Il volere del popolo ha più probabilità di ogni altro volere di essere conforme alla giustizia

Simone Weil, 1909-1943

« […] Rousseau pensava soltanto che per lo più un volere comune a tutto un popolo è di fatto conforme alla giustizia, per la reciproca neutralizzazione e compensazione delle passioni particolari. Era questo secondo lui l’unico motivo per preferire il volere del popolo a un volere particolare.

Così, come certa massa d’acqua, benchè composta di particelle che si muovono e si urtano senza posa, è in un equilibrio e in un riposo perfetti. Essa rinvia agli oggetti le loro immagini con una verità incontestabile. Indica perfettamente il piano orizzontale. Dice senza errorre la densità degli oggetti che vi siano sommersi.

Se individui inclini per passione al crimine e alla menzogna, si neutralizzano reciprocamente in un popolo veridico e giusto, allora è bene che il popolo sia sovrano. Una costituzione democratica è buona se innanzitutto realizza nel popolo questo stato di equilibrio, e se dopo fa in modo che i voleri del popolo siano eseguiti.

Il vero spirito del 1789 consiste nel pensare non che una cosa è giusta perchè il popolo la vuole, ma che a certe condizioni il volere del popolo ha più probabilità di ogni altro volere di essere conforme alla giustizia.

Vi sono molteplici condizioni indispensabili per poter applicare la nozione di volontà generale. Due debbono in particolare fermare l’attenzione.

La prima è che, nel momento in cui il popolo prende coscienza di ciò che vuole e lo esprime, non ci sia alcuna specie di passione collettiva.

E’ del tutto evidente che il ragionamento di Rousseau cade non appena c’è passione collettiva. Rousseau lo sapeva bene. La passione collettiva è un impulso al crimine e alla menzona infinitamente più potente di qualsiasi passione individuale. Gli impulsi cattivi, in questo caso, lungi dal neutralizzarsi, si elevano reciprocamente alla millesima potenza. E’ una pressione alla quale non si può resistere quasi mai, a meno di essere dei santi.

L’acqua mossa da una corrente violenta, impetuosa, non riflette più gli oggetti, non ha più una superficie orizzontale, non indica la densità. E importa assai poco che essa sia mossa da una sola corrente o da cinque o sei correnti che si urtano e formano vortici. Essa è ugualmente intorbidita in ambedue i casi.

Se un’unica passione collettiva afferra tutto un paese, il paese intero è unanime nel crimine. Se due o quattro o cinque o dieci assioni collettive lo dividono, esso è diviso in più bande criminali. Le passioni divergenti non si neutralizzano, come nel caso di un pulviscolo di passioni individuali fuse in una massa; il loro numero è troppo piccolo, la forza di ciascuna è troppo grande, perchè possa esserci neutralizzazione. La lotta le esaspera. Esse si urtano con un rumore davvero infernale, e che rende impossibile udire anche solo perun secondo la voce della giustizia e della verità, che è sempre quasi impercettibile.

Quando in un paese c’è passione collettiva, è possibile che una qualsiasi volontà particolare sia più prossima alla giustizia e alla ragione che non la volontà generale, o meglio ciò che ne costituisce la caricatura.

La seconda condizione è che il popolo possa esprimere la sua volontà sui problemi della vita pubblica, e non si riduca solo a scegliere delle persone. Meno ancora a scegliere gruppi irresponsabili. Perchè la volontà generale è senza relazione alcuna con una tale scelta.

Se nel 1789 c’è stata una certa espressione della volontà generale, benchè sia stato adottato il sistema rappresentativo nell’incapacità di immaginarne un altro, è perchè c’era stato ben altro che le elezioni. Tutto ciò che c’era stato di vivo in tutto il paese – e il paese allora traboccava di vita – aveva cercato di esprimere un pensiero mediante l’organo dei cahiers de doléances. I rappresentanti si erano fatti conoscere in gran parte durante questa cooperazione nel pensiero; ne conservavano il calore; sentivano il paese attento alle loro parole, gelosi di sorvegliare che esse traducessero esattamente le sue aspirazioni. Per qualche tempo – poco tempo – essi furono veramente semplici organi d’espressione del pensiero pubblico.

Una cosa simile non si è prodotta mai più.

La semplice enunciazione di queste due condizioni mostra che noi non abbiamo mai conosciuto niente che somigli neppure lontanamente a una democrazia. In ciò che noi chiamiamo con questo nome, mai il popolo ha avuto l’occasione nè il mezzo di esprimere un parere su alcun problema della vita pubblica; e tutto ciò che sfugge agli interessi particolari è abbandonato alle passioni collettive, che sono sistematicamente, ufficialmente incoraggiate […]» 

Lo scriveva Simone Weil nel testo “Nota sulla soppressione dei partiti politici” (traduzione Giancarlo Gaeta, pubblicata su Il Diario, anno IV, n.6, 1988).

La Note sur la suppression générale des partis politiques fu scritta nei primi mesi del 1943 a Londra. All’epoca Simone Weil era impiegata come redattrice al Commissariato per l’Interno di «France Libre», il governo francese in esilio capeggiato dal generale De Gaulle. Morì nell’agosto del 1943.

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