La democrazia non può essere indifferente. Il raduno naziskin di Pietramurata e le sfide della democrazia

Più Democrazia in Trentino aderisce all’appello dell’associazionismo trentino per una manifestazione democratica e pacifica contro il raduno della galassia naziskin annunciato a Pietramurata. Ma questo episodio ci interroga anche su una questione più generale: come può una democrazia difendersi da chi nega i suoi stessi principi senza tradire sé stessa?


Di fronte a espressioni collettive organizzate che inneggiano a disvalori suprematisti, antisemiti, razzisti e violenti non si può rimanere indifferenti. Per questo Più Democrazia in Trentino aderisce all’appello lanciato dall’associazionismo trentino e alla mobilitazione democratica e pacifica annunciata per manifestare la nostra contrarietà al raduno della galassia naziskin europea previsto a Pietramurata.

Lo facciamo perché il fascismo e il nazismo non sono semplicemente opinioni tra le altre. Sono esperienze storiche che hanno negato la dignità della persona, la libertà, il pluralismo, lo Stato di diritto e la stessa possibilità di una convivenza democratica. E lo facciamo anche perché il Trentino, la Repubblica italiana e la nostra Autonomia hanno radici che affondano nella Resistenza e nella sconfitta del nazifascismo.

Ma proprio perché siamo un’associazione che si occupa di democrazia e Stato di diritto, pensiamo che questo episodio debba portarci anche oltre la pur necessaria indignazione del momento.

Può una democrazia difendersi senza tradire sé stessa?

È una domanda tutt’altro che nuova.

Ci è tornata alla mente leggendo la tesi di laurea di Luca Leoni, La democrazia militante di fronte alle sfide del populismo contemporaneo (abstract), discussa nell’anno accademico 2022/23 con relatore il professor Matteo Cosulich e premiata da Più Democrazia in Trentino con una menzione speciale nell’ambito della prima edizione del premio per tesi di laurea “Vince la democrazia”, oggi arrivato alla terza edizione e realizzato con il supporto dell’Ufficio Alumni dell’Università degli Studi di Trento.

La tesi ricostruisce l’evoluzione del concetto di democrazia militante, a partire dagli scritti di Karl Loewenstein degli anni Trenta, nati dall’esperienza della crisi della Repubblica di Weimar e dall’ascesa dei fascismi europei. L’idea di fondo è che una democrazia non debba necessariamente assistere passivamente alla propria distruzione da parte di forze che utilizzano gli strumenti democratici per negare la democrazia stessa.

Ma è proprio qui che nasce il problema.

Se la democrazia decide di limitare la libertà di espressione, di associazione o di partecipazione politica per proteggere sé stessa, come può essere certa di non trasformarsi, a sua volta, in qualcosa di meno democratico?

Loewenstein aveva intuito il problema e lo aveva formulato in termini radicali: le stesse libertà democratiche possono essere utilizzate dai nemici della democrazia per conquistare consenso e potere. La sua teoria nasce quindi dall’esigenza di intervenire prima che una minaccia antidemocratica diventi troppo forte. Ma la tesi di Leoni mette in evidenza anche il limite di questa impostazione: Loewenstein non offre una compiuta giustificazione normativa dei limiti ai diritti fondamentali che propone.

È il paradosso della tolleranza: fino a che punto dobbiamo essere tolleranti nei confronti dell’intolleranza?

E soprattutto: chi decide quando una manifestazione di idee antidemocratiche diventa una minaccia concreta per la democrazia?

La storia ci dice che non esiste una risposta semplice

Leoni attraversa alcune delle principali esperienze nelle quali le democrazie hanno cercato di proteggersi dai propri nemici.

In Italia analizza, tra gli altri, la XII disposizione finale della Costituzione, la Legge Scelba e il caso di Ordine Nuovo, sciolto nel 1973, durante gli anni della violenza politica e dell’eversione. Ricorda inoltre lo scioglimento di Avanguardia Nazionale nel 1976 e quello del Fronte Nazionale nel 1999. Il caso italiano è particolarmente interessante proprio perché l’Assemblea costituente scelse un modello sostanzialmente aperto, nel quale anche forze antisistema potevano partecipare alla vita politica purché rispettassero il metodo democratico.

La Germania ha seguito una strada diversa, costruendo nella Legge fondamentale del 1949 una vera e propria “democrazia resistente”, la Wehrhafte Demokratie. Il sistema prevede, tra l’altro, la possibilità di dichiarare incostituzionali i partiti che mirino a danneggiare o eliminare l’ordinamento fondamentale democratico e liberale. Leoni analizza le decisive sentenze del 1952 e del 1956 e, a distanza di decenni, la sentenza del 2017, che ha contribuito a ridefinire in senso più rigoroso ed eccezionale l’utilizzo di questi strumenti.

E proprio la Germania offre un esempio contemporaneo significativo. La tesi esamina il caso di Alternative für Deutschland (AfD): nel 2020 la componente Der Flügel venne qualificata dall’Ufficio federale per la protezione della Costituzione come organizzazione estremista di destra incompatibile con l’ordinamento liberal-democratico; nel 2022 venne inoltre confermata la possibilità di sottoporre AfD e la sua organizzazione giovanile a un’indagine come Verdachtsfall.

Sono esperienze diverse, nate in contesti storici diversi. Ed è proprio questo uno dei punti più interessanti della ricerca di Leoni: non esiste una formula universale e immutabile della democrazia militante. Ogni ordinamento deve confrontarsi con la propria storia e con le minacce del proprio tempo.

Il problema non è soltanto istituzionale

E allora torniamo a Pietramurata.

Quello che sta accadendo non è una questione che riguarda soltanto il gestore dell’esercizio che ospiterà l’evento, la sindaca di Dro, il presidente della Provincia autonoma di Trento o il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica presieduto dal Commissario del Governo.

Le istituzioni possono sbagliare. Succede e continuerà a succedere. Possono sbagliare le istituzioni nazionali e possono sbagliare quelle locali. Possono sbagliare anche le istituzioni dell’Autonomia trentina, così come possono sbagliare i rappresentanti politici che dell’autonomia sono chiamati a essere interpreti e custodi.

L’autonomia non rende infallibili. E neppure rende infallibili le comunità che essa rappresenta.

Lo sbaglio e la devianza sono connaturati alla natura umana e attraversano ogni contesto sociale. Anche sul fronte democratico commettiamo errori, prendiamo decisioni sbagliate, sottovalutiamo fenomeni, ci accorgiamo troppo tardi delle conseguenze delle nostre scelte.

La sfida democratica non è quindi quella di immaginare istituzioni infallibili. È quella di costruire sistemi capaci di ridurre gli errori, limitarne gli effetti e correggerli quando si verificano.

E in questo senso anche l’indifferenza di fronte a un raduno dell’estrema destra radicale europea, organizzato dal Veneto Fronte Skinheads, è un problema politico e culturale. Ancora di più lo è guardare con simpatia a ciò che quel raduno rappresenta.

Non possiamo delegare tutto alle istituzioni.

La democrazia si difende anche prima dell’emergenza

Qui la riflessione di Leoni diventa particolarmente utile per il dibattito di questi giorni.

La sua ricerca non si limita infatti agli strumenti repressivi o costituzionali. Arriva a interrogarsi sulle trasformazioni della democrazia militante nel XXI secolo, sul ruolo della propaganda e dei social network e sulla necessità di affiancare agli strumenti giuridici strategie educative e preventive. È un passaggio fondamentale.

Perché se la nostra unica risposta alla crescita dell’estremismo è arrivare, ogni volta, al momento in cui dobbiamo decidere se vietare, sciogliere, limitare o sanzionare, significa che siamo già arrivati troppo tardi.

La democrazia dovrebbe essere difesa prima. Con la scuola, certamente. Ma anche con l’informazione, la cultura, le associazioni, il lavoro, lo sport, le imprese, le istituzioni, i luoghi di aggregazione, il mondo digitale.

Con un’educazione civica che non sia una materia confinata nei programmi scolastici, ma una pratica quotidiana.

Perché la consapevolezza dei diritti fondamentali, il rispetto della dignità della persona e la capacità di riconoscere il valore del pluralismo non si costruiscono una volta per tutte. Si costruiscono giorno dopo giorno.

Una democrazia viva non è una democrazia indifferente

Questo ci sembra il punto da portare nel dibattito pubblico di questa fine estate.

Non basta chiederci se sia giusto o meno limitare la libertà di espressione per difendere la democrazia. Dobbiamo chiederci quali siano le condizioni che rendono una limitazione legittima, chi debba deciderla, quali garanzie debbano accompagnarla e come evitare che gli strumenti pensati per difendere la democrazia vengano utilizzati contro la democrazia stessa.

La tesi di Leoni ricorda infatti anche il rischio opposto: la democrazia militante può essere abusata per silenziare opposizioni, comprimere il pluralismo o rafforzare chi governa. Da qui la necessità di procedure, garanzie e controlli che sottraggano decisioni tanto delicate alla pura contingenza politica.

Ma accanto a questa domanda ce n’è un’altra, forse ancora più importante: che cosa succede quando una società smette di considerare il metodo democratico come qualcosa di essenziale?

La democrazia non è soltanto il voto.

È un metodo di convivenza e di decisione fondato sull’ascolto, sul confronto, sul pluralismo, sulla possibilità di dissentire, sulla tutela delle minoranze e sul rispetto dei diritti fondamentali.

Se questo metodo viene progressivamente svuotato nella vita quotidiana — nelle istituzioni, nei luoghi di lavoro, nelle associazioni, nelle comunità, nella comunicazione pubblica e negli spazi digitali — non possiamo poi sorprenderci se crescono le persone che considerano la forza, la sopraffazione, il suprematismo o l’esclusione dell’altro come alternative legittime.

La democrazia non si difende soltanto quando compare un simbolo nazista o quando viene annunciato un raduno neonazista. Si difende ogni giorno, costruendo le condizioni culturali e sociali perché quei simboli e quelle idee non trovino spazio nella nostra convivenza.

Per questo saremo a Pietramurata. Non soltanto per dire no al nazifascismo. Ma per dire sì alla democrazia, allo Stato di diritto, al pluralismo e alla dignità di ogni persona. Perché una democrazia viva non è una democrazia indifferente. È una democrazia che sa difendersi. E che, nel farlo, sa anche interrogarsi continuamente su come non smettere di essere democratica.

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