La partecipazione non è una formalità, senza ascolto la democrazia perde fiducia

Leggendo le parole del presidente della Consulta provinciale dei genitori Maurizio Freschi sulla vicenda della settimana corta al Liceo Galilei, mi sono soffermata soprattutto su un passaggio: quello secondo cui la scuola educa alla democrazia anche attraverso i propri comportamenti, le proprie procedure e gli strumenti di partecipazione che mette in campo. È un principio che condivido. Proprio per questo, però, credo sia necessario fare qualche riflessione, senza mettere in discussione l’autonomia del Consiglio d’istituto né il suo diritto a decidere secondo le proprie competenze.

Partecipare non significa semplicemente essere chiamati a esprimere un’opinione. Significa sapere prima che valore avrà quella voce, quali saranno i criteri con cui verrà valutata e, soprattutto, sapere che verrà realmente ascoltata e considerata, anche quando la decisione finale sarà diversa. C’è da dire, però, che una consultazione non può essere vincolante. La decisione finale spetta al Consiglio d’Istituto, organo di governo della scuola, e deve tenere conto delle competenze degli altri organi scolastici. In particolare, trattandosi di una scelta che ha chiare implicazioni sul piano didattico, non può prescindere dall’orientamento espresso dal Collegio docenti, cui competono le decisioni relative alla didattica. Proprio per questo, la decisione finale non può essere letta semplicemente come il risultato di una consultazione, ma come l’esito di un percorso nel quale devono essere considerate le diverse competenze e responsabilità.

Se si chiede il parere di studenti, famiglie e insegnanti, è corretto chiarire fin dall’inizio che quel parere non è vincolante. Ma, allo stesso tempo, chi decide ha il dovere di spiegare con chiarezza perché, davanti a una volontà largamente espressa, ha scelto una strada diversa. Questo non rende automaticamente antidemocratica quella decisione, ma rende ancora più importante che le ragioni della scelta siano chiare e motivate.

La democrazia, infatti, non è semplicemente il principio secondo cui vince la maggioranza. È anche trasparenza, responsabilità, ascolto e possibilità di comprendere le ragioni di una decisione. Educare alla democrazia significa anche insegnare che una consultazione non è necessariamente una decisione e che chi ha la responsabilità di decidere può arrivare a una conclusione diversa. Ma significa anche che quella decisione deve essere assunta con responsabilità, trasparenza e rispetto per le posizioni espresse. E c’è un altro aspetto che, da insegnante, considero importante. Quando si parla di organizzazione scolastica non si può dimenticare che le decisioni ricadono concretamente anche sul lavoro dei docenti. Gli insegnanti non sono soltanto una delle categorie chiamate a esprimere un’opinione: sono persone che ogni giorno vivono la scuola e devono confrontarsi concretamente con le conseguenze delle scelte organizzative. Anche il loro punto di vista dovrebbe quindi essere considerato parte sostanziale del processo decisionale. Questo non significa attribuire ai docenti un potere decisionale che non compete loro, ma riconoscere il valore della loro esperienza.

C’è poi un altro aspetto che merita attenzione. Se, come afferma Freschi, non esistono evidenze scientifiche consolidate che dimostrino una generale superiorità della settimana corta rispetto a quella su sei giorni, o viceversa, allora non dovrebbe esserci una soluzione considerata automaticamente preferibile. La scelta dovrebbe essere valutata sulla base del contesto concreto, delle esigenze didattiche, dell’organizzazione della scuola, del territorio e delle ricadute sulle diverse componenti. Proprio per questo diventano importanti la qualità del procedimento e la chiarezza delle motivazioni. Mi permetto inoltre di allargare il discorso alla partecipazione di un’altra categoria: le insegnanti della scuola dell’infanzia.

In questi anni hanno dimostrato una partecipazione attiva e consapevole. Hanno utilizzato tutti gli strumenti democratici a loro disposizione, hanno fatto sentire la propria voce, hanno cercato il confronto e hanno portato le proprie ragioni nelle sedi istituzionali. Ed è proprio qui che, a mio avviso, sta la differenza. Una consultazione può avere un valore non vincolante. Ma quando una categoria partecipa attivamente, utilizza gli strumenti democratici disponibili, porta le proprie ragioni nelle sedi istituzionali e, nonostante questo, non si sente minimamente ascoltata, il problema non è più soltanto l’esito di una decisione. Il problema diventa il rapporto tra partecipazione e ascolto. Perché non c’è vera democraticità se ai cittadini viene chiesto di partecipare, ma poi la loro voce non viene realmente ascoltata, considerata o presa in esame.

Ed è per questa ragione che, se alla partecipazione non segue l’ascolto, qualcosa si rompe.

Ed è proprio qui che, a mio avviso, nasce la disaffezione.

La disaffezione non nasce perché le persone non credono nella democrazia. Spesso nasce perché hanno creduto nelle istituzioni, hanno partecipato, hanno votato, hanno fatto la propria parte e, a un certo punto, hanno avuto la sensazione che la loro voce non producesse più alcun effetto. Questo può portare a perdere interesse e fiducia nella partecipazione politica, fino ad arrivare all’assenteismo alle urne. Quando si perde la fiducia in chi dovrebbe rappresentarci, il rischio è che la politica venga percepita non più come servizio alla collettività, ma come uno spazio nel quale difendere privilegi e interessi personali. Il politico rischia così di apparire più innamorato del proprio ruolo che della responsabilità che quel ruolo comporta, più impegnato a rappresentare se stesso che le persone che lo hanno eletto. E allora diventa quasi naturale pensare che il principale obiettivo non sia più il bene comune, ma la propria immagine, la propria visibilità, la propria rielezione. Un politico che finisce per diventare il miglior manager di marketing di se stesso, invece che il rappresentante della comunità. È questo, a mio parere, il vero pericolo per la democrazia. Il problema non è una decisione diversa dall’opinione prevalente emersa da una consultazione, perché nelle istituzioni democratiche è normale che chi ha la competenza possa decidere diversamente. Il problema nasce quando si chiede partecipazione senza costruire fiducia, quando si ascolta senza dare peso all’ascolto, quando si coinvolgono le persone senza spiegare loro come e perché le loro opinioni entreranno nel processo decisionale. La scuola dovrebbe educare alla democrazia proprio partendo da qui: insegnando che la propria voce ha valore, che chi decide deve assumersi la responsabilità delle proprie scelte e che il confronto non è una formalità, ma la base della fiducia nelle istituzioni.

Perché una democrazia viva non ha bisogno soltanto di cittadini che votano.

Ha bisogno di cittadini che credono ancora che valga la pena farlo.

Michela Lupi


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