
Dal 2024 la legge impone la pubblicazione dell’anagrafe degli amministratori comunali. Abbiamo analizzato i dati di 164 comuni trentini: emerge un profilo molto distante dalla popolazione che questi amministratori rappresentano.
Una norma che vale la pena raccontare
Nel luglio del 2023 il Consiglio della Regione Trentino-Alto Adige/Südtirol ha approvato una modifica al Codice degli Enti Locali che ha introdotto, a partire dal 2024, l’obbligo di pubblicare sul sito della Regione l’anagrafe degli amministratori comunali. Per la prima volta i cittadini possono sapere — con un clic — chi siede nei consigli e nelle giunte dei loro comuni, qual è la sua formazione, la sua professione, la carica che ricopre.
La norma, contenuta nel nuovo articolo 48 del Codice, prevede che ogni sindaco trasmetta alla Giunta regionale entro dieci giorni la composizione del consiglio e della giunta, completa di una scheda anagrafica per ciascun amministratore. I dati — ad esclusione del gruppo linguistico — sono pubblici e liberamente consultabili. È una misura di trasparenza che molte democrazie europee danno per scontata: qui ha richiesto anni di lavoro istruttorio e un impegno legislativo preciso.
Perché è importante? Non solo per conoscere chi ci governa, ma anche per poter fare quello che abbiamo fatto noi: analizzare sistematicamente la composizione degli organi di governo locale, misurare eventuali squilibri nella rappresentanza, e individuare i settori dove il rischio di conflitti di interesse è strutturalmente più elevato.
I dati analizzati: il dataset della Regione aggiornato al 3 giugno 2026 contiene le schede di 2.450 amministratori di 164 comuni trentini su 166. I due comuni assenti — Cimone e Luserna — non figuravano nell’anagrafe perché al momento del rilevamento non avevano ancora completato la trasmissione dei dati, avendo rinnovato i propri organi con le elezioni del 18 maggio 2026.
Chi sono i 2.450 amministratori trentini
Il dataset comprende tre categorie di carica: 164 sindaci, 655 assessori (inclusi 10 esterni) e 1.631 consiglieri comunali (inclusi 90 consiglieri candidati sindaco). Ogni scheda riporta dati anagrafici, titolo di studio e professione svolta.
Genere. Sui 2.450 amministratori, 1.636 sono uomini (66,8%) e 814 sono donne (33,2%). Il divario si accentua nelle cariche apicali: tra i 164 sindaci, 140 sono uomini (85,4%) e solo 24 sono donne (14,6%).
Età. L’età media è di 47,1 anni. La fascia più numerosa è quella 45–54 (560 amministratori, 22,9%), seguita dalle fasce 35–44 e 55–64. Gli over 65 sono 305, pari al 12,4% del totale. I sindaci sono mediamente più anziani: 51,9 anni, con la fascia 55–64 come la più rappresentata (56 sindaci su 164).

Titolo di studio. Il diploma di scuola superiore è il titolo più diffuso (1.323 amministratori, 54,0%), seguito dalla laurea (841, pari al 34,3%). Solo 251 amministratori hanno la licenza media (10,2%) e una quota irrilevante, meno dell’1%, ha la sola licenza elementare o non ha dichiarato il titolo. Tra i soli sindaci la quota di laureati sale al 38,4%.


Professione. Le categorie più rappresentate sono: impiegati del settore privato (382), pensionati (332), lavoratori autonomi (288), liberi professionisti (220), imprenditori (145), operai del settore privato (143), insegnanti (112) e impiegati del settore pubblico (110).

Ambito urbanistica, edilizia e lavori pubblici. Incrociando le colonne relative alla professione esercitata e alla formazione (con riferimento a geometri, architetti, ingegneri, periti edili e figure affini), risulta che 381 amministratori — il 15,6% del totale — operano in settori riconducibili all’urbanistica, all’edilizia pubblica o privata, alla pianificazione paesaggistica e ai lavori pubblici. La quota cresce tra le figure esecutive: 17,7% tra i sindaci, 18,8% tra gli assessori, 18,6% tra sindaci e assessori considerati insieme.

Il confronto con la popolazione residente
L’analisi acquista senso pieno quando si compara il profilo degli amministratori con quello della popolazione che essi rappresentano, utilizzando i dati ISPAT 2025 e il Censimento ISTAT 2021.
| Dimensione | Popolazione trentina | Amministratori locali | Scostamento |
|---|---|---|---|
| Quota maschile | ≈ 49% | 66,8% | +17,8 pp |
| Quota femminile | ≈ 51% | 33,2% | −17,8 pp |
| Sindaci donne | — | 14,6% | — |
| Età media | 46,0 anni | 47,1 anni | +1,1 anni |
| Over 65 | 24,1% | 12,4% | −11,7 pp |
| 18–34 anni | ≈ 18% | 22,8% | +4,8 pp |
| Diplomati | 42,2% | 54,0% | +11,8 pp |
| Laureati | 16,8% | 34,3% | +17,5 pp |
| Scuola media o meno | 41,2% | 10,4% | −30,8 pp |
| Settore urb./edilizia (sind.+ass.) | n.d. | 18,6% | +3 pp rispetto al totale amm. |
Conclusioni: quattro squilibri da tenere d’occhio
I dati dell’anagrafe restituiscono un quadro chiaro: gli amministratori comunali trentini sono sistematicamente diversi dalla popolazione che governano. Alcune di queste differenze sono fisiologiche o addirittura positive; altre meritano una riflessione più seria.
1. La sottorappresentazione femminile è strutturale. Le donne sono il 51% della popolazione trentina e il 33,2% degli amministratori. Il divario si accentua drasticamente nelle cariche monocratiche: solo 24 sindaci su 164 sono donne, pari al 14,6%. Non si tratta di un dato accidentale ma di una tendenza consolidata che riguarda soprattutto i centri più piccoli, dove la scarsità di candidature femminili non è compensata da nessun meccanismo correttivo. È una questione di democrazia sostanziale, non solo formale.
2. Le fasce d’età estreme sono quasi assenti. Gli over 65 rappresentano il 24,1% della popolazione trentina ma solo il 12,4% degli amministratori. Specularmente, i giovani sotto i 35 anni sono presenti (22,8%) in misura leggermente superiore alla loro quota demografica, ma raramente nelle cariche di vertice: nessun sindaco ha meno di 25 anni, e i sindaci sotto i 35 sono appena 10 su 164. La fascia anziana, portatrice di memoria istituzionale e di bisogni specifici, è sostanzialmente esclusa dalla rappresentanza attiva.
3. Il livello di istruzione è molto più alto della media: un dato positivo. I laureati tra gli amministratori sono il 34,3%, contro il 16,8% della popolazione generale. La quota raddoppia tra i sindaci (38,4%). Un livello di istruzione più elevato è, di per sé, un fattore positivo: amministrare un comune richiede capacità cognitive e competenze organizzative, giuridiche, tecniche e finanziarie non banali. Ciò detto, l’assenza quasi totale di chi ha solo la licenza media (10,2% contro il 25,4% della popolazione) segnala una selezione implicita che tende a escludere chi ha meno risorse culturali, anche quando disponesse di capacità e volontà di servizio civico.
4. Il settore urbanistico-edilizio è sovrarappresentato nelle cariche esecutive: un tema di potenziale conflitto di interesse. Il 15,6% di tutti gli amministratori opera professionalmente nell’ambito dell’urbanistica, dell’edilizia pubblica o privata, della pianificazione paesaggistica o dei lavori pubblici. Tra sindaci e assessori — cioè tra coloro che detengono il potere deliberativo sulle medesime materie — la quota sale al 18,6%. Geometri, architetti, ingegneri, periti edili e figure affini sono presenti sono spesso nella posizione di chi approva piani regolatori, rilascia concessioni edilizie, aggiudica appalti. Non si tratta di un reato, né necessariamente di un comportamento scorretto: molti di questi amministratori gestiscono i propri potenziali conflitti con assoluta correttezza. Ma la concentrazione strutturale di competenze tecniche in settori ad alto impatto decisionale è un dato che la politica locale non può ignorare. La nuova anagrafe rende per la prima volta possibile monitorarlo sistematicamente.
La legge del 2023 ha creato uno strumento prezioso. L’anagrafe pubblica degli amministratori non è un archivio burocratico: è la base informativa minima per chiunque voglia capire come funzionano le istituzioni di prossimità, chi le governa e in nome di chi. Usarla — come abbiamo fatto qui — è il primo passo per trasformare la trasparenza da obbligo formale a pratica civica concreta.

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