprendere la difficoltà delle istituzioni nel cogliere il disagio. Ma è accaduto esattamente il contrario.
Dal 2023 a oggi sono state presentate una petizione popolare sottoscritta da oltre 8.000 cittadini e cittadine, un disegno di legge di iniziativa popolare sostenuto da 5.865 firme certificate (41XVII) e una nuova petizione con altre 3.638 firme. A ciò si aggiungono audizioni, incontri, documenti tecnici e richieste di confronto. Difficile sostenere che il problema non fosse conosciuto.
La domanda allora diventa inevitabile: a cosa servono gli strumenti della partecipazione se, una volta attivati correttamente, non producono un confronto politico adeguato?
Il caso del disegno di legge di iniziativa popolare è emblematico. L’audizione pubblica del 3 aprile 2025, introdotta proprio per consentire ai promotori di illustrare le ragioni della proposta, avrebbe dovuto rappresentare un momento di ascolto istituzionale. Invece i rappresentanti della maggioranza della commissione competente erano assenti. Successivamente il disegno di legge è stato esaminato insieme ad altre iniziative legislative, con il risultato di spostare il dibattito dalle questioni pedagogiche e professionali sollevate dalle insegnanti ad altri temi, fino a far scomparire dal confronto pubblico il nucleo del conflitto.
Oggi assistiamo nuovamente a un dibattito mediatico alimentato dalla dialettica dei rappresentanti politici, che segue il medesimo copione contrapponendo maestre e famiglie, come se il problema fosse stabilire chi abbia ragione. Ma la politica dovrebbe fare esattamente il contrario: costruire luoghi e procedure capaci di far emergere gli interessi in gioco, comprenderli e ricomporli nell’interesse generale.
La scuola dell’infanzia trentina è stata per decenni un modello riconosciuto ben oltre i confini provinciali. Oggi rischia di perdere la propria identità educativa per inseguire una funzione prevalentemente assistenziale, mentre il confronto pubblico si riduce a slogan e polemiche quotidiane.
La democrazia, però, non consiste soltanto nel votare ogni cinque anni. Significa anche garantire che chi utilizza gli strumenti di partecipazione previsti da leggi e regolamenti venga realmente ascoltato e che le proprie argomentazioni siano oggetto di un confronto serio, trasparente e motivato. L’autonomia speciale dovrebbe rafforzare la capacità di una comunità di autodeterminarsi attraverso il dialogo tra istituzioni e società, non tradursi in decisioni unilaterali assunte senza un effettivo confronto con tutti i soggetti coinvolti.
Quando le istituzioni rinunciano a un confronto costruttivo e creativo con la cittadinanza attiva, il problema non riguarda soltanto le insegnanti della scuola dell’infanzia. Riguarda la qualità della nostra democrazia. Perché istituzioni incapaci di ascoltare una cittadinanza che partecipa secondo le regole finiscono inevitabilmente per alimentare sfiducia, conflitto e disaffezione verso la politica.
Alex Marini Presidente dell’associazione Più Democrazia in Trentino
* lettera proposta al giornale L’Adige il 7 luglio. A oggi non pubblicata
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