
Siamo lieti di ospitare sul nostro sito Luca Jaupi, che ha recentemente ricevuto una menzione d’onore nella seconda edizione del premio “Vince la democrazia“.
(immagine di copertina: Museo Storico Nazionale di Tirana, particolare dal mosaico della facciata – foto di Dritan Mardodaj)
La commissione ha premiato la sua tesi, “Forme di Stato e di governo. Analisi della forma di Stato totalitaria albanese durante il regime di Enver Hoxha (1944-1985)” (abstract), con la seguente motivazione: “La tesi ricostruisce con rigore il totalitarismo albanese durante il regime di Enver Hoxha, attraverso un’approfondita analisi giuridico-istituzionale basata anche su fonti originali consultate in Albania. Il lavoro evidenzia come il diritto sia stato utilizzato come strumento di dominio assoluto, approfondendo il ruolo del partito unico, della propaganda, della repressione religiosa e della polizia segreta Sigurimi. L’elaborato si distingue per originalità, solidità scientifica e capacità di affrontare temi storici, politici e filosofici complessi con chiarezza e precisione.”
L’Albania è un Paese geograficamente vicino all’Italia e legato a noi da una numerosa comunità che contribuisce ogni giorno alla crescita economica, sociale e culturale del nostro Paese. Eppure, la sua storia contemporanea rimane poco conosciuta dal pubblico italiano. Le barriere linguistiche e una limitata attenzione accademica e mediatica hanno spesso lasciato in ombra le vicende di uno dei regimi più chiusi e peculiari dell’Europa del Novecento. Oggi, mentre il dibattito pubblico albanese torna a interrogarsi sul rapporto tra istituzioni, diritti e integrazione europea, il lavoro di Luca Jaupi offre strumenti preziosi per comprendere le radici storiche della democrazia albanese e le sfide che essa si trova ancora ad affrontare.
L’intervista a Luca Jaupi
1. Luca, quale periodo storico hai analizzato nella tua ricerca e quali motivazioni personali e accademiche ti hanno portato a dedicare la tua tesi di laurea magistrale a questo tema?
La mia ricerca analizza la forma di Stato totalitaria albanese durante il regime di Enver Hoxha, dal 1944 al 1985. Ho scelto questo tema perché, nel dibattito sul totalitarismo, l’esperienza albanese rimane ancora poco studiata, soprattutto nella dottrina dello Stato. Proprio tale lacuna mi ha indotto a recarmi in Albania per svolgere un periodo di ricerca, durante il quale ho potuto consultare fonti originali che hanno consentito di conferire maggiore solidità scientifica al mio lavoro. Accanto alla motivazione accademica, c’è anche una ragione personale: sono figlio di due cittadini albanesi che hanno lasciato il Paese dopo il crollo del regime comunista. Studiare questa storia, quindi, ha significato anche confrontarmi con le mie radici familiari e con una parte importante della mia identità.
2. Durante la cerimonia di premiazione il relatore della tesi, professor Matteo Cosulich, ha ricordato che l’Università non deve limitarsi a formare tecnici, ma cittadini consapevoli. In che modo lo studio di un’esperienza totalitaria può contribuire oggi alla formazione civica e alla difesa dei valori democratici?
Lo studio del totalitarismo è fondamentale perché ci aiuta a comprendere che non si tratta di un fenomeno lontano o astratto. Analizzare come un regime totalitario si costruisce anche sul piano giuridico e istituzionale permette di capire che la democrazia può essere svuotata progressivamente, anche attraverso strumenti formalmente legali. Il caso albanese è particolarmente significativo perché, mentre in Italia la democrazia muoveva i suoi primi passi dopo il 1946, dall’altra parte dell’Adriatico si consolidava uno dei regimi più chiusi d’Europa. Conoscere queste esperienze serve quindi a individuare possibili figure sintomatiche di una degenerazione totalitaria, veri e propri campanelli d’allarme. Studiare il totalitarismo, in questo senso, significa difendere meglio la democrazia.
3. Hai avuto modo di confrontarti con membri della comunità albanese, in Albania o all’estero, sui temi affrontati nella tua tesi? Quali reazioni o testimonianze ti hanno colpito maggiormente?
Certamente la mia famiglia porta con sé una memoria legata alla storia dell’Albania comunista. Tuttavia, devo dire che ho compreso davvero la profondità di quel totalitarismo non solo attraverso le letture scientifiche e le fonti utilizzate nella tesi, ma anche grazie a incontri informali avuti durante il periodo di ricerca a Tirana. Davanti alla Biblioteca nazionale e all’Archivio centrale dello Stato ho parlato con donne e uomini che mi hanno raccontato cosa abbia significato, nella vita quotidiana, vivere sotto il regime di Enver Hoxha. Queste testimonianze non rientrano nella tesi, perché non avevano carattere scientifico, ma mi hanno colpito profondamente. Mi hanno fatto capire quanto il totalitarismo albanese pretendesse di controllare e incidere su ogni aspetto della vita delle persone.
4. Recentemente alcuni studiosi dell’Università di Tirana hanno pubblicato su Federalismi una ricerca dedicata all’evoluzione dei diritti umani in Albania tra il 1912 e il 1990. Hai riscontrato elementi di convergenza o particolari differenze rispetto alle conclusioni raggiunte nel tuo lavoro?
Sì, credo che ci sia un punto di contatto importante. La storia costituzionale albanese mostra spesso una distanza tra i diritti scritti nei testi e la loro effettiva protezione. Questo aspetto emerge con particolare forza durante il regime di Enver Hoxha. Nella mia tesi, però, ho provato a guardare la questione da una prospettiva diversa. Non mi sono concentrato soltanto sui diritti proclamati, ma sul modo in cui l’intero ordinamento veniva costruito per impedire che quei diritti potessero davvero funzionare come limite al potere. In questo senso, il mio lavoro dialoga con quella ricerca, ma si concentra sul cuore del periodo totalitario e mostra come il diritto fosse parte stessa del meccanismo di dominio.
5. Uno degli aspetti più interessanti della tua ricerca riguarda l’uso del diritto come strumento di conservazione del potere. Guardando all’Albania contemporanea, e in particolare al dibattito suscitato dal Protocollo Italia-Albania in materia migratoria e dalla decisione della Corte costituzionale albanese, ritieni che esistano ancora tensioni tra indipendenza delle istituzioni e indirizzo politico del governo?
È una domanda delicata e credo che alcune tensioni esistano ancora, ma non le leggerei come una continuità diretta con il passato totalitario, perché sarebbe una forzatura. Il caso del Protocollo Italia-Albania mostra però che il rapporto tra indirizzo politico e garanzie istituzionali resta un tema molto attuale. La decisione della Corte costituzionale albanese, adottata con una maggioranza molto stretta, dimostra che la questione non era affatto pacifica. Mi sembra inoltre singolare che, nonostante la delicatezza della materia, la Corte non abbia ritenuto di chiedere un parere consultivo alla Corte EDU. A mio avviso, la tensione tra politica e istituzioni esiste in ogni democrazia; difatti, più che parlare di istituzioni deboli, direi piuttosto che il caso di specie mostra un equilibrio ancora delicato tra indirizzo politico e garanzie istituzionali. In vicende simili, infatti, si può misurare quanto la decisione politica sia davvero disposta a confrontarsi con garanzie interne ed europee. Perciò, avrei ritenuto opportuno un confronto anche sul piano europeo, attraverso la richiesta di un parere consultivo alla Corte EDU.
6. Dopo oltre trent’anni dalla caduta del regime comunista, quali elementi dell’eredità totalitaria sono ancora rintracciabili nella cultura politica, nelle istituzioni o nei comportamenti sociali? Esiste una consapevolezza diffusa di questa eredità?
A mio avviso, l’eredità totalitaria enverista si vede anche nella difficoltà di ricominciare davvero da zero dopo la caduta del regime. Le istituzioni erano ancora attraversate da persone formate dentro quel sistema e anche una parte della nuova classe politica proveniva da quel mondo, come dimostra il fatto che lo stesso leader del Partito Democratico avesse alle spalle quel percorso. Però il regime non è riuscito a trasformare fino in fondo il modo di essere degli albanesi. La Sigurimi e la delazione hanno provato a eliminare la fiducia dai rapporti sociali degli albanesi. Eppure questi tòpoi del totalitarismo schipetaro si scontravano con un modo di essere profondamente legato all’ospitalità e alla generosità. L’Albania che conosco è anche questo, un Paese in cui spesso chi ti accoglie tende a darti davvero il cuore. Per questo credo che quel passato abbia ferito la società albanese, senza però cancellarne la parte più umana.
7. Nelle ultime settimane una parte crescente della società civile albanese è scesa in piazza per chiedere maggiore trasparenza, lotta alla corruzione e qualità della democrazia. Come interpreti questi fenomeni? Ti sembrano il segnale di una cittadinanza più esigente e partecipe?
Io interpreto queste proteste come un segnale positivo di maturazione democratica. Non le leggerei solamente come una contestazione contro l’attuale Primo ministro Edi Rama o contro un singolo progetto turistico, ma come la richiesta di una democrazia più trasparente e più attenta all’interesse pubblico. Credo che il turismo sia fondamentale per l’Albania e che servano investimenti seri per promuoverlo, perché può rappresentare una grande occasione di crescita economica e di apertura internazionale. Però il punto è capire quale modello di turismo si vuole costruire. Lo sviluppo turistico non può avvenire sacrificando l’ambiente e le comunità locali. Ritengo che debba essere un turismo rispettoso del territorio e accompagnato da procedure trasparenti. Per questo guardo con favore ai cittadini che protestano quando portano avanti tali istanze meritevoli di tutela. Mi sembra positivo vedere una società civile sempre più partecipe e consapevole dei propri diritti.
8. L’adesione all’Unione Europea continua a rappresentare uno degli obiettivi strategici dell’Albania. Alla luce della tua ricerca, quanto è radicata oggi questa aspirazione nella società albanese? E pensi che il processo di integrazione europea possa contribuire a colmare il divario tra il riconoscimento formale dei diritti e la loro effettiva tutela, che ha caratterizzato a lungo la storia costituzionale del Paese?
Credo che l’aspirazione europea sia oggi molto radicata nella società albanese e anche nella sua classe politica. Per molti cittadini, soprattutto giovani, l’Europa rappresenta un modello di Stato di diritto più affidabile e una possibilità concreta di futuro. La mia ricerca dimostra che la storia costituzionale albanese è stata segnata a lungo da una distanza enorme tra diritti riconosciuti nei testi e diritti realmente garantiti nella vita delle persone. Personalmente, penso che il processo di integrazione europea possa contribuire molto a colmare questo divario. L’Unione Europea, da questo punto di vista, può svolgere una funzione importante, perché impone un confronto continuo sullo Stato di diritto. L’ingresso nell’Unione servirebbe soprattutto a rafforzare il controllo sulle istituzioni albanesi e ad accompagnare il Paese in un percorso democratico più stabile e maturo, rendendo questo percorso più verificabile e meno esposto al rischio di restare solo formale.
9. La democrazia si costruisce spesso a partire dalle istituzioni più vicine ai cittadini. In Trentino, così come in molte altre realtà italiane, diversi cittadini di origine albanese partecipano attivamente alla vita politica locale e siedono nei consigli comunali. Qual è, a tuo avviso, lo stato di salute della democrazia locale in Albania rispetto all’Italia? Quali insegnamenti potrebbero scambiarsi i due Paesi sul terreno della partecipazione civica e dell’autogoverno delle comunità?
A mio avviso, il confronto tra Albania e Italia va fatto con equilibrio, senza cadere né nell’idealizzazione dell’Italia né in una rappresentazione negativa dell’Albania. L’Italia, e in particolare il Trentino, ha certamente una tradizione più consolidata in materia di autonomie locali. L’Albania, invece, è una democrazia più giovane, che porta ancora con sé il peso di una lunga esperienza totalitaria. Nonostante ciò, l’OSCE, parlando delle elezioni locali albanesi del 2023, ha riconosciuto che esse sono state complessivamente gestite in maniera ordinata e hanno visto la partecipazione delle principali forze politiche, in un contesto generalmente competitivo. Tuttavia, il regolare andamento del processo elettorale ha risentito di un clima politico fortemente polarizzato e di diversi profili critici, legati soprattutto al possibile impiego improprio di risorse pubbliche. Credo però che i due Paesi possano imparare molto l’uno dall’altro. L’Albania può guardare all’Italia, e in particolare a realtà come il Trentino, per rafforzare la cultura dell’autonomia locale e del pluralismo associativo. L’Italia, d’altra parte, può imparare dall’Albania il valore di una cittadinanza che non dà la democrazia per scontata. La presenza di cittadini di origine albanese nei consigli comunali italiani è, secondo me, un segnale molto positivo: dimostra che l’integrazione è anche politica e democratica. È la prova che una comunità, quando viene accolta e si sente parte del territorio, può contribuire attivamente alla vita pubblica.
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