Competenze sì, controlli no: la falsa alternativa

L’intervento del sindaco di Baselga di Piné Alessandro Santuari sulle professioni degli amministratori locali merita attenzione. Ha ragione su un punto fondamentale: amministrare un comune, soprattutto in un contesto normativo complesso e ricco di opportunità (e vincoli) europei, richiede professionalità, concretezza e capacità di affrontare problemi tecnici. Un background nel mondo produttivo o professionale – edilizia, turismo, agricoltura, industria o finanza – può portare esperienza diretta e realismo. Chi guida un’azienda o esercita una libera professione spesso sacrifica tempo e prospettive personali. Negarlo sarebbe ideologico e miope.

Il problema, però, non è mai stato questo.

La critica che emerge dall’analisi dell’anagrafe degli eletti nei comuni trentini non è una preclusione verso le competenze tecniche. Non si chiede di affidare i comuni a chi non sa cosa sia un permesso di costruire o un piano regolatore. Si registra un fatto empirico: il settore edilizio-immobiliare e le professioni tecniche a esso collegate risultano sovrarappresentati rispetto al loro peso nell’occupazione generale del territorio. E si pone una domanda di sistema: quando una filiera che vive di regole urbanistiche, concessioni, piani e opere pubbliche è così presente nei luoghi dove quelle regole si decidono, quali garanzie strutturali esistono perché l’interesse pubblico prevalga su quello particolare, anche solo potenziale?

Il contrasto è ancora più netto se si considera un’altra competenza essenziale per amministrare un comune: la gestione dei bilanci e delle finanze pubbliche. Redigere e controllare un bilancio, programmare le spese, rispettare i vincoli di finanza pubblica è attività quotidiana e ad alta densità tecnica. Eppure le professioni e i percorsi formativi più direttamente legati a contabilità, economia e gestione finanziaria non risultano altrettanto presenti. Se la sovrarappresentazione fosse semplicemente il frutto della necessità di competenze concrete, ci si aspetterebbe una presenza analoga di chi sa di bilanci. Non è così. La concentrazione appare più marcata proprio nelle professioni che interagiscono quotidianamente con le decisioni urbanistiche ed edilizie.

Competenza e conflitto di interessi non sono termini opposti. Sono piani diversi. Si può essere ottimi professionisti e al tempo stesso soggetti a obblighi di astensione, di trasparenza rafforzata e di controllo esterno. La normativa già prevede alcune tutele (astensione per chi ha deleghe su urbanistica, edilizia e lavori pubblici e svolge attività professionale nello stesso territorio). Ma le tutele formali non bastano se il contesto in cui operano è debole.

Qui sta il punto che l’appello alle sole competenze rischia di eludere. Trasparenza e controlli esterni da parte di cittadini singoli e associazioni spesso non sono facilitati, ma ostacolati: difficoltà di accesso agli atti, scarso aggiornamento dei dati, formalismo, a volte clima intimidatorio o di chiusura. Quando la partecipazione e il controllo diffuso sono deboli, la sola dichiarazione di “io sono competente e di buona volontà” non basta a tutelare l’interesse pubblico e a preservare la fiducia.

Non si tratta di sospettare a priori chi viene dal privato. Si tratta di riconoscere che la qualità democratica delle decisioni locali non dipende solo dalle qualità individuali di chi le prende, ma dalla solidità dei meccanismi che rendono quelle decisioni verificabili, contestabili e responsabili. Le competenze sono un valore. I controlli esterni funzionanti sono la condizione perché quel valore non si trasformi, anche involontariamente, in privilegio.


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