* pubblicato su Questo Trentino – giugno 2026
La sentenza definitiva della Corte di Cassazione sul filone principale dell’inchiesta “Perfido” chiude uno dei procedimenti giudiziari più rilevanti della storia recente del Trentino. La Suprema Corte ha riconfermato l’esistenza di una “locale” di ’ndrangheta radicata in Val di Cembra, operante soprattutto nel settore estrattivo del porfido, rigettando o dichiarando inammissibili i ricorsi degli imputati condannati per associazione mafiosa, concorso esterno, sfruttamento del lavoro, scambio elettorale politico-mafioso, detenzione di armi e altri reati collegati.
La pronuncia mette nero su bianco un fatto che per anni parte della politica e dell’opinione pubblica locale hanno tentato di minimizzare: la ’ndrangheta non era una presenza episodica o esterna, ma un sistema stabilmente radicato nel tessuto economico e sociale trentino. La Corte descrive un’organizzazione capace di esercitare forza intimidatoria, controllo delle relazioni economiche e condizionamento sociale, soprattutto nel settore del porfido, attraverso modalità “silenti”, meno appariscenti rispetto agli stereotipi mafiosi tradizionali ma non per questo meno efficaci.
Su questi temi, il 9 maggio scorso, Più Democrazia in Trentino ha promosso insieme alle ACLI Trentine, al Coordinamento Lavoro Porfido e all’Osservatorio Trentino Legalità un momento pubblico di riflessione volto a raccogliere le analisi e le impressioni di chi negli anni ha seguito da vicino la vicenda (registrazione integrale su YouTube). All’incontro hanno partecipato Nicola Morra, già presidente della Commissione parlamentare antimafia, Luigi Gaetti, già sottosegretario al Ministero dell’Interno, l’avvocata Sara Donini, legale degli operai costituiti parte civile, oltre ai giornalisti Ettore Paris e Domenico Sartori. Un confronto che ha contribuito a chiarire ulteriormente alcuni passaggi della vicenda, ma che al tempo stesso rende ancora più evidente la necessità di ampliare l’analisi oltre il piano strettamente giudiziario.
Il procedimento penale rappresenta infatti soltanto la punta dell’iceberg. Ridurre “Perfido” a una vicenda criminale di un manipolo di delinquenti significherebbe non comprendere la profondità della questione sociale che emerge dagli atti processuali. Dentro questa storia si nasconde infatti un sistema di sfruttamento del lavoro, prevalentemente straniero, che richiama le “vite di scarto” descritte da Zygmunt Bauman: uomini resi invisibili, ricattabili, sacrificabili in nome della produzione e del profitto.
La sentenza richiama episodi di gestione “schiavistica” delle maestranze, salari irrisori, intimidazioni e violenze contro lavoratori che rivendicavano diritti elementari (sentenza 13388/2026 sezione Seconda Penale). Emblematico il pestaggio dell’operaio cinese Hu Xupai, aggredito brutalmente dopo aver chiesto il pagamento del lavoro svolto. La Corte sottolinea come il timore di ritorsioni inducesse molti operai a non denunciare gli abusi.
Ma ciò che rende la vicenda ancora più inquietante è il contesto che ha permesso tutto questo. Gli anticorpi democratici e istituzionali si sono rivelati deboli o neutralizzati da connivenze, complicità, conflitti di interesse e dinamiche di costruzione del consenso. Per anni il motto implicito è stato: “non disturbare chi produce”. Un principio che ha garantito stabilità a un sistema perverso fondato sulla subordinazione della dignità del lavoro e dell’ambiente agli interessi economici.
Già molto prima degli arresti, i segnali erano evidenti. La Commissione Europea aveva costretto la Provincia a intervenire sul sistema delle concessioni del porfido. Il Coordinamento Lavoro Porfido denunciava pubblicamente anomalie e sfruttamento. Esistevano esposti, vertenze, denunce per colmare il vuoto lasciato dalle organizzazioni sindacali che arrivavano perfino a favorire la sottoscrizione di accordi a dir poco svantaggiosi per i lavoratori. Eppure il sistema politico-amministrativo ha preferito non vedere.
In questo senso colpisce la lucidità della tesi di laurea elaborata da Alberto Marmiroli all’Università di Trento nell’anno accademico 2018/2019, dunque prima della chiusura delle indagini. Quel lavoro – promosso in autonomia e lungimiranza da uno studente di laurea magistrale e non da un ricercatore di un centro di eccellenza – descriveva il settore del porfido come un contesto ideale per l’infiltrazione mafiosa: bassa specializzazione tecnologica, forte dipendenza dalla manodopera, presenza di lavoratori stranieri ricattabili e intreccio strutturale tra interessi economici e amministrazioni locali.
Marmiroli metteva inoltre in relazione il caso trentino con le dinamiche emerse nel processo “Aemilia” in Emilia-Romagna, mostrando come la ’ndrangheta contemporanea preferisca infiltrarsi silenziosamente nei tessuti economici più ricchi del Nord piuttosto che manifestarsi con la violenza plateale tipica del passato. Una lettura sociologica che oggi appare impressionante per precisione e capacità anticipatoria.
È significativo che ad opporsi e a raccontare questa realtà siano stati spesso soggetti considerati “eretici” dal contesto locale. Gli esponenti del CLP, un segretario comunale e un numero troppo ristretto di giornalisti e rappresentanti politici hanno avuto il coraggio di denunciare pubblicamente ciò che molti preferivano ignorare. Per questo hanno subito isolamento, delegittimazione e azioni ritorsive da parte di amministratori pubblici e settori della rete di potere locale.
La sentenza “Perfido” non chiude dunque una stagione. Al contrario, apre una domanda politica e culturale che il Trentino non può più evitare: come è stato possibile che un sistema di sfruttamento e condizionamento mafioso si radicasse così a lungo in un territorio che continua a rappresentarsi come modello di autonomia, coesione sociale e buon governo?
La vera sfida inizia adesso. Perché il problema non riguarda soltanto la repressione penale della mera manovalanza della criminalità organizzata, il capro espiatorio perfetto di colpe molto più profonde, ma la capacità di una comunità di riconoscere le proprie zone grigie, le proprie convenienze e le proprie responsabilità collettive. La stampa, con poche eccezioni che venivano derubricate a pornografia informativa, è stata occupata a celebrare la magnificenza della classe dirigenti anziché a investigare le connivenze e le debolezze del sistema. Politici, funzionari pubblici, operatori di settore, professionisti e operatori bancari hanno coperto il degrado con il silenzio, l’omertà e la rimozione sistematica dei segnali d’allarme. I colletti bianchi sono stati toccati solo marginalmente, prevalentemente attraverso figure di secondo piano mentre rappresentanti delle forze dell’ordine e magistrati che intrattenevano rapporti con il gruppo criminale se la sono cavata con provvedimenti di natura disciplinare.
Bisognerebbe avere il coraggio di ammettere che non siamo di fronte soltanto a un problema di lavoro o a una storia criminale circoscritta. Siamo di fronte a un problema di democrazia, di controllo politico e di responsabilità diffuse. Un problema che può essere affrontato solo attraverso un processo reale di trasparenza e riconciliazione civile, nel quale ognuno metta a disposizione gli elementi di propria conoscenza e si assuma la responsabilità di contribuire alla verità pubblica. Serve inoltre gettare le basi per costruire un sistema in cui i meccanismi di controllo e accountability siano effettivi e non castelli virtuali di regole formali facili da bypassare e in cui i principi dello stato di diritto siano attuati, affinché questa storia non si ripeta nel volgere di pochi anni.
Alex Marini – presidente di Più Democrazia in Trentino


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