In riferimento alla lettera pubblicata su Il T Quotidiano il 6 maggio scorso, dal titolo “Scuola e democrazia rappresentativa”, del vicepresidente del Consiglio del Sistema Educativo, alcune considerazioni appaiono necessarie. Il testo si apre richiamando l’importanza del confronto, ma subito dopo lo si restringe così tanto che, di fatto, quel confronto diventa quasi solo formale. Sembra più una difesa delle regole che una reale disponibilità ad ascoltare.
Un primo problema è che vengono ignorate realtà composte da tanti docenti preparati, con esperienza diretta e competenze solide. Non sono gruppi improvvisati, ma persone che vivono la scuola ogni giorno. Ridurre queste voci a semplici pressioni esterne è limitante e non aiuta a migliorare le decisioni.
C’è poi un altro punto: avere un incarico non significa automaticamente essere competenti su temi complessi come la scuola. La rappresentanza dà il diritto di decidere, ma non garantisce la qualità delle scelte. Le competenze stanno anche chiaramente dall’altra parte del tavolo, e far finta di non vederle è quantomeno curioso.
Non convince nemmeno il modo in cui viene trattato il dissenso: definirlo tardivo, ideologico o strumentale sposta l’attenzione dalle idee alle intenzioni di chi parla. Ma in democrazia conta il merito delle osservazioni, non quando arrivano o da chi arrivano.
E poi c’è un’altra dimenticanza importante: si fa finta che gli unici canali legittimi siano quelli già strutturati, ma si ignorano tutti gli altri strumenti democratici che i cittadini possono usare: petizioni, raccolte firme, mobilitazioni, richieste pubbliche di confronto. Anche questi fanno parte della democrazia e non sono una “forzatura”. La partecipazione diffusa non si contrappone alla democrazia rappresentativa, ma la integra e la rafforza. È anche un
diritto. L’idea che più partecipazione significhi caos è un’esagerazione. Partecipare, anche fuori dai canali più rigidi (cioè quelli istituzionali come organi collegiali, rappresentanze formali e procedure ufficiali), non vuol dire mettere in crisi il sistema, ma spesso aiuta a renderlo più aderente alla realtà.
E colpisce come, tra le righe, il messaggio sembri essere sempre lo stesso, il confronto va bene, purché resti sotto controllo, ordinato, filtrato… possibilmente innocuo. Un modo elegante per dire “parlate pure, ma non troppo”.
Vorrei concludere ricordando le parole di Giorgio Tonini che, durante la scorsa legislatura provinciale, rivolgendosi ai consiglieri in aula, invitò tutti a fare attenzione nel legiferare sulla scuola perché “nella scuola ci sono i cervelli”.
Ed è proprio questo il punto: quelle competenze andrebbero ascoltate e valorizzate davvero, non tenute ai margini. Una democrazia che ascolta solo quando le conviene non è
forte: è solo comoda.
Michela Lupi – Componente del direttivo Più Democrazia in Trentino
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