La scuola dell’infanzia diventa un caso nazionale perché mette in luce una crisi della democrazia partecipativa

Accogliamo con soddisfazione l’interrogazione parlamentare 4-08596 presentata dall’onorevole Enrico Cappelletti. Non perché il Parlamento debba sostituirsi alla Provincia autonoma di Trento nelle proprie competenze, ma perché la vicenda della scuola dell’infanzia ha ormai assunto un significato che va ben oltre il merito della controversia. È diventata il simbolo di un problema democratico: l’incapacità delle istituzioni di elaborare il conflitto sociale e di dare risposte adeguate quando la partecipazione dei cittadini si esprime nelle forme previste dalla legge (credits immagine Montecitorio – Vlad Lesnov).

In questi anni non abbiamo assistito a una protesta estemporanea, ma a un percorso di partecipazione civica serio, documentato e competente. Una petizione sottoscritta da oltre 8.000 cittadini, un disegno di legge di iniziativa popolare sostenuto da 5.865 firme autenticate, una seconda petizione con altre 3.638 firme, audizioni pubbliche, approfondimenti tecnici, proposte normative e ripetute richieste di confronto. È difficile immaginare un utilizzo più corretto e responsabile degli strumenti di democrazia partecipativa messi a disposizione dall’ordinamento.

Eppure tutto questo non è bastato ad aprire un confronto politico all’altezza della situazione. Le proposte sono rimaste senza un riscontro sostanziale, il conflitto non è stato ricomposto e le criticità denunciate da insegnanti, famiglie e cittadini sono rimaste irrisolte. È questo il vero vulnus democratico: quando anche una partecipazione ampia, competente e rispettosa delle regole non riesce a produrre un’effettiva elaborazione politica, il problema non riguarda più soltanto una singola politica pubblica, ma il funzionamento delle istituzioni democratiche.

Di fronte a uno stallo divenuto ormai intollerabile, abbiamo ritenuto doveroso sottoporre la questione al direttivo di Più Democrazia in Trentino affinché venisse portata all’attenzione del Parlamento. Non per chiedere una soluzione calata dall’alto, ma perché il caso trentino rappresenta un esempio emblematico di partecipazione mancata, dal quale possono trarsi riflessioni che interessano l’intero Paese.

Oggi tutti gli amministratori dichiarano di voler ascoltare i cittadini, valorizzare la partecipazione e costruire politiche condivise con le formazioni sociali. Ma questi principi devono tradursi in prassi istituzionali coerenti. Se migliaia di cittadini rispettano le regole della partecipazione e, nonostante ciò, non trovano interlocutori capaci di ascoltare, motivare le proprie decisioni e ricercare soluzioni equilibrate, si alimentano inevitabilmente sfiducia, conflitto e disaffezione verso la politica.

L’autonomia speciale dovrebbe essere il luogo in cui sperimentare forme avanzate di democrazia e di partecipazione. Per questo riteniamo che la vicenda della scuola dell’infanzia non possa essere archiviata come un semplice scontro tra posizioni contrapposte. È un banco di prova della capacità delle istituzioni di trasformare il conflitto in decisioni condivise e motivate. Quando questa capacità viene meno, non perde soltanto chi ha promosso un’iniziativa popolare: perde la credibilità della democrazia stessa.

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