Quando la trasparenza ambientale viene “semplificata”: il caso Storo riguarda tutti

La vicenda della contaminazione da PFAS della falda del Basso Chiese pone una domanda che va ben oltre il caso di Storo: può una comunità proteggere efficacemente la propria salute se le informazioni ambientali non vengono pubblicate in modo tempestivo e completo?
(Credits video – servizio di TG33 di Ambra Visentin del 29 luglio 2026)

Secondo il diritto europeo la risposta è chiaramente negativa.

La Direttiva 2003/4/CE e il decreto legislativo n. 195/2005 riconoscono infatti il diritto di chiunque ad accedere alle informazioni ambientali proprio perché la conoscenza rappresenta il primo strumento di prevenzione. Un cittadino informato, un’associazione, un ricercatore o un amministratore possono contribuire a individuare criticità, sollecitare interventi, migliorare le decisioni pubbliche. La trasparenza ambientale non è un adempimento burocratico o un elemento di curiosità fine a se stesso: è una misura di tutela della salute.

Eppure, nella Regione Trentino-Alto Adige/Südtirol continua a sopravvivere una disciplina che sottrae le informazioni ambientali agli ordinari obblighi di pubblicazione previsti per il resto d’Italia.

Il caso di Storo dimostra quali possano essere le conseguenze di questa scelta.

Le autorità erano a conoscenza della contaminazione della falda almeno dal 2018 ma non lo hanno mai affrontato il problema in forma pubblica e trasparente, forse nell’attesa che tutte le sostanze inquinanti fossero trasportate a valle come ipotizzato nella Relazione di sintesi del Piano di tutela delle acque del 2022. Nel 2019 la Provincia ha commissionato all’Università di Trento uno studio sulla propagazione dei PFOS nell’acquifero. Lo studio è stato acquisito nel 2024, ma la sua conoscenza pubblica è stata rinviata per mesi attraverso una serie di differimenti. Lo studio non è mai stato trasmesso ufficialmente al comune di Storo, né questo lo ha mai richiesto come risulta anche da una recente risposta a un’apposita istanza di accesso agli atti. Nel frattempo il dibattito pubblico si è sviluppato senza che cittadini e amministratori locali potessero disporre di tutte le informazioni scientifiche disponibili.

Il problema non consiste soltanto nel ritardo con cui un documento è stato reso accessibile.

La mancata pubblicazione impedisce quel controllo diffuso che rappresenta uno dei pilastri delle politiche ambientali europee. Quando gli studi restano nei cassetti, diventa più difficile discutere pubblicamente l’adeguatezza dei monitoraggi, verificare se i controlli siano sufficienti, comprendere le modalità di propagazione della contaminazione, valutare la tempestività degli interventi di messa in sicurezza e individuare eventuali criticità nella pianificazione amministrativa.

In altre parole, diminuisce la capacità della collettività di prevenire il danno. Proprio questo è il punto che merita attenzione.

La trasparenza ambientale serve a far emergere i problemi quando sono ancora affrontabili, non quando ormai i loro effetti sono irreversibili. Per questo il principio di precauzione e il diritto all’informazione ambientale sono strettamente collegati: conoscere significa poter intervenire prima.

Anche il Difensore civico della Provincia autonoma di Trento, investito della questione da Più Democrazia in Trentino, ha riconosciuto la necessità di ampliare gli strumenti di trasparenza e ha richiamato l’esigenza di un adeguamento della normativa regionale, prospettando la possibilità che la questione venga sottoposta al vaglio della Corte costituzionale.

Si tratta di un rilievo istituzionale di grande importanza.

Significa che il problema non riguarda soltanto un singolo Comune o una specifica vicenda amministrativa, ma investe il corretto equilibrio tra autonomia regionale, diritto europeo e tutela dei diritti fondamentali dei cittadini. Il Presidente della Regione Arno Kompatscher, tuttavia, ha rimandato la soluzione al legislatore regionale, senza affrontare il nodo politico di fondo: il Consiglio regionale non risulta essere stato informato in modo puntuale né dell’avvio del tavolo tecnico con ANAC, né dei suoi effettivi esiti. Dalla risposta all’interrogazione n. 224/XVII avente ad oggetto “Ulteriori chiarimenti in merito alla conclusione del tavolo tecnico Regione-ANAC e alla tutela degli standard di trasparenza” è emerso infatti che non è stato adottato da ANAC alcun provvedimento formale e che l’Autorità si è limitata a fornire «indicazioni e suggerimenti di modifica della normativa regionale in materia di trasparenza».

Si tratta di un elemento tutt’altro che secondario. Se la modifica della disciplina è rimessa a una valutazione politica del legislatore regionale, quel legislatore dovrebbe essere posto nelle condizioni di conoscere pienamente le criticità emerse e le indicazioni formulate dall’autorità nazionale competente in materia di trasparenza. Invece, il tema è rimasto confinato a un tavolo tecnico e alle successive, generiche risposte alle interrogazioni consiliari, senza che sia emerso un vero confronto pubblico sul merito delle deroghe introdotte dalla legge regionale n. 10/2014.

Il risultato è paradossale: da una parte il Difensore civico segnala la necessità di intervenire sulla disciplina regionale per garantire livelli adeguati di trasparenza; dall’altra il Presidente della Regione sostiene che la normativa vigente rappresenta una scelta di «semplificazione» e rimette la decisione sulla sua eventuale modifica al legislatore regionale. Ma proprio il legislatore dovrebbe poter valutare la questione alla luce di tutte le informazioni disponibili, comprese quelle emerse dal confronto con ANAC e quelle contenute nella segnalazione del Difensore civico.

Nel frattempo, la deroga rimane in vigore e con essa rimane intatto il problema che Più Democrazia in Trentino denuncia da anni: quando le informazioni riguardano l’ambiente e possibili rischi per la salute, la mancata pubblicazione non è una semplice semplificazione amministrativa. È una limitazione concreta della possibilità dei cittadini di conoscere, controllare e partecipare alle decisioni che riguardano il territorio nel quale vivono.

I fatti parlano da soli. Otto anni dopo l’emersione della contaminazione da PFAS, gli interventi di messa in sicurezza della rete idrica risultano ancora in corso. Lo stesso Comune di Storo ha recentemente stanziato nuove risorse per finanziare il collegamento del centro sportivo Grilli all’acquedotto comunale per consentire la dismissione del pozzo utilizzato fino ad oggi ad uso igienico-sanitario e irriguo. È una scelta che conferma come il problema ambientale richieda tuttora interventi concreti.

Se gli interventi sono necessari, allora è ancora più importante che i cittadini possano conoscere integralmente le informazioni scientifiche sulle quali tali decisioni si fondano. Definire questa limitazione della trasparenza una forma di “semplificazione”, come emerge dal dibattito istituzionale regionale, pone inevitabilmente una domanda.

Semplificazione per chi? Per i cittadini che vogliono conoscere lo stato dell’ambiente in cui vivono oppure per le amministrazioni chiamate a pubblicare dati, studi e documenti?

Più Democrazia in Trentino continuerà a promuovere una cultura amministrativa fondata sulla trasparenza, sulla partecipazione e sul principio di precauzione. Perché la qualità della democrazia si misura anche dalla possibilità dei cittadini di conoscere tempestivamente i rischi ambientali che possono incidere sulla loro salute.

Le informazioni ambientali non appartengono alle amministrazioni che le detengono. Appartengono alla collettività.

Appendice – Documenti più recenti relativi alla vicenda

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