Dalla “Carta di Regola” allo “Statuto Comunale”: la democrazia di ieri e di oggi – Seconda Parte

Di seguito la seconda parte, della serata di Lavis, l’intervento di Andrea Casna. Qui trovate la prima parte.OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Carte di Regola

Le regole. I comuni del Trentino dal medioevo ai primi anni dell’Ottocento erano definiti con il termine di regola. Si tratta di un termine che legava gli abitanti (detti vicini) alla gestione del territorio nel quale erano insediati. Era un’unione indissolubile fra la gente e la propria terra.

I vicini, pur sottostando ai vincoli feudali, amministravano in modo autonomo le proprie attività economiche e politiche.

L’amministrazione delle regole aveva come scopo lo sfruttamento rigorosamente controllato dei beni comuni e la tutela dei possedimenti privati. La proprietà delle regole era indivisibile e invendibile.

Le comunità godevano di un’ampia autonomia in ambito economico, ma dovevano sottostare a una serie di obblighi feudali, a volta gravosi, verso l’autorità superiore alla quale erano sottoposte. Le comunità, in poche parole, dovevano provvedere al sostentamento della superiorità locale.

Le comunità trentine erano quindi rigidamente inserite nell’ordinamento feudale. Possiamo definirle anche come delle piccole “isole democratiche” perché fondate su una partecipazione dei residenti nella nomina dei propri rappresentanti e nella gestione dei beni comuni.

La crisi del Settecento. Le riforme illuminate di Maria Teresa e di Giuseppe II misero in difficoltà l’esistenza stessa delle regole. Le riforme imperiali volte ad accentrare nelle mani del sovrano la gestione e il governo del territorio, modificarono l’assetto amministrativo delle comunità. A livello locale la politica imperiale (in modo particolare con Napoleone e con la Restaurazione) si manifestò mediante l’abolizione delle regole e con l’istituzione di una rappresentanza comunale come ente locale legato direttamente al potere centrale: i comuni come ultimo livello della burocrazia imperiale.

La fase di passaggio da Regola a Comune avvenne in modo forte durante l’età napoleonica con l’inserimento delle comunità di villaggio nell’apparato statale napoleonico. Questo processo s’intensificò durante l’amministrazione bavarese, e in modo particolare sotto la sovranità italica che portò a una drastica riduzione del numero delle comunità autonome.

Nel 1813, con l’annessione del Principato Vescovile di Trento all’Austria le Regole diventarono Comuni. Va precisato che la legislazione austriaca, dalla metà dell’Ottocento fino allo scoppio del primo conflitto mondiale, garantì ai comuni trentini una certa autonomia nella gestione degli affari interni.

Le carte di regola. Le Carte di Regola erano veri e propri strumenti giuridici che definivano le forme di sfruttamento dei beni collettivi appartenenti a ogni singola comunità e tutelavano le proprietà private. Le carte di regola stabilivano i criteri per la nomina del funzionario (detto Regolano) che ogni anno doveva amministrare la comunità. Queste norme hanno origine da una serie di osservanze tramandante oralmente che successivamente, a partire dal XIII secolo, furono messe per iscritto per rimanere in vigore (con alcune modifiche fatte nel corso dei secoli) fino agli inizi dell’Ottocento. Le norme riportate dovevano essere rispettate da tutti gli abitanti del villaggio. In alcuni casi (Fiemme, Fassa, Primiero e Ledro) le regole definivano la vita dell’intera comunità valligiana. Le carte di regola, pur presentando fra loro molte similitudini, erano anche diversificate a seconda delle caratteristiche economiche e consuetudini proprie di ogni comunità. Nel corso del tempo i vecchi statuti furono integrati con nuove norme o addirittura modificati.

La partecipazione alla vita della comunità. Alla base dell’organizzazione delle antiche comunità trentine vi era la partecipazione attiva dell’intera collettività al governo della comunità. Il momento più importante era la convocazione della Regola dove tutti i vicini s’incontravano per il rinnovo della cariche pubbliche. La nomina poteva essere elettiva oppure a rotazione, con l’obbligo di accettarle, salvo impedimenti. Per gli amministratori era previsto un compenso in natura o una quota delle multe incassate a causa di infrazioni. L’amministrazione uscente doveva presentare un rendiconto: tale aspetto avveniva in presenza degli amministratori appena nominati.

Foco. Il focolare domestico (la famiglia) era la cellula della comunità. Il padre, il capo famiglia, partecipava alle regole. I figli, fino alla loro emancipazione, formavano fuoco con il padre. In caso di spartizione dei beni, si formavano nuovi fuochi. I figli maschi erano gli eredi del bene comune e in caso di vedovanza o di assenza di maschi tale prerogativa passava alle femmine. Le condizioni per mantenere il diritto di godere dei beni comuni erano, per esempio, adempiere le diverse forme di tassazione o prestare servizio per la manutenzione delle strade e del patrimonio collettivo. Per passare dalla condizione di forestiero a quello di vicino era necessario ottenere il consenso della regola dimostrando di possedere buoni requisiti e pagando una tassa d’ingresso di entità variabile da luogo a luogo.

L’apparato amministrativo della Regola. Pur essendo simile l’organizzazione, ogni comunità conservava una propria originalità basata sulle proprie caratteristiche economiche e geografiche. Elemento comune era la figura del Regolano, che rimaneva in carica un anno e che aveva il compito principale di far rispettare le norme contenute nella Carta di Regola. Vi era poi il sindaco che aveva il compito di dirigere la comunità, ne curava gli interessi economici e la rappresentava nei suoi rapporti con le autorità superiori e con i villaggi vicini. Altra figura caratteristica era quella del Saltaro che sorvegliava le campagne e le proprietà collettive. Doveva segnalare chi compiva delle infrazioni e nelle zone a vocazione vitivinicola, nel periodo che andava dalla maturazione dell’uva alla fine della vendemmia la comunità nomina il Saltaro dell’uva.

Il bosco. Era in patrimonio sfruttato collettivamente da tutti i vicini. La regola evitava che il bosco diventasse fonte di guadagno individuale perché doveva contribuire al soddisfacimento delle esigenze primarie di ogni vicino della comunità. Scrive Mauro Nequirito: «lo sfruttamento del patrimonio boschivo era fondamentale per la sopravvivenza delle antiche comunità trentine e perciò esso doveva essere innanzi tutto protetto da eventi che potevano causarne la distruzione, quali gli incendi». Dal bosco si otteneva il legname da costruzione e da ardere. I prodotti minori (ramoscelli, foglie resina) erano importanti per l’economia dei villaggi, i quali ne regolavano attentamente la raccolta. Si doveva permettere un uso moderato di questa indispensabile risorsa, tale da fornire la rigenerazione. Gaggi erano i boschi appartenenti alla collettività. In certi comuni vi era la consuetudine di assegnare una piccola porzione di bosco a ogni nucleo familiare: le sorti.

I forestieri: «Accentuata dalla costante insufficienza delle risorse, l’ostilità verso l’estraneo, anche se proveniente da comunità vicine, caratterizzò la vita delle antiche comunità di montagna» (Nequirito, A norma di regola, p.131).

1807: fine delle Carte di Regola. A partire dai primi anni dell’Ottocento, al termine delle guerre napoleoniche, si passò da una gestione autonoma e localista a una forma di gestione più burocratica e controllata dalla autorità statale. Il passaggio ovviamente da Regola a Comune, soprattutto a partire dagli anni 20 dell’800 non fu immediato. In questa fase di transizione rimaneva ancora nei documenti il termine “regolano” e non quello nuovo di “capocomune”. In molte comunità, per esempio, non fu accettata l’abolizione fra vicini e non vicini. Infine, sempre in questa fase di transizione, non vi erano persone abbastanza preparate per ricoprire il nuovo incarico di Capocomune.

La carta di regola di Lavis, Pressano e Consorti.

La Carta di Regola di Lavis è conservata presso l’archivio del barone Sigismondo Moll a Rovereto. Nel 1792 il barone Moll, al tempo commissario imperiale, fu mandato a Lavis per sedare un tentativo di insurrezione popolare. Nel periodo di permanenza a Lavis, il Moll studiò tutte le carte comunali, facendo inoltre trascrivere gran parte della documentazione conservata negli archivi della regola di Lavis, compreso lo statuto comunale: La carta di Regola di Lavis, Pressano, Consorti. Nello stesso anno un incendio distrusse parte dell’archivio comunale. Nel 1796, in occasione della prima invasione napoleonica, il resto della documentazione finì fra le fiamme della battaglia. E’ grazie quindi all’attività amministrativa di Moll se è possibile ricostruire la storia amministrativa di Lavis, Pressano e Consorti.

La Carta di Regola di Lavis risale al 1526 all’indomani della rivolta contadina. Nel 1746 il testo fu confermato dall’imperatrice Maria Tersa d’Austria. Nel 1792 la commissione del Barone Moll, a seguito dei fatti lavisani, riscrisse lo statuto regoliero modificando alcuni punti riguardanti la partecipazione dei vicini alla vita amministrativa e affidando a un consiglio ristretto le decisioni riguardanti aspetti di normale amministrazione.

La Carta del 1525-1746

«Statuiamo, che nelli affari, e facioni della Comunità ogn’uno sii obligato fare la sua parte secondo la sua facoltà»

A capo della comunità troviamo il Regolano eletto di anno in anno dalla Regola Comunale. Era dispensato da altre cariche per tre anni.

Scrive Albino Casetti: «La carica di Regolano seguiva secondo un ordine prestabilito in base all’elenco dei proprietari di case, per evitare che qualcuno ricoprisse per troppo tempo la stessa carica e per assicurare un regolare avvicendamento. La validità delle Regole dipendeva dal numero dei Vicini intervenuti: ne occorrevano più di due terzi…»

I compiti del regolano. Vigilare sulla riscossione delle imposte; ha l’obbligo di eseguire gli ordini delle autorità e convocare in merito la Regola; provvedere all’arginazione dell’Avisio e dell’Adige; manutenzione delle strade; controllare i confini; pulizia delle strade; perquisire, per accertare possibili furti, le abitazioni dei non vicini (casalini/camerlenghi); apertura dei pascoli non prima dell’ottava di S.Michele (29 settembre). Deve mantenere una condotta confacente alla sua carica; pena la destituzione. Il Regolano di Lavis aveva anche il potere di convocare i regolani di tutta la giurisdizione di Königsberg.

Altre figure: Sindaco per ogni Colomello; Esattore; Paumaister (la figura preposta al controllo e manutenzione degli argini); Aufleger; Macellaio; Stimadori; Saltari (Saltaro dell’uva).

Le Regole; obbligo di parteciparvi, erano al meno 4 assemblee l’anno. Nello statuto si trovano norme che mettono al centro il buon senso e il rispetto verso l’autorità e i membri della regola.

I non vicini di Lavis e i tumulti del 1792:

All’interno dello statuto regoliero di Lavis troviamo norme che disciplinano la partecipazione degli abitanti alla vita pubblica della comunità. Di particolare interesse sono le norme che regolano la condizione dei forestieri (divisi in Casalini e Camerlenghi) che non potevano partecipare alle Regole comunitarie, ma soggetti ugualmente al pagamento delle imposte e alle prestazioni lavorative gratuite presso gli argini, le strade comunali e nei campi dei vicini.

All’interno della Carta di Regola di Lavis, Pressano e Consorti, si legge: «Statuiamo se alcuna persona forestiera comprasse in questa Comunità una Casa, la quale fosse a ben Comune, tal persona non pretenda d’essere Vicino per causa di tale acquisto, se prima non verrà il consenso, e resterà d’accordo con la Comunità».

Il capitolo sesto, paragrafo quinto, dello statuto di Lavis ordina che i camerlenghi e i casalini sono obbligati a lavorare per i vicini della comunità per tre giorni continui, ed eventualmente anche un quarto giorno presso un altro vicino: in caso di mancanza dei propri doveri, i non vicini sono costretti a pagare alla comunità una multa di cinque lire. I casalini e camerlenghi sono tenuti ed obbligati a partecipare a loro spese alle foncioni comunali, in modo particolare alla costruzione e manutenzione degli argini dei fiumi Adige e Avisio sotto pena di una multa: per i possessori di beni, la multa consiste nell’esclusione dall’uso delle acque comuni, e per i non possessori, la punizione prevede il pagamento di una multa (di lire cinque) da versare al comune.

A partire dalla seconda metà del Settecento la comunità di Lavis iniziò a non sopportare più tale distinzione. Le imposte imperiali e le spese affrontate per la costruzione della nuova chiesa e degli argini misero in difficoltà l’assetto finanziario della comunità. Tutto finì sulle spalle dei non vicini (Casalini e Camerlenghi), che al principio del 1792 minacciarono lo scoppio di una sollevazione popolare. Il Barone Sigismondo Moll, commissario di Rovereto, intervenne per risistemare la situazione politica e finanziaria della comunità.

In un suo discorso presso l’Osteria del Leon d’Oro pronunciò queste parole: «E poiché fu appunto promulgato nel Pubblico esservi molti aggravi, molti disordini, molta mala fede nell’amministrazione delle rispettive cariche: così mi pare ragionevole , che la classe dei non vicini, classe la certamente più numerosa e quindi la più attendibile sia a dovere informata di ciò, che possa, affinché deponga i suoi sospetti, se sono malfondati, e se fondati veda ancora il modo efficace con cui si vuole ripiegar all’ulterior corso del male, ed in tale vista ho ammesso nella radunanza di oggi li 4 deputati d’essi non vicini, che qui vedete e voi signori dovete essere soddisfatti, poiché se le opere sono buone non vogliono tenebre, ma la luce , e la verità non arrossisce mai, che puramente se viene palliata, o nascosta», Moll, marzo 1792, Osteria del Leon d’Oro.

 Il Moll, inoltre, costatò una situazione alquanto anomala rispetto alle altre realtà comunitarie del Tirolo italiano. Nel 1790 solo 115 famiglie avevano il diritto di vicinanza, circa 300 persone; 418 famiglie erano non vicini, circa 1.367 persone: tre famiglie su due erano forestiere.

Il nuovo regolamento del 1792:

Il Moll riscrisse un nuovo regolamento, che per certi aspetti ricalca quello precedente del 1750 steso per volere dell’avvocato roveretano Pietro Comoro.

Il «Minor Congresso», nel novo regolamento, costituisce il cuore pulsante della vita amministrativa ed economica della comunità, e sono tenuti a parteciparvi il regolano, i tre sindaci, i sei deputati e il cassiere.

Il consiglio maggiore, o «Maggior congresso», sostituisce nelle sue funzioni l’antica regola generale. Non è altro che l’assemblea cui partecipano tutti i vicini attivi ed eleggibili per eleggere i funzionari comunali (regolano, cassiere, sindaco e deputati), elezione che avviene mediante scrutinio segreto a maggioranza assoluta.

Il regolamento imposto dal Moll dedica grande attenzione al modo in cui devono essere eletti i rappresentanti comunali: i vicini presenti sono chiamati uno per volta, in base all’ordine di arrivo, dall’attuario comunale il quale consegna una cedola sulla quale il vicino scrive il nome del suo candidato, consegnandola poi nelle mani del giudice. Al termine delle votazioni i vicini sono invitati ad uscire dalla stanza per garantire lo svolgersi segreto dello scrutinio tenuto dall’attuario, dal giudice, e dal regolano uscente. Ultimato lo scrutinio, i vicini vengono richiamati nella sala del consiglio e il giudice legge ad alta voce l’esito dell’elezione: colui che riceve il numero maggiore di voti ottiene la carica per la quale è stato votato. In caso di parità si procede mediante sorteggio: i nomi dei due contendenti sono scritti su due separati ma simili fogli, messi in un’urna e il primo che viene sorteggiato ottiene l’incarico.

L’acquisizione del diritto di vicinanza conosce una lieve modifica: mantiene i tratti fondamentali del precedente statuto regoliero, ma, in base all’ordine governiale del 2 aprile del 1792, prevede una riduzione della tassa d’iscrizione per quei forestieri che si sono distinti per particolari meriti o servigi.

Il Moll pone l’accento sulla partecipazione attiva dei vicini alla vita comunitaria: inserisce l’obbligo di ricoprire le cariche comunali, in caso di rifiuto non approvato dal giudice la pena è la perdita del diritto di vicinanza; il commissario obbliga ad arrivare puntuali ai congressi generali, pena una multa di 54 caratani.

Bibliografia:

Mauro Nequirito, A norma di regola: e comunità di villaggio trentine dal medioevo alla fine del ‘700, Provincia autonoma di Trento. Servizio beni librari e archivistici, 2002.

Albino Casetti, Storia di Lavis : giurisdizione di Königsberg-Montereale, Studi Trentini di Scienze Storiche, Trento, 1981.

Andrea Casna, “I torbidi popolari di Lavis” del 1792 : potere politico e rivolta sociale in una comunità di antico regime, relatore Marco Bellabarba ; correlatrice, Serena Luzzi, 2007

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