
Nell’editoriale di Paolo Pombeni “Riforma elettorale, quanti problemi”, pubblicato l’8 luglio sul giornale L’Adige, colpisce il ricorso a etichette e giudizi sommari per descrivere alcune personalità che, secondo indiscrezioni giornalistiche, potrebbero essere coinvolte in futuri progetti politici. Tra queste viene citata Francesca Albanese, accomunata alle “star estremiste dei talk show“.
È una definizione che ritengo profondamente ingiusta e di cattivo gusto e dalla quale credo sia opportuno prendere le distanze.
Francesca Albanese non è una commentatrice televisiva che costruisce la propria notorietà attraverso il dibattito mediatico. È la Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati dal 1967, incarico che comporta responsabilità giuridiche e istituzionali di assoluto rilievo.
I rapporti che presenta al Consiglio dei diritti umani e all’Assemblea generale delle Nazioni Unite sono documenti elaborati nell’ambito del mandato conferitole in quanto esperta indipendente e secondo le procedure previste per i Relatori Speciali. Essi si fondano su contributi, testimonianze, dati e osservazioni raccolti attraverso consultazioni rivolte a governi, organizzazioni internazionali, università, associazioni e soggetti della società civile. Tali documenti possono essere criticati, contestati o confutati nel merito, ma non liquidati attraverso qualificazioni che finiscono per screditare la persona anziché confrontarsi con il contenuto del suo lavoro.
Negli ultimi anni Albanese ha prodotto ben sette rapporti che affrontano temi di straordinaria rilevanza: la tutela dei diritti umani nei territori occupati con particolare riferimento ai bambini, il diritto internazionale umanitario e lo stato di diritto in Israele, il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese, le responsabilità degli attori economici coinvolti nell’occupazione e, più recentemente, le possibili violazioni della Convenzione sul genocidio. Si tratta di documenti che hanno alimentato un ampio dibattito giuridico internazionale e che sono stati presi in considerazione da istituzioni, organismi come la Corte internazionale di giustizia e studiosi di tutto il mondo.
Naturalmente tali rapporti possono essere oggetto di contestazioni politiche e scientifiche. È del tutto legittimo dissentire dalle conclusioni della Relatrice Speciale, così come è legittimo sottoporle a critica rigorosa. Ben diverso è ricorrere a etichette che contribuiscono alla delegittimazione personale di chi esercita un mandato conferito dalle Nazioni Unite.
È proprio questo l’aspetto che colpisce nell’editoriale di Paolo Pombeni: un’analisi che ha la pretesa di presentarsi come una riflessione di scienza politica è appesantita da qualificazioni sprezzanti e giudizi di valore che non aggiungono nulla all’argomentazione e molto contribuiscono a orientare il lettore. Le etichette possono essere un efficace espediente retorico, ma non sostituiscono il confronto con i fatti e con il merito delle questioni, che peraltro nel caso di specie sono gravissime perché collegate alle tipologie dei più efferati eccidi della storia recente come quelli che si sono verificati in Ruanda e nell’ex Jugoslavia. Quando vengono impiegate per screditare persone che ricoprono incarichi istituzionali di rilievo internazionale, esse rischiano di trasformare la riflessione in uno strumento di delegittimazione politica. È uno stile di scrittura che merita una riflessione critica anche da parte della testata che lo ospita, perché l’autorevolezza di un giornale si misura anche dalla capacità di distinguere il legittimo pluralismo delle opinioni dall’uso di espressioni che possono compromettere la percezione della sua imparzialità.
Il dibattito pubblico ha bisogno di pluralismo e di confronto anche acceso. Ma proprio per questo dovrebbe evitare formule che riducono la complessità a uno slogan e che finiscono per alimentare la polarizzazione anziché favorire una discussione informata.
Le opinioni possono essere diverse. Il rispetto per le istituzioni internazionali e per chi opera al loro interno dovrebbe invece rappresentare un patrimonio comune, soprattutto quando si affrontano questioni tanto drammatiche quanto le violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale.
Sarebbe invece auspicabile che il dibattito pubblico si concentrasse sul merito dei rapporti che Francesca Albanese ha presentato alle Nazioni Unite dal 2022 a oggi e sui fatti in essi documentati. È lì che dovrebbe svilupparsi il confronto, anche quando le conclusioni risultano controverse, e non nella preventiva delegittimazione di chi è chiamato a svolgere un mandato internazionale. La costruzione di una reale consapevolezza collettiva passa infatti attraverso lo sforzo di approfondire temi di straordinaria attualità, quali la condizione del popolo palestinese, il rispetto del diritto internazionale umanitario e il ruolo che la comunità internazionale, compresi i Paesi occidentali, ha assunto di fronte a violazioni dei diritti umani di eccezionale gravità.
Alex Marini – presidente di Più Democrazia in Trentino
* Lettera inviata a L’Adige il 14 luglio e non pubblicata
* Credits immagine di copertina – shutterstock su ISPIonline
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