
Nel corso della seduta del Consiglio comunale del 30 luglio scorso il consigliere Renato Tomasi ha posto una domanda tanto semplice quanto legittima: perché l’Associazione Più Democrazia in Trentino ha presentato un ricorso contro la modifica dello Statuto sulla cosiddetta “cittadinanza di comunità”? Che cosa ci guadagniamo?
Poiché il consigliere è stato uno dei pochi a riconoscere la dignità della questione, arrivando poi a votare a favore della proposta di ordine del giorno per disciplinare la consultazione pubblica, riteniamo corretto rispondere pubblicamente.
La risposta è semplice: non abbiamo mai contestato il fine politico della deliberazione. Al contrario, da anni sosteniamo la necessità di coinvolgere maggiormente nella vita pubblica locale anche i residenti provenienti da Paesi terzi, perché vivere, studiare, lavorare e contribuire alla comunità crea responsabilità e appartenenza ben prima del riconoscimento formale della cittadinanza.
Ciò che abbiamo contestato è il metodo.
Lo Statuto comunale è la “costituzione” della città. Per questo il suo articolo 101 stabilisce che le modifiche statutarie debbano, di norma, essere precedute da idonee forme di consultazione popolare.
Nel caso della “cittadinanza di comunità”, tale consultazione si è ridotta a dieci giorni di pubblicazione di un avviso sull’albo telematico. Formalmente può essere sufficiente. Sostanzialmente, riteniamo di no.
Il ricorso è nato esattamente da questa domanda: una consultazione pubblica può davvero esaurirsi nella pubblicazione di un avviso che quasi nessuno consulta?
L’amministrazione ha sostenuto che la legge non impone modalità ulteriori. È vero. Ma lo Statuto non parla di “adempimenti minimi”: parla di idonee forme di preventiva consultazione popolare. È una differenza sostanziale.
Una consultazione è “idonea” quando consente ai cittadini interessati di conoscere la proposta, comprenderla e contribuire alla sua definizione prima che la decisione venga assunta. Se così non fosse, l’articolo 101 sarebbe privo di qualsiasi contenuto precettivo.
Durante il dibattito si è spesso affermato che il provvedimento ha un valore esclusivamente simbolico. Proprio qui emerge, a nostro avviso, un paradosso.
Se la modifica è soltanto simbolica, tanto più avrebbe potuto diventare l’occasione per costruire un percorso partecipativo capace di coinvolgere le associazioni che operano nell’integrazione, le comunità straniere, le scuole e i cittadini. Sarebbe stato possibile discutere non soltanto di un nuovo articolo dello Statuto, ma anche delle future politiche comunali per favorire partecipazione, inclusione e cittadinanza attiva.
Si è invece scelta una strada diversa: perseguire un obiettivo politico condivisibile attraverso uno strumento democratico utilizzato nella sua forma più ridotta.
È quella che i filosofi definiscono un’eterogenesi dei fini: un fine ritenuto giusto che finisce per indebolire il valore del mezzo impiegato per raggiungerlo.
Per noi, invece, il metodo democratico non è un dettaglio procedurale. È una garanzia sostanziale delle istituzioni.
Proprio per questo, parallelamente al ricorso, abbiamo elaborato e inoltrato a tutti i consiglieri comunali per il tramite della presidente Silvia Zanetti una proposta di ordine del giorno — poi fatta propria dalle consigliere Giulia Bortolotti e Alessia Tarter — con cui chiedevamo di definire criteri più avanzati per le future consultazioni pubbliche sulle modifiche statutarie, ispirandosi alle linee guida della Presidenza del Consiglio dei ministri e alle migliori pratiche internazionali: pubblicità adeguata, coinvolgimento dei soggetti interessati, utilizzo di strumenti digitali partecipativi, restituzione pubblica delle osservazioni ricevute e valutazione preventiva della forma di consultazione più adatta al tema trattato.
Quella proposta non è stata accolta. Anzi, nel dibattito non è stata praticamente discussa. Eppure rappresentava il vero tentativo di trasformare una controversia procedurale in un’occasione di miglioramento delle regole democratiche del Comune.
Le uniche consigliere che hanno raccolto l’appello dell’associazione sono state Giulia Bortolotti e Alessia Tarter, che hanno presentato la proposta di ordine del giorno elaborata da Più Democrazia in Trentino. Anche i consiglieri Devid Moranduzzo e Daniele Dematté, con i loro interventi in aula, e lo stesso Renato Tomasi, con il voto favorevole all’ordine del giorno, hanno riconosciuto che la questione della partecipazione e della consultazione pubblica meritava di essere affrontata.
Sorprende, invece, la difesa a oltranza dell’assessora alla partecipazione Giulia Casonato rispetto alla procedura seguita e, più in generale, il silenzio di chi si richiama ai valori dell’ascolto e della partecipazione, ma in questa circostanza ha finito per giustificare l’impiego di un mezzo democratico ridotto al minimo e con modalità discutibili per perseguire un obiettivo politico ritenuto condivisibile. Proprio questo è il punto: quando il fine prevale sul metodo, il rischio è quello di indebolire gli stessi principi democratici che si afferma di voler promuovere.
Vi è poi un ulteriore aspetto che merita attenzione. Il problema dei cittadini residenti provenienti da Paesi terzi non è tanto l’introduzione di uno strumento che la stessa Giunta ha più volte definito «meramente simbolico», quanto ciò che continua a mancare. Lo Statuto e i regolamenti comunali prevedono infatti forme estremamente generiche di partecipazione dei residenti privi della cittadinanza dell’Unione europea. A differenza di altri Comuni trentini, come Levico Terme, Pergine Valsugana e Lavis, il Comune di Trento non dispone nemmeno di una Consulta dedicata agli stranieri. Inoltre, l’articolo 22 del Regolamento sugli istituti di partecipazione, nel dare attuazione ai principi stabiliti dall’articolo 3 dello Statuto, subordina il loro coinvolgimento nelle consultazioni referendarie alla valutazione discrezionale della sussistenza di un «interesse rilevante e concreto» e solo a condizione che il medesimo interesse sia «adeguatamente motivato dal Comitato dei promotori all’atto del deposito delle firme». Se nemmeno una modifica dello Statuto che introduce la «cittadinanza di comunità» è stata ritenuta idonea a giustificare tale coinvolgimento, viene spontaneo domandarsi in quali casi questa previsione regolamentare possa trovare concreta applicazione.
È anche per questo che continuiamo a ritenere che il tema centrale non sia il valore simbolico della modifica approvata, bensì la costruzione di strumenti effettivi di partecipazione e corresponsabilità nella vita pubblica locale. L’inclusione non si realizza soltanto attraverso le dichiarazioni simboliche di principio, ma creando spazi permanenti nei quali le persone possano contribuire realmente alla formazione delle decisioni pubbliche.
* pubblicata sul numero di settembre di Questo Trentino in versione ridotta

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