Nei giorni scorsi il professor Marco Brunazzo, direttore del Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Trento, è intervenuto sul quotidiano Il T commentando i rilievi e i dati estratti da Più Democrazia in Trentino dall’anagrafe regionale degli amministratori comunali che sono stati pubblicati da Mario Pizzini sulla medesima testata giornalistica. Segue il commento di Michela Lupi, del direttivo dell’associazione, alle osservazioni del professore.

Come associazione abbiamo letto con interesse le osservazioni del professor Marco Brunazzo. Condividiamo che i dati vadano letti con attenzione e che una fotografia statistica, da sola, non possa spiegare tutte le cause dei fenomeni che mette in evidenza. Ma proprio per questo crediamo sia importante non fermarsi ai numeri e continuare a porsi delle domande. Parto dalla rappresentanza femminile, che per noi è un tema importante. Se le donne sono il 51% della popolazione trentina, ma rappresentano poco più del 33% degli amministratori e appena il 14,6% dei sindaci, credo sia difficile considerarlo semplicemente uno scostamento statistico. Come donne abbiamo ancora molto da recuperare. Per secoli siamo state escluse dalla politica, dai luoghi decisionali, da molte professioni e dalla piena partecipazione alla vita pubblica. I diritti che abbiamo oggi sono stati conquistati, non ci sono stati semplicemente riconosciuti. Per questo non possiamo pensare che uomini e donne partano oggi esattamente dalla stessa posizione. E dobbiamo anche avere il coraggio di riconoscere che a volte siamo noi donne le prime a essere molto critiche verso altre donne. Può capitare che diamo più autorevolezza a un uomo o che giudichiamo una donna con maggiore severità. Anche questo è il risultato di una cultura che per secoli ha associato il potere e la leadership soprattutto agli uomini.
Sul tema dell’istruzione, invece, condividiamo che avere amministratori preparati sia certamente un valore. Ma un titolo di studio non significa automaticamente maggiore competenza in ogni campo e, soprattutto, non garantisce qualità morali e umane. Una laurea può dare conoscenze e strumenti, ma non dà necessariamente onestà, equilibrio, capacità di ascolto, empatia o senso del bene comune. Allo stesso modo, una persona con un percorso di studi più semplice può avere grande capacità di analisi, buon senso, esperienza e conoscenza concreta del territorio. La politica ha bisogno di persone preparate, ma anche di persone capaci di ascoltare e di servire la comunità. Le due cose non sono necessariamente la stessa cosa. C’è poi il tema del 15,6% degli amministratori che opera nei settori dell’edilizia, dell’urbanistica, della pianificazione e dei lavori pubblici. Anche qui vogliamo essere chiari: non stiamo dicendo che un libero professionista sia disonesto o che chi lavora nell’edilizia abbia automaticamente un conflitto di interesse. Anzi, nei piccoli comuni una competenza tecnica può essere una grande risorsa. Ma proprio perché questi amministratori possono trovarsi a decidere su materie che riguardano anche il loro settore professionale, è legittimo chiedersi se esistano situazioni di potenziale conflitto e se siano sufficienti gli strumenti di trasparenza e prevenzione. Su questo Brunazzo ha ragione: il 15,6% da solo non dimostra una sovrarappresentazione. Bisognerebbe sapere quanti professionisti di questi settori ci sono complessivamente in Trentino. Ma il fatto che il dato non dimostri un conflitto non significa che non sia giusto approfondirlo. Infine, condividiamo anche la necessità di considerare la dimensione dei comuni. Amministrare Rovereto non è la stessa cosa che amministrare un piccolo comune e questo può certamente incidere sulle competenze richieste e sulle persone che si candidano.
Per noi, quindi, le osservazioni di Brunazzo non smentiscono lo studio. Ci invitano piuttosto ad approfondire. Non pensiamo che le istituzioni debbano essere lo specchio perfetto della società, né che una donna sia necessariamente migliore di un uomo o una persona meno istruita necessariamente più capace. Pensiamo però che una buona amministrazione abbia bisogno di competenza, ma anche di integrità, senso civico, esperienza, capacità di ascolto e attenzione alle persone.
E pensiamo che quando una parte così grande della popolazione, come quella femminile, è così poco rappresentata nei luoghi decisionali, sia giusto continuare a chiedersi perché.
Perché una democrazia sana non deve avere paura delle domande.
Michela Lupi – Comitato direttivo di Più Democrazia in Trentino
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