
Il disegno di legge n. 65-26/XVII, a prima firma del Presidente della Provincia autonoma di Bolzano Arno Kompatscher approvato nella seduta dell’8 maggio scorso e che a breve entrerà in vigore, prevede l’introduzione di alcune innovazioni nel procedimento elettorale provinciale che, a una lettura attenta, appaiono parziali e problematiche se valutate alla luce delle reali esigenze di partecipazione democratica e delle garanzie costituzionali che presidiano l’esercizio dei diritti politici.
Le novità principali sono due: l’introduzione della firma digitale e la sperimentazione del voto elettronico remoto. Parallelamente, anche in Provincia autonoma di Trento si è aperto un fronte analogo con la mozione n. 107/XVII a prima firma di Francesco Valduga, che richiama esplicitamente il percorso sudtirolese e impegna la Giunta ad avviare approfondimenti sul voto fuori sede e sulle possibili innovazioni tecnologiche. Tuttavia, dietro questa apparente convergenza verso la modernizzazione del sistema elettorale, emergono criticità che meritano di essere analizzate con maggiore attenzione.
Una innovazione a metà: il caso della firma digitale
L’introduzione della firma digitale è prevista esclusivamente per gli elettori con certificata impossibilità derivante da grave impedimento fisico o ammessi al voto domiciliare, subordinandone l’utilizzo alla produzione di una certificazione medica. Si tratta di una scelta che, pur formalmente innovativa, appare sostanzialmente marginale: l’ambito di applicazione è estremamente ristretto; l’impatto sulla partecipazione è pressoché nullo; il rischio di creare una disparità tra cittadini è evidente.
E’ pacifico che lo strumento viene introdotto solo per adempiere agli obblighi giuridici minimi evidenziati dalla Corte Costituzionale e non per coglierne le potenzialità sistemiche. Eppure la firma digitale – come sottolineato da Più Democrazia in Trentino con un’apposita petizione la cui trattazione è in corso nelle commissioni del Consiglio provinciale e del Consiglio regionale – rappresenterebbe una leva concreta per ridurre gli ostacoli burocratici alla partecipazione ai processi elettorali, facilitare la sottoscrizione di iniziative popolari e referendum e avvicinare i cittadini ai processi decisionali. Limitare il suo utilizzo a casi eccezionali significa rinunciare a una delle poche innovazioni realmente efficaci e già disponibili.
Nonostante la limitatezza del testo normativo approvato, un’importante apertura potrebbe invece derivare dall’attuazione dell’ordine del giorno collegato al disegno di legge e approvato dall’aula su proposta di Alex Ploner (Team K) (Odg 3/65/26-XVII “Raccolta firme via internet per una maggiore partecipazione democratica”). Pur non avendo valore prescrittivo, ma configurandosi come un impegno politico assunto dalla Giunta provinciale, il documento contiene indicazioni potenzialmente molto rilevanti in termini di ampliamento della partecipazione democratica. L’ordine del giorno impegna infatti l’esecutivo a consentire la raccolta e la trasmissione delle firme in formato elettronico per referendum, consultazioni popolari, petizioni e raccolte di firme a sostegno delle candidature elettorali, creando le necessarie condizioni giuridiche, tecniche e organizzative per garantirne un’attuazione sicura, accessibile e conforme alla normativa sulla protezione dei dati.
Particolarmente significativa è la motivazione politica e tecnica contenuta nel documento: viene infatti riconosciuto che la Provincia dispone già di infrastrutture digitali mature e sicure – come il sistema MyCivis integrato con SPID, CIE e CNS – utilizzate quotidianamente per la gestione di servizi complessi e dati sensibili, nonché basate sugli stessi standard adottati dal portale statale per la sottoscrizione digitale dei referendum. L’ordine del giorno collega inoltre esplicitamente la necessità di introdurre la firma elettronica alla diminuzione dell’affluenza elettorale, all’aumento degli ostacoli burocratici e all’esigenza di adattare gli strumenti di partecipazione democratica alla realtà contemporanea.
Se questo indirizzo politico dovesse tradursi in misure concrete, si passerebbe finalmente da un utilizzo puramente residuale e difensivo della firma digitale – limitato ai casi di impedimento fisico – ad una concezione della digitalizzazione come strumento di democratizzazione e abbattimento delle barriere alla partecipazione.
Il voto elettronico tra limiti tecnici e rischi democratici
Molto più ambiziosa — ma anche molto più controversa — è l’introduzione di una sperimentazione del voto elettronico telematico remoto, in particolare per gli elettori residenti all’estero o fuori sede. È proprio su questo terreno che emergono le criticità più rilevanti, sia sul piano tecnico sia su quello giuridico.
Come evidenziato già nel 2021 da Stefano Quintarelli del Comitato di indirizzo dell’Agenzia per l’Italia Digitale (Agid) nel corso delle audizioni in Consiglio regionale sui disegni di legge 27, 28, 29 e 31/XVI, i sistemi di voto online non riescono a garantire simultaneamente tre requisiti fondamentali: la segretezza del voto, la verificabilità del risultato e la libertà da coercizioni. Si tratta di una tensione strutturale, non di un limite contingente: se il voto è verificabile dall’elettore, esso diventa potenzialmente dimostrabile e quindi esposto a pressioni o a fenomeni di voto di scambio; se invece è completamente segreto, l’elettore non può avere certezza che il proprio voto sia stato registrato correttamente, aprendo la strada a dubbi sulla correttezza del processo.
Questa contraddizione si riflette direttamente sulla fiducia nel sistema democratico. I sistemi di voto costituiscono un’infrastruttura critica e, proprio per questo, richiedono livelli di garanzia particolarmente elevati. Il voto elettronico da remoto, spostando l’atto di voto fuori dal contesto controllato del seggio, rende più difficile assicurare che esso avvenga in condizioni di effettiva libertà; allo stesso tempo introduce nuovi rischi legati alla sicurezza informatica e all’integrità del processo.
Non è un caso che lo stesso Quintarelli abbia sottolineato come tali sistemi possano essere compatibili con votazioni palesi, ma risultino problematici quando si tratta di elezioni che richiedono la segretezza del voto. Anche molti osservatori favorevoli alla digitalizzazione dei processi democratici invitano alla prudenza proprio per queste ragioni. Non è un caso che anche la Svizzera abbia messo un freno su tale modalità di voto.
In questo quadro si inserisce anche il richiamo di Sandro Raimondi, Difensore civico della Provincia di Trento, che, in una nota del dicembre 2025 sollecitata dall’associazione Più Democrazia in Trentino, ha ribadito come qualsiasi innovazione nei procedimenti elettorali debba rispettare rigorosamente i principi costituzionali di personalità, libertà e segretezza del voto. Si tratta di principi non negoziabili – pienamente condivisi da Più Democrazia in Trentino –, che il voto remoto telematico rischia di mettere seriamente in tensione.
Una lunga storia di sperimentazioni senza esiti e senza riscontri
Accanto ai profili tecnici e giuridici, vi è poi un elemento politico che merita di essere evidenziato. Il dibattito sul voto elettronico non nasce oggi: la Provincia autonoma di Trento aveva già avviato, tra il 2004 e il 2008, il progetto ProVotE, sperimentato in numerose elezioni locali e provinciali.
Nel 2020 venne presentata un’interrogazione specifica — la n.1553/XVI “Esiti conclusivi della sperimentazione del voto elettronico attraverso il progetto ProVotE” — per ottenere chiarimenti sugli esiti conclusivi di quella sperimentazione e sulle intenzioni della Giunta provinciale. L’obiettivo era semplice ma fondamentale: disporre di una valutazione tecnica trasparente per decidere se proseguire o archiviare definitivamente il progetto, orientandosi eventualmente verso strumenti già consolidati in altri Paesi, come il voto per corrispondenza.
Quell’interrogazione non ha mai ricevuto risposta. Nel frattempo si sono succedute elezioni comunali, elezioni provinciali e persino referendum, contesti nei quali sarebbe stato possibile — e forse più opportuno — condurre ulteriori sperimentazioni o quantomeno trarre conclusioni dalle precedenti. Nulla di tutto questo è avvenuto.
Questo silenzio istituzionale non è neutro: suggerisce una mancanza di volontà politica di affrontare il tema in modo serio e strutturato. Sembra che il voto elettronico venga periodicamente riproposto come soluzione innovativa di facciata, tanto da non affrontare mai fino in fondo le questioni tecniche, giuridiche e democratiche che esso inevitabilmente solleva.
Innovazione apparente e riforme mancate
Nel complesso, la legge sudtirolese, a cui le vicende politiche trentine si ispirano, evidenzia una evidente asimmetria nell’approccio all’innovazione democratica. Da un lato, uno strumento semplice, già disponibile e potenzialmente molto utile come la firma digitale viene introdotto in modo estremamente limitato e restrittivo, senza coglierne le implicazioni sistemiche, almeno nel breve periodo; dall’altro, si propone la sperimentazione di una tecnologia molto più complessa e controversa come il voto elettronico remoto, che solleva interrogativi profondi sul piano della sicurezza e della tutela dei diritti costituzionali.
Una riforma coerente dovrebbe seguire una traiettoria diversa: estendere l’utilizzo della firma digitale a tutti gli elettori come chiesto dalla nostra associazione, in linea con quanto già avviene a livello nazionale per la raccolta delle firme su referendum e iniziative popolari; affrontare con estrema cautela il tema del voto elettronico remoto, valutandone rigorosamente i rischi; rafforzare nel frattempo strumenti già affidabili e collaudati, come il voto per corrispondenza, per garantire il diritto di voto a chi si trova fuori sede o all’estero.
In assenza di questo riequilibrio, il rischio è quello di promuovere innovazioni più utili sul piano comunicativo che su quello sostanziale. Il voto elettronico, presentato come soluzione all’astensionismo, rischia così di trasformarsi nell’ennesimo specchietto per le allodole, mentre le riforme capaci di incidere realmente sulla partecipazione restano sullo sfondo.
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