Intervista a Cristiano Vecli: un canone alla Duodecima Contrapunto alla Quinta per l’iniziativa popolare

cristian-vecliCristiano Vecli è uno dei membri fondatori del comitato civico Più Democrazia in Trentino. Con quest’intervista ci siamo rivolti a lui per avere delle risposte sullo stato della democrazia e delle riforme che offrissero una chiave di lettura diversa rispetto a quelle standard proposte dalla politica. Cristiano, oltre ad occuparsi dell’attività commerciale di famiglia, è infatti anche consigliere circoscrizionale della città di Rovereto per i Verdi, viaggiatore appassionato di Islanda e batterista della storica band roveretana Red Solution.
Di seguito l’intervista:

Cosa ti ha spinto a far parte del comitato di Più Democrazia in Trentino e appoggiare l’iniziativa popolare?
La sensazione che fosse ora per la popolazione di riappropriarsi della cosa pubblica.

Fra pochi mesi il testo dell’iniziativa sarà votato in Consiglio provinciale. Nonostante ciò, non risulta essere tra le priorità dell’agenda politico-mediatica. Quali sono le tue sensazioni?
L’ignoranza spaventa. Peccato che ad essere spaventati siano i nostri rappresentanti politici, i primi che dovrebbero attivarsi per aumentare la partecipazione e ridurre così le loro responsabilità e quindi i loro compensi.

A proposito di strumenti di partecipazione, quale sarà il futuro delle 7 circoscrizioni di Rovereto? Mantenimento, abolizione o riforma all’insegna della partecipazione popolare?
Credo che si sia fatto molto rumore per nulla sulle circoscrizioni in generale. Verrebbe da dire “Abolire!”, che tanto non sono mai ascoltate, ma questo sarebbe fare una cortesia a chi le snobba per comodità. Come tutto il resto, credo dovrebbero costare meno. In assenza di un verbalizzante stipendiato dal comune, i gettoni servono per “ufficializzare” i verbali e gli atti dei vari consigli, mettendo però a libro paga tutti i consiglieri. Io ho sempre auspicato di ritornare al verbalizzatore per rendere così superflui i gettoni di presenza dei consiglieri. Con questa soluzione diverrebbe spropositato anche lo stipendio mensile dei presidenti. Purtroppo il dialogo sulla riforma è ridotto a populismo e non sono ottimista.

Red SolutionIn passato la musica era spesso sinonimo di idealismo e convivialità nonché un mezzo per trasmettere messaggi politici. Oggi?
La musica è sempre stato anche un prodotto. Come tutta l’arte, non è solo arte. Credo però che questo valga anche al contrario, ovvero che anche i prodotti non sono più solo prodotti. I messaggi (politici o meno) sono sempre più visibili su merci di ogni genere. Anzi, se adesso ti fai sfuggire il concetto del momento il tuo prodotto venderà meno. Curiosamente si chiama “riciclaggio”, “washing” in inglese. Adesso va di moda il “green washing” ovvero attualizzare un marchio “riciclandolo” come fosse il più amico degli amici della natura (anche la benzina è diventata “verde”). Dopo vent’anni di promozione dello stesso genere musicale posso dire che è sempre l’artista che fa la differenza. Non è solo la tecnica, non è solo il risultato finale, non è solo il messaggio, ma è generalmente l’emozione che riesce a trasmettere l’artista. Se una persona è sincera risulterà convinta di quello che dice e fa, altrimenti sarà stata solo una moda passeggera, come tanti se ne vedono e sentono.

Una canzone che abbineresti al ddl di Più Democrazia in Trentino?
Il lavoro è talmente complesso e articolato che bisognerebbe ricorrere alla musica classica per rendergli onore. Una canzone non sarebbe abbastanza. Consiglierei quindi un lavoro altrettanto complesso, ma propedeutico e fruibile. L’Arte della Fuga (Die Kunst der Fuge) di J.S. Bach contiene un Canone alla Duodecima Contrapunto alla Quinta. Eseguito dal quartetto Keller e i loro magnifici archi. E dura solo 2 minuti e 4 secondi.

In Islanda la crisi finanziaria del 2008 ha favorito una nuova e atipica forma di costituzionalismo da basso. Tu hai avuto la fortuna di osservare questo processo da una posizione privilegiata, qual è la tua chiave di lettura?
Dal 1994 mi reco in Islanda regolarmente. Fu proprio la musica a portarmi fin lassù e grazie alla musica ho goduto di un osservatorio senza pari su una piccola e ricca popolazione e perciò capace di cambiamenti repentini e violenti.
Purtroppo quando si vede un Paese che si ama andare allo sfacelo, non si può parlare di fortuna. Si passò da una rigida contingentazione delle attività economiche ad un liberismo sregolato. Questo spinse su i consumi e i fatturati, intaccando però i risparmi, favorendo l’indebitamento delle persone e accentrando enormi ricchezze nelle mani di spregiudicati speculatori. Se l’anno prima trovare un bar che vendesse vino e superalcolici era facoltà dei più ricchi, l’anno dopo ogni bar poteva avere le licenze che voleva, molti si indebitarono convinti che avere la propria attività volesse dire far soldi. Ma arrivarono subito anche i grossi gruppi internazionali. Poco dopo i negozietti cominciarono a chiudere, si costruirono centri commerciali, condomini enormi e si cominciarono a vedere i risultati concreti: speculazione edilizia, immigrazione di mano d’opera, emigrazione di cervelli, devastazione dell’ambiente con importazione di industria pesante, accentramento di capitali (in paradisi fiscali) da parte di pochissimi personaggi super influenti. Il governo finì con il fare da garante alle speculazioni, portando così il paese al default il 3 dicembre del 2008. La spinta dal basso arrivò perché era impossibile nascondere una verità così imbarazzante. La gente lassù si informa e legge molto più che qui in Trentino. Musicisti (ancora loro), scrittori, registi, artisti di ogni sorta si attivarono in campagne di sensibilizzazione e protesta, fino a che il governo cadde. Se ne formò uno nuovo e al posto di quello di centro-destra ne arrivò uno di centro-sinistra. Come sempre fu l’ultimo arrivato a dover rimettere a posto i conti e, non appena questi furono a posto, persero le elezioni e tornò al potere la coalizione che aveva causato il malanno, forte di aver rinfrescato la facciata, con nuovi e più giovani protagonisti. La gente anche là ha la memoria corta e tifa per i miliardari. Come qui.

Dopo l’entusiasmo iniziale che ha stimolato il processo di riforma, le proposte dei cittadini hanno resistito alle istanze conservatrici dei partiti e della finanza per una restaurazione del sistema?
No, come ho già anticipato. Io credo che molti siano stati accecati dall’orgoglio. Erano ricchi sfondati e il giorno dopo non avevano che debiti, debiti e debiti. Appena hanno potuto smarcarsi dalla necessaria austerity lo hanno fatto, anche se sicuramente sono tutti molto più accorti di prima. E stanno anche attenti a cosa fanno in parlamento, adesso.

Ja IslandJa Islanda riuscirà a richiedere il referendum per entrare in Europa?
Ho discusso e litigato più volte con più islandesi su questo tema. La verità è che la gente non era molto incline ad entrare nell’Unione Europea già prima della crisi. Visto come sono stati trattati dagli altri Paesi europei durante la crisi, gli islandesi non sono molto inclini all’entrata in Europa nemmeno ora. Con la sensibilizzazione e l’informazione molti vedono lati positivi nell’Islanda in Europa, ma sono i politici a non voler più sentir parlare di referendum, in quanto temono che il risultato sia differente dai loro desideri. E’ un gioco al gatto e al topo che vedo anche nel referendum sull’indipendenza scozzese. Lo vuole sempre e solo chi è sicuro di vincere, sondaggi alla mano. Cambia il sondaggio, cambia la volontà. Comunque, io la domanda l’avrei fatta alla rovescia, ovvero, riuscirà Já a vincere il referendum per restare fuori dall’Europa?

Dopo vent’anni di Berlusconismo anche in Italia ci sarebbero stati i presupposti per un costituzionalismo dal basso eppure si sta imponendo una linea centralista che riserva poco spazio ai cittadini. Perché?
L’Italia ha un gravissimo problema strutturale, è piena di italiani. Berlusconi ci ha ben dipinti e rappresentati tra corna, bunga-bunga e cucù. Noi siamo sempre convinti di essere migliori della maggior parte dei nostri connazionali, ma questo è un complesso di superiorità classico di chi, come Berlusconi, i problemi seri non li ha mai affrontati. Dal conflitto di interessi alla tragica fine di Gheddafi e di ogni equilibrio (economico, sociale, politico) sconvolto dalle primavere arabe. Avremmo dovuto essere all’altezza, ma nessuno può mettersi contro il potere mediatico e infatti, molte delle proteste contro i governi Berlusconi avvenute in Italia le abbiamo viste solo attraverso i giornali e telegiornali stranieri. Colpa nostra anche lì.
Nell’era di internet ogni scusa non sta in piedi, mentre piangere sul latte versato continua a non servire a nulla.

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