«Sindaci civici» tra retorica e storytelling

E’ noto agli studiosi di semantica e agli scienziati sociali come il significato delle parole chiave usate in politica muta radicalmente nel tempo. Per esempio, è illuminante l’analisi svolta dal ricercatore, giornalista e poeta David Van Reybrouck sul processo di mutamento della terminologia utilizzata per definire il sistema di governo dei Paesi dell’Occidente.

Nell’opera “Contro le elezioni” (Feltrinelli, 2013), attraverso un’accurata indagine retrospettiva degli avvenimenti politici degli ultimi secoli, l’autore olandese ci dimostra come le medesime modalità di selezione della classe dirigente, nell’Ottocento venivano classificate come sistema di aristocrazia elettiva mentre oggi sono comunemente considerate un elemento cardine della democrazia rappresentativa.

A tal riguardo, è opportuno avviare una riflessione sulla semantica della politica su scala locale allo scopo di ragionare sulle dinamiche che hanno portato all’introduzione nel dibattito pubblico provinciale del neologismo “sindaci civici”. In vista delle prossime scadenze elettorali, la locuzione è impiegata quotidianamente per individuare alcuni primi cittadini per chiamarsi fuori dal sistema dei partiti ma che, ai partiti, si ispirano più o meno esplicitamente e, ai partiti, chiedono (e ottengono?) cariche, posizioni e benefici.

Considerato che in questa sede il significato di sindaco non è in discussione, è utile, invece, fare il punto sull’aggettivo predicativo “civico”. I dizionari definiscono perlopiù il termine come “proprio del cittadino in quanto appartenente a uno Stato o una collettività organizzata” (Hoepli e Treccani) o “che concerne il cittadino in quanto membro di uno stato, con valore prevalentemente etico” (Sabatini Coletti). Tuttavia, ha anche una seconda accezione: “che appartiene alla città” (Sabatini Coletti).

Da questa prima rudimentale analisi lessicale arriviamo quindi a due conclusioni. La prima, più elementare, è che il neologismo “sindaci civici” non è altro che una locuzione retorica poiché ripete il medesimo concetto: il sindaco è, per legge, espressione della collettività politica e appartiene alla città ed è, per conseguenza logica, civico.

La seconda conclusione, più audace, è che vi sia stata un’appropriazione indebita dell’aggettivo da parte di una manciata di sindaci per differenziarsi dagli altri sindaci trentini (in totale sono 177). Infatti, da una seppur sommaria valutazione del contesto locale non risulterebbe che i sindaci in questione, Valduga e Oss Emer per citare i più glamour, abbiano un’attitudine civica più elevata rispetto agli altri. Nella fattispecie, nell’ambito della partecipazione popolare, della trasparenza della pubblica amministrazione e del coinvolgimento delle minoranze, temi civici per eccellenza, non paiono significativamente più virtuosi degli altri.

La domanda che si solleva attiene pertanto al fatto che alcuni soggetti politici si definiscono civici anche se in realtà non lo sono. Per lo meno, non lo sono più degli altri.

Il neologismo è stato coniato per soddisfare il bisogno precipuo di narrare una realtà diversa rispetto a quella accertata? Se così fosse, i primi cittadini di Rovereto, Pergine, Tione e Mezzolombardo, ma anche il sindaco mocheno di Frassilongo, opererebbero nel solco della strada segnata da Detroit, la prima città al mondo ad aver aperto un bando per assumere un “chief storyteller”. Sembrerebbe così che la capacità di proiettare l’immagine di un’altra città, possibilmente amministrata da una classe migliore di quella che quotidianamente si confronta con i cittadini, sia quindi entrata a far parte del manuale dell’amministratore pubblico nell’era della post-verità.

Alex Marini – ex presidente dell’associazione Più Democrazia in Trentino

Intervento pubblicato sul Corriere del Trentino – 13 settembre 2017
Seguono repliche:
– di Roberto Oss Emer su Corriere del Trentino – 16 settembre 2017
– di Nicola Zoller sul Corriere del Trentino – 24 settembre 2017
– di Stefano Fait, Il Dolomiti – 2 ottobre 2017

 

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