Riforme costituzionali. Indizi per una riforma dell’istituto referendario

Dei 72 referenda svolti in Italia, solo 4 sono stati senza quorum. Il primo nel 1946, poi nel 2001, 2006 e quello del 4 dicembre 2016.

Non è stato particolarmente pubblicizzato questo aspetto ma è risultato chiaro a tutti che fosse così perché nessuna forza politica è stata sfiorata dall’idea di invitare all’astensione.

Senza quorum non ha alcun senso suggerire di andare al mare. Tutte le forze infatti si sono prodigate per informare, per cercare di convincere soprattutto gli indecisi, coloro che non conoscevano la questione. È stato fatto al meglio? Direi proprio di no. Una campagna iniziata con la personalizzazione, dai toni troppo alti con una violenza verbale che ha trovato pessimi esempi tra gli eletti e nei social gli emuli più accaniti ed eccessivi. Sentire parole come schiforma o accozzaglia, tanto per citarne due che tutti ricordiamo, non ha aiutato certamente a capire il problema ma a inasprire gli animi e la voglia di replicare aumentando il carico. Era esagerato attendersi dai propri eletti un comportamento esemplare, rispettoso e ragionevole? Io credo dovrebbe essere il minimo di partenza ma così non è stato.

img_0109Mi pare sia la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana che un referendum è stato attivato con due distinte modalità. 166 deputati hanno firmato per richiedere il referendum. Erano sufficienti 126 firmatari. Di conseguenza già ad aprile si sapeva che la consultazione doveva essere fatta ma si è atteso che i comitati del SI e quelli del NO provassero a raccogliere le 500.000 firme previste nella Costituzione. Per quale motivo se la procedura era già attiva? Un eccesso di democrazia o un modo per spendere soldi pubblici con i rimborsi a chi avesse raggiunto il numero utile? Qualsiasi sia la risposta, si è trattato di scarso pragmatismo.

Road sign to education and future

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Una caratteristica anomala di questo referendum è stata la personalizzazione voluta dal Presidente del Consiglio: «Ho personalmente affermato davanti alla stampa, e lo ribadisco qui davanti alle senatrici e ai senatori, che nel caso in cui perdessi il referendum, considererei conclusa la mia esperienza politica.» Queste parole sono state proclamate con grande enfasi il 20 gennaio in Senato. Una strategia studiata che ha influenzato tutta la campagna. È stato opportuno trasformare il referendum in un “recall”? I vari tentativi di tornare al tema hanno creato più confusione o chiarezza? C’è il rischio che sia stato diseducativo spostare l’attenzione dal tema a una persona?

Se guardiamo allo svolgimento della campagna balza agli occhi la durata interminabile. Praticamente un anno, con una profusione di energie economiche, pratiche e organizzative veramente importante. È lecito chiedersi se si sia trattato di un dispendio eccessivo, addirittura uno spreco? Ci credereste che in un Paese a noi confinante nel 2016 si sono svolti 4 appuntamenti per 12 votazioni? Già, colà distinguono tra elezioni e votazioni. Probabilmente sarebbe stato decisamente molto più economico, pratico e formativo seguire il loro esempio: predisporre un libretto con la descrizione del problema da affrontare, gli argomenti del Governo e quelli del Comitato. Qualcosa è stato fatto. Agli italiani residenti all’estero è stata spedita una lettera con gli argomenti del Governo. Un esempio di buona educazione da parte delle istituzioni?

Sottolineo come l’assenza del quorum nei fatti ha evitato inviti all’astensione quindi una chiara evidenza di come sarebbe opportuno aggiornare la nostra Carta per un corretto uso degli strumenti di democrazia diretta.

img_0113Chi ha perso si è dimesso ma non dovrebbe essere un assioma anzi l’esito di un referendum dovrebbe riguardare unicamente il tema in questione. Esemplare è quanto accadde il 6 dicembre 1992 in Svizzera. Governo e Parlamento decretarono a larga maggioranza l’adesione della Confederazione Elvetica allo Spazio Economico Europeo, ma il Popolo chiese l’ultima parola. Dopo il periodo di approfondimento la votazione decretò il NO a quella proposta. In una sola giornata di voto come di prassi, la partecipazione fu molto sentita: 78,73%. I SI raggiunsero il 49,7% e I NO il 50,3% con uno scarto esiguo di soli 23.836 voti a fronte di una platea di oltre 4mln di elettori. Nessuno parlò di Paese spaccato in due. Il Governo non si dimise e tantomeno il Parlamento. I rappresentanti affrontarono invece quell’enorme mole di lavoro che furono gli accordi bilaterali necessari per mantenere attivi i canali economico commerciali del Paese.

Cos’è più responsabile? Abbandonare la carica e lasciare il Paese in una fase di incertezza o prendere atto della volontà popolare e agire di conseguenza?

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One thought on “Riforme costituzionali. Indizi per una riforma dell’istituto referendario

  1. In un paese normale dove gli strumenti di democrazia diretta vengono utilizzati regolarmente non sarebbe stato accettabile e probabilmente comprensibile vincolare la propria carica con quella del risultato referendario. In questo caso non solo è stato vincolato un tema referendario a una carica governativa, la quale in una repubblica parlamentare come la nostra è normalmente susseguente all’elezione in Parlamento. Dico normalmente perchè invece l’ultimo presidente del Consiglio non è stato eletto. L’aggravante è che il tema referendario mirava a stravolgere gli attuali equilibri costituzionali in maniera radicale, a mio avviso, reazionaria. Di fatto non era un referendum bensì un plebiscito, per molti aspetti simile al plebiscito cileno convocato da Pinochet nel 1988. Una delle poche differenze è che se Pinochet avesse vinto avrebbe governato per altri 8 anni senza opposizioni mentre se Renzi avesse vinto, con il combinato disposto con l’Italicum, avrebbe governato per circa 6,5 anni senza opposizioni: 1,5 al termine della legislatura più 5 del successivo mandato. Come minimo visto che nel corso dei 6,5 avrebbe potuto scrivere una legge elettorale ancora più adatta alle proprie esigenze. Molto irritante è peraltro il fatto che tutti coloro che hanno promesso di lasciare la carica se avesse vinto il No ora sono stati riconfermati, in molti casi con un rafforzamento dei ruoli. Ad esempio Fedeli e Boschi. Per quanto concerne Renzi invece, ora, potrà dedicarsi a preparare la prossima campagna elettorale monitorando l’azione del Governo dalla cabina di comando del Partito Democratico

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