
L’abbonamento estivo a 20 euro per autobus e trasporto pubblico viene presentato come una misura moderna, sostenibile e vicina ai cittadini. In un territorio come il Trentino, che ogni anno si racconta come esempio di eccellenza e alta qualità della vita, iniziative di questo tipo hanno un forte impatto comunicativo. Ma la domanda vera è un’altra: chi può davvero usare questi servizi? Perché esiste una parte di cittadini che, pur pagando le tasse come tutti gli altri, non ha la stessa libertà di movimento, la stessa autonomia e la stessa dignità.
Le persone con disabilità, in particolare, vivono spesso una condizione che non è esagerato definire una forma di reclusione domestica di fatto. Non perché lo imponga una legge, ma perché lo impone la mancanza di condizioni minime per la mobilità autonoma, marciapiedi non accessibili, fermate inadeguate, autobus non sempre attrezzati, informazioni insufficienti e un sistema che richiede ancora troppa dipendenza da altri per i più semplici spostamenti quotidiani. Si parla molto di inclusione, ma la realtà dei fatti è che il ritardo sull’attuazione dei PEBA (Piani per l’Eliminazione delle Barriere Architettoniche) è ancora evidente. Molti comuni non hanno completato interventi strutturali e le barriere restano diffuse nella vita quotidiana.
Questa non è una questione marginale o che riguarda pochi. È un tema di diritti fondamentali, la possibilità di uscire di casa, lavorare, studiare, incontrare altre persone, vivere la propria vita sociale in autonomia, essere attivi politicamente e partecipare direttamente agli affari della collettività locale. In questo senso, credo che le persone con disabilità abbiano anche molto da dire proprio a partire da una prospettiva diversa dalla nostra: una prospettiva concreta, quotidiana, legata all’esperienza diretta degli spazi e delle loro barriere. Una visione che non è teorica, ma vissuta. Osservare il mondo da una carrozzina, o comunque da una condizione di mobilità ridotta, significa percepire in modo immediato ciò che spesso sfugge agli altri, l’accessibilità reale o mancata degli ambienti, le difficoltà negli spostamenti, ma anche il valore di ogni gesto semplice quando è reso possibile. È uno sguardo che arricchisce il dibattito pubblico, perché mette al centro non solo l’idea astratta di inclusione, ma la sua verifica concreta nella vita quotidiana. In molte realtà del Nord Europa o anche in altri contesti europei, le persone con disabilità vivono gli spazi pubblici con una normalità maggiore, utilizzano autobus, treni e metropolitane, si muovono in autonomia anche la sera e partecipano alla vita sociale senza che ogni spostamento richieda un’organizzazione complessa o l’aiuto costante di altri. Non si tratta di condizioni fisiche diverse, ma di sistemi di mobilità progettati davvero per tutti. L’accessibilità, in quei contesti, non è un elemento accessorio o una concessione, ma parte integrante del diritto alla cittadinanza.
Il problema non riguarda solo le persone con disabilità. Anche per chi vive nelle valli la situazione è evidente, corse poche, orari limitati, collegamenti serali insufficienti e una dipendenza quasi totale dall’automobile. In molte zone il trasporto pubblico non è ancora una reale alternativa quotidiana, ma un servizio parziale. Di fatto, gli over 70 hanno già l’abbonamento gratuito e gli studenti a 20 euro. Ridurre il costo dell’abbonamento può avere un impatto sociale, ma rischia di diventare soprattutto una misura simbolica se non si interviene prima sulla qualità, sulla frequenza e sull’accessibilità reale del servizio. In questo quadro, il confronto con altre esperienze europee diventa particolarmente significativo. Il Lussemburgo, ad esempio, ha scelto di rendere gratuito il trasporto pubblico per tutti i residenti: non uno slogan, ma una politica inserita in una strategia complessiva di mobilità. Il sistema ha un costo di circa 41 milioni di euro l’anno, ma ha dimostrato di generare un risparmio di oltre 400 milioni nella sanità pubblica, grazie alla riduzione dell’uso dell’auto privata, dell’inquinamento e degli effetti sanitari correlati.
Da noi, invece, si investono risorse e attenzione politica per misure molto visibili e comunicativamente efficaci come il “trasporto a 20 euro per tutti”, che rischia di essere percepito come propaganda elettorale se non accompagnato da un miglioramento strutturale del servizio. Il tema si inserisce in un contesto ancora più ampio. Si parla sempre più spesso di inverno demografico e di invecchiamento della popolazione. Con l’età aumenteranno inevitabilmente le fragilità, le difficoltà motorie e le disabilità. Investire oggi sull’accessibilità significa investire concretamente sul futuro di tutti. Nessuno può sapere come arriverà alla vecchiaia. Nessuno può escludere che un domani possa avere bisogno di una città accessibile, di mezzi adeguati, di marciapiedi percorribili, di autonomia. Per questo l’accessibilità e i PEBA non sono un tema settoriale o un favore per pochi, ma una questione di diritti civili e di dignità collettiva. Una società civile non si misura dagli slogan o dalle campagne pubblicitarie, ma dalla possibilità concreta che ogni persona ha di vivere, muoversi e partecipare alla vita sociale e alle attività pubbliche con la stessa libertà degli altri, e di contribuire attivamente anche alla difesa dei diritti di chi oggi ha meno tutele di noi.
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