Trentini e sudtirolesi nel “secolo lungo”: il rovesciamento delle parti, fra sudditanze e autonomie negate.

relatori_autonomia negataRicordando l’appuntamento del 16 marzo alle ore 18:00 con la presenza aggiuntiva del prof. Toniatti, pubblichiamo di seguito il discorso integrale di Vincenzo Calì pronunciato all’incontro di approfondimento sull’autonomia locale del 9 marzo: “L’autonomia negata 1803-1945: da colonia interna ad appendice nazionalista”

Il Trentino austriaco oltre il mito

Come è largamente noto, la “sovranità limitata” del Principato vescovile di Trento, durata sette secoli all’interno del Sacro romano Impero Germanico, si era esaurita ancor prima che l’ancien Regime venisse travolto dalla Rivoluzione francese, allorquando Pietro Vigilio Thun, disposto a cederne la sovranità a fronte di un vitalizio personale di 50.000 fiorini, ottenne dal Kauniz un netto rifiuto, visto il modestissimo gettito finanziario proveniente dalle casse del principato. Problema sempre attuale, quello dell’autofinanziamento, principio che sta alla base di ogni ipotesi di assetto federalista degno di questo nome. Passata la bufera napoleonica di forme di autogoverno del Trentino, embrionalmente presenti nell’ancien regime ( si pensi solo agli statuti cittadini e alle rurali carte di Regola) non si sentì più parlare per tutta l’età della Restaurazione.

Rovesciando il concetto caro allo storico E.Hobswbam , potremmo parlare, per la storia istituzionale delle valli che costituiscono il bacino dell’alto corso del fiume Adige, del Novecento come “secolo lungo”, individuando il punto di partenza del processo che ha portato all’assetto istituzionale attuale ( Il sistema Provincie/ Regione ) nell’anno 1848. E’ alla dieta di Francoforte infatti che risuona per la prima volta – nell’autorevole sede istituzionale preposta alla stesura di un nuovo disegno costituzionale europeo – la richiesta di un’autonomia per il Trentino separata dal Land tirolese: l’area geopolitica italofona della Regione era stata forzatamente inclusa nel territorio ultramontano dopo la ventata napoleonica, riducendo a pura espressione geografica un territorio che, risalendo a ritroso dal Principato vescovile al ducato longobardo e alla X regio romana, aveva trovato per quasi due millenni in Trento, come convergenza naturale delle valli, il centro istituzionale del governo del territorio. L’impronta del progetto autonomista quarantottesco con cui il ‘comitato patrio’ di Trento, per voce in specie dell’a Prato, del Gazzoletti, del Dordi, irruppe sulla scena politica ponendo con forza il tema dell’autonomia del Trentino, riecheggiava quanto sostenuto da Carlo Cattaneo, che fece del suo “Politecnico” il luogo di dibattito e di definizione di una nuova consapevolezza delle realtà regionali italiane. La richiesta di un’autonomia separata da Innsbruck, confortata dal sostegno di 46.000 firme raccolte nelle città e nelle valli, si pose comunque come ‘programma minimo’ all’interno della più ampia strategia che con i moti risorgimentali tendeva a porre il Trentino al passo con il processo di unificazione nazionale italiana entro un comune processo europeo teso a riconoscere le “nazioni senza Stato”. E’ ben vero che le fiammate del ’59 e del ’66, specie quest’ultima, che aveva visto Garibaldi e il generale Medici ad un passo dalla conquista di Trento, misero per un momento in secondo piano le rivendicazioni autonomistiche; ma fu l’abate a Prato che, tramontata la concreta speranza di unione del Trentino all’Italia, riprese con il suo giornale “Il Trentino” la battaglia autonomista. Lo strumento scelto dai trentini fu principalmente l’astensione per protesta dai lavori della dieta di Innsbruck. Fino alla fine del secolo XIX questa tattica non sortì risultati soddisfacenti e portò ad una progressiva emarginazione politica, sociale ed economica del Trentino. Da rilevare il fatto che al conservatorismo degli ambienti tirolesi si contrappose in questa fase la maggiore carica innovativa e modernizzante proveniente da Vienna, a riprova del fatto che lo schema centralismo/ autonomie non si presta ad una lettura a senso unico.

La richiesta trentina di un’autonomia separata suscitò naturalmente nei Tirolesi tedeschi forti preoccupazioni per l’unità della provincia, nel governo centrale il timore d’alimentare in altre nazionalità dell’Impero analoghe rivendicazioni. Massimi promotori delle istanze di autonomia per il Trentino, che assumevano in misura sempre più accentuata carattere nazionale, furono quindi gli esponenti della classe liberale, all’interno della quale emersero figure di spicco come il già menzionato Giovanni a Prato e Vittorio de Riccabona. La reazione al mancato ottenimento di una dieta trentina si concretizzò nella tattica dell’ostruzionismo alla dieta di Innsbruck; ciò contribuì ad aprire un solco sempre più profondo fra potere centrale asburgico e società trentina. Di contro, nel Tirolo tedesco, il movimento liberale che raccoglieva consensi quasi esclusivamente tra la borghesia cittadina e tra gli intellettuali laici, rivestì un ruolo e una funzione minoritaria e subalterna rispetto al partito conservatore. Quest’ultimo, interprete dell’unità religiosa del territorio e del mantenimento della propria autonomia, raccoglieva ampi consensi nel complesso tessuto sociale della popolazione tirolese, la quale registrava ancora l’egemonia della Chiesa e del ceto contadino. Lo scontro tra Stato e Chiesa, che ripropose una specifica identità della popolazione sudtirolese, raggiunse il suo apice nel 1867, quando il partito liberale, ottenuta la maggioranza al Reichstag, avviò un programma di riforme tese a laicizzare lo Stato. La politica attuata dal governo centrale scatenò nel Tirolo tedesco il Kulturkampf. La rivendicazione tirolese di una autonomia da Vienna – un’autonomia che prevedeva una commistione tra apparato statale e apparato ecclesiastico dal carattere dichiaratamente difensivo-conservatore – va letta nella più ampia cornice dello scontro in atto tra “centro” e “periferia” dell’Impero, tra centralisti e federalisti. La strenua opposizione condotta dalla popolazione sudtirolese, con il sostegno della Chiesa e del partito conservatore, nei confronti della politica riformatrice tentata dai liberali austriaci, contribuì a contraddistinguere il Land per il suo conservatorismo e il suo antiriformismo. Tuttavia, se da una parte la dieta di Innsbruck rivendicava l’autonomia del Tirolo nei confronti del governo centrale, dall’altra si opponeva strenuamente a qualsiasi istanza autonomista avanzata dai delegati trentini.

Il Tirolo della seconda metà dell’Ottocento appare una realtà caratterizzata dalla rigidità dell’ambiente rural-conservatore. Un’immobilità in grado di impedire anche al partito socialdemocratico di penetrare e d’incidere realmente all’interno della società civile tirolese; una tendenza in chiaro contrasto con l’espansione e il conseguimento di notevoli affermazioni registrate nel resto dell’Impero a cavallo del XIX e XX secolo. Sull’altro fronte politico la debolezza intrinseca al movimento liberale sudtirolese provocò fratture al suo interno dalle quali scaturirono tendenze pangermaniste, cui si contrappose una forte crescita dell’ “irredentismo” trentino.

A introdurre elementi dinamici dopo mezzo secolo di temporeggiamenti alla dieta tirolese contribuì la battaglia autonomista ingaggiata dal giovane ed agguerrito movimento socialista trentino, seguito di lì a qualche anno, dalle organizzazioni cattoliche che stavano progressivamente affermandosi. Riguardo al movimento socialista, va detto che da qualsiasi parte si voglia iniziare la lettura dei documenti, delle note, degli appunti lasciati da Cesare Battisti, che ne fu il fondatore con Antonio Pischel, vi appare sempre una costante preoccupazione: far conoscere le reali condizioni del Trentino anzitutto ai trentini e poi, specie durante la campagna per l’intervento, agli italiani del Regno. Questa impostazione di pensiero e di azione non poteva non incontrarsi felicemente con la campagna autonomística che dal tempo della restaurazione in poi aveva visto impegnate generazioni di trentini. Nel capitolo “irredentiirredentismo” della Storia dell’Italia moderna, Gioacchino Volpe ricordava che quella campagna ebbe il suo punto di forza nel testamento spirituale rivolto dall’abate a Prato ai trentiní: ”siate concordi prima, nel prefiggervi di combattere con uomini di volontà la lotta per la separazione dal Tirolo, poi dichiaratevi liberali o clericali, come meglio vi piaccia”. Credo sia questo un punto importante, proprio a indicare la fondamentale centralità della questione autonomistica a prescindere dalle collocazioni di partito. Va anche ricordato come, sempre Gioacchino Volpe ebbe modo di sottolineare con particolare efficacia descrittiva, la complessità del pensiero e dell’azione socialista di Battisti in campo autonomistico: “anche nel Trentino, proposito primo, quasi passione del giovanissimo Battisti, comunicatasi poi a molti altri, fu uno studio approfondito del paese in tutti i suoi aspetti, anche in vista della auspicata autonomia che avrebbe permesso di lavorare su un terreno conosciuto, per risolver i problemi locali, sanare quei mali, avvalorare quelle risorse forestali, idriche, agrarie, minerarie…. Obbediva, questa attività di Battisti così orientata, ad una nuova e più fervorosa anima della gioventù colta del Trentino. Era sorta da qualche anno la Società degli studenti trentini, col proposito di pubblicar un ‘annuario’, fondar una biblioteca scientifico-letteraria moderna, bandir un concorso per un’opera illustrativa della regione, chiamar maestri italiani per un ciclo di conferenze, promuovere educazione fisica e alpinismo, anche come mezzo di conoscenza e di studio di quelle montagne… .

Agli occhi del giovane socialista Battisti, sul finire del secolo, questo dell’autonomia era un traguardo che andava assolutamente raggiunto; questa certezza gli derivava innanzitutto dai suoi studi e dalle sue ricerche.

Sulla rivista di studi scientifici “Tridentum” da lui diretta e che aveva fin dai suoi esordi lanciato un appello ai trentini “per lo studio di casa nostra” in un saggio sulla popolazione del Trentino, saggio che si riferiva all’anagrafe del 31 dicembre del 1900, Battisti metteva in evidenza come il Trentino proprio in quanto privo di autonomia, avesse registrato nel decennio dal 1890 al 1900 un incremento demografico della popolazione del 3 % inferiore a quello medio dell’Austria, fatto che poneva il Trentino come fanalino di coda di tutte le singole province dell’Austria, eccettuata in parte la Carniola, regione estremamente povera.

Le cause di ciò erano da riscontrarsi nell’emigrazione massiccia, determinata dalle tristissime condizioni economicosociali del Trentino della fine dell”800; di ciò ha piena consapevolezza il giovane Battisti come risulta dalla documentazione storica, demografica e statistica conservata nel suo archivio. Nella documentazione per le sue conferenze, che spazia dalla pellagra nel Trentino alla crisi dell’agricoltura, al mancato sviluppo industriale, si ha la netta sensazione di come quello del sottosviluppo sia agli occhi del leader socialista il problema prioritario da affrontare.

Si trattava, quindi, di ottenere una autonomia in campo economico, politico e culturale, tale da permettere una inversione di tendenza, una ripresa del Trentino in tutti i campi.

Già nel primo opuscolo di propaganda popolare, Il partito socialista e l’autonomia del Trentino, edito a Rovereto nel 1897 Battisti ricorda come nel ‘95 era uscito un numero unico “La rivista popolare trentina “, sequestrato dalla polizia, in cui si affrontava il tema dell’autonomia; tema ripreso appunto in questo primo opuscolo di propaganda popolare, apparso alla vigilia del primo Congresso socialista trentino.

I titoli dei singoli capitoli di questo opuscolo ci illuminano sulla battaglia avviata dai socialisti sul tema dell’autonomia: I socialisti e l’autonomia, Trentino e Tirolo, 1 danni del sistema attuale, La tattica dei deputati trentini, Perché i socialisti vogliono l’autonomia. Questo opuscoletto popolare tradusse in modo efficace, finalizzato alla diffusione popolare, quella che sarà la propaganda socialista su questo tema per un ventennio; il motivo ritornante era quello delle difficili condizioni socio-economiche della parte italiana del Land Tirol:

… per convincersi che fra il paese nostro Trentino e il Tirolo ci sono delle enormi differenze e che quindi non possono essere retti con le stesse norme, basta dare uno sguardo alla cultura, la lingua e costumi, ai prodotti, al clima, al suolo, ai commerci. Nella parte tedesca della provincia, vale a dire nel Tirolo, l’agricoltura non consiste che in prati, boschi e pascoli. Qui da noi invece la vite inghirlanda i colli, il gelso imbosca il piano, le frutta ombreggiano i giardini. Tra i tedeschi il suolo è diviso in pochi e grandi masi. Da noi la proprietà è enormemente frazionata e il contadino possiede sempre insieme ai debiti e alle ipoteche un pezzettino, sia pur piccolissimo di terreno che gli è sufficiente per guadagnarsi la pellagra .

Di questa malattia sociale, diffusissima nel Trentino alla fine dell”800 e dalle gravi conseguenze sulla salute mentale delle popolazioni , Battisti parlò in conferenze e dibattiti, legando sempre questo problema ai dazi sul grano che impoveriscono la popolazione trentina e creano una discriminazione, una disparità con i cittadini tirolesi della provincia.

Questi temi, a cui si unisce il problema del soffocamento dell’autonomia dei comuni da parte della dieta di Innsbruck, vengono ampliati, ripresi in numerosi articoli e discorsi raccolti poi da Battisti nell’opuscolo Una campagna autonomistica, il partito socialista e l’autonomia del Trentino 18951901 . La battaglia per l’autonomia risulta nell’azione di Battisti legata con le campagne per la nazionalità, la salvaguardia dei diritti della cultura degli italiani in Austria; e credo, da un esame della documentazione dell’archivio Battisti, sia veramente difficile isolare il problema dell’autonomia dagli altri, perché in tutte le carte, gli scritti, le riflessioni, gli appunti, questi temi sono sempre indissolubilmente legati; ed è operazione non facile isolare, per una migliore puntualizzazione il filone dell’autonomia dalle altre questioni, come il suffragio universale al parlamento, alla dieta e ai comuni.

Nell’introduzione all’opuscolo sopra ricordato, sulla campagna autonomistica, Battisti chiarisce le ragioni che spingono i socialisti a far propria la battaglia per l’autonomia mediante l’agitazione e la propaganda:

Per sfatare a base di documenti molte vecchie e pur persistenti accuse sulla condotta del partito nostro sulle gravi questioni locali e perché se la sorte vuol oggi e vorrà forse anche domani che i socialisti si trovino in questa lotta per l’autonomia al fianco di altri partiti, sappiano questi altri partiti perché noi socialisti vogliamo l’autonomia, con quali criteri la vogliamo e che cosa pretenderemmo ad autonomia ottenuta .

Era questo della tattica elettorale socialista un problema di primissimo piano in questi anni di inizio secolo. Dai deliberati del secondo Congresso del partito socialista trentino, che si tenne il 1° febbraio 1900, appare evidente il tentativo di aprire una nuova fase di maggior impegno e presenza socialista nel Trentino. In questo quadro si colloca la decisione di modificare la tattica decisa nel primo Congresso del’97 accettando alleanze con frazioni della borghesia favorevoli ad una seria lotta per l’autonomia e appoggiando nei ballottaggi i candidati democratici di altri partiti che accettano il programma minimo socialista.

Programma minimo, avverte Battisti, in quanto programma massimo per tutti gli irredenti, senza distinzione fra clericali, liberali e socialisti trentini, non può essere quello dell’autonomia, bensì la soluzione della questione nazionale, premessa per gli irredenti alla soluzione di ogni altro problema.

Nel 1903 Battisti subisce, a causa delle sue violente critiche all’immobilismo dei deputati liberali e clericali della dieta, un processo intentatogli da 14 dei 18 deputati italiani alla dieta di Innsbruck; nell’archivio, Battisti sono conservate centinaia e centinaia di firme, raccolte fra tutti i ceti sociali, di solidarietà al socialista trentino per il processo subito.

Con l’inizio del XX secolo è ovunque un affermarsi e crescere dei nazionalismi; emblematica, da questo punto di vista, la vicenda dell’Università italiana e i violenti scontri innescatisi a Innsbruck nel 1904, in occasione della sua apertura. Sullo sfondo di queste vicende il fiorire delle società patriottiche e il fallimento degli ultimi tentativi di giungere ad un accordo politico per l’autonomia del Trentino. In questo processo, che segnò il passaggio dalle rivendicazioni per l’autonomia alla richiesta di una separazione del Trentino dal resto dell’Impero, si inserì il consolidamento e l’espansione dei partiti moderni. Nel Tirolo tedesco al declino dei conservatori corrispose la crescita dei cristiano-sociali, la cui maggioranza non celava le proprie tendenze pantedesche e pantirolesi, mentre nel Trentino acquistava sempre maggior peso politico il partito socialista guidato da Cesare Battisti. La mancata disponibilità da parte di Vienna e di Innsbruck ad assecondare le richieste avanzate dai rappresentanti trentini, spinse Battisti ad abbandonare le linee internazionaliste e il programma di Brünn, schierandosi sempre più apertamente in favore dell’ “irredentismo”; una scelta politica, che registrò una brusca accelerazione dopo il congresso di Trieste del 1905. I cattolici trentini, analogamente ai cristiano-sociali, erano una realtà fortemente organizzata sul territorio attraverso il controllo di una fitta rete di Casse rurali e di cooperative. Nel corso dei primi anni del Novecento i cattolici trentini si consolidarono politicamente nel partito popolare trentino. Claus Gatterer dà comunque una lettura negativa all’atteggiamento politico che essi assunsero: «…una lotta tendenzialmente platonica a favore dell’autonomia, soprattutto per strappare voti ai nazional-liberali e soldi alla Dieta del Tirolo».

Va comunque sottolineato come, con il nuovo corso favorito dalla salita alla cattedra di s.Vigilio del vescovo Celestino Endici, attraverso gli scritti di Alcide Degasperi, dalle colonne del giornale clericale “La voce cattolica”, il partito popolare si fece portavoce del concetto di “coscienza nazionale positiva”, proponendo ai Trentini obiettivi di natura economica e sociale oltre che culturale-nazionale: posizione questa che in passato già era stata propria di liberali, quali il podestà di Trento Oss Mazzurana con il suo programma indirizzato al “risorgimento economico” del Trentino, e di Vittorio de Riccabona.

Se le scelte ispirate alla “Rerum Novarum” portate avanti da Alcide Degasperi trovarono ampio consenso fra gli aderenti al neo costituito partito popolare trentino, la tattica adottata dal gruppo dirigente battistiano, quella dello scontro frontale con la parte tedesca incontrò forti ostilità all’interno del partito socialista trentino e nelle organizzazioni economiche. Negli anni fra il 1903 e il 1907 Battisti si era posto volontariamente ai margini del partito; questi furono gli anni in cui aumentò in lui il pessimismo riguardo alla possibilità concreta di realizzare i presupposti del programma di Brünn. Le battaglie per il suffragio universale, per l’autonomia, la democratizzazione della dieta e dei comuni non sembrano produrre successi. Anche verso il Convegno antimilitarista di Trieste del 1905, promosso dai partiti aderenti alla II Internazionale, il suo atteggiamento fu di aperto scetticismo. La ripresa unitaria della attività socialista nel 1907, vede Battisti in prima linea nel riproporre sull’autonomia la posizione di sempre; al discorso elettorale tenuto per le elezioni dietali al Teatro Verdi il 14 febbraio dei 1908, Battisti propone, come temi qualificanti, il confronto fra il programma socialista attuale e quello liberale del 1848, i cespiti di entrata della provincia del Tirolo che gravano maggiormente sui trentini, l’ingiustizia nazionale della tassa sul grano, gli sperperi per la burocrazia e le spese militari, i problemi ferroviari e stradali, il soffocamento dei comuni da parte della provincia. Siamo nel 1908, i temi sono gli stessi del 1897.

Una vicenda valga per tutte a esemplificare la staticità del quadro politico trentino: la mancata realizzazione della tramvia di Fiemme. E’ questo, come affermava il socialista Piscel in una sua lettera ad Avancini del 1902, l’esempio che dimostra come “l’autonomia resterà sempre una fata morgana finché a prepararne l’ottenimento, non eliminiamo il principale ostacolo, la questione del predominio economico sulla valle dell’Avisio”.

Le buone intenzioni del governo di Vienna di esaudire i desideri dei trentini si arrestano contro il muro della borghesia liberale tedesca che combatte il progetto dell’autonomia trentina perché teme che attraverso questa si indirizzino i progetti ferroviari trentini.

Ora, chiaramente, questa situazione porta a riflettere sulle difficoltà che il quadro politico complessivo pone ai socialisti trentini, Piscel, Avancini e Battisti, costretti, per giunta, ad operare in una situazione economicosociale fortemente deteriorata.

Che l’azione dei socialisti per l’autonomia continui incisiva fino agli anni immediatamente precedenti la guerra, pur in queste difficili condizioni risulta dalle parole di un protagonista insospettabile qual è il Tolomei, che nel 1908 affermava sull’”Archivio per l’Alto Adige” che

se da una parte vediamo nel partito nazionale liberale, il partito che poteva vantarsi di aver additato agli altri la via, dall’altra si osserva che nei programmi dei partiti trentini il postulato di una rete ferroviaria e stradale secondo un programma organico, l’erezione di cantine sociali, l’agitazione contro l’iniquo dazio provinciale sui grani, il proposito di avvantaggiare l’istruzione ai maestri, il postulato del suffragio diretto esclusivamente sulla base del numero, è comune anche ai socialisti .

Notiamo in proposito l’intervento dell’onorevole Avancini, deputato di Trento, ad un’adunanza del partito in Bolzano: “perché gli uomini del partito nazionale liberale non seguono sì lodevole esempio oltrepassando le chiusure mentali?”. Le parole di Tolomei, che testimoniano l’impegno dei socialisti nella campagna autonomistica vengono sottolineate da Battisti prima di essere inviate al deputato Avanciní a Vienna.

Sempre sulla falsariga delle rivendicazioni autonomistiche, dell’illustrazíone delle reali condizioni economiche del Trentino, si muove il discorso tenuto da Battisti, neoeletto deputato al Parlamento austriaco il 12 dicembre 1911: per l’industria trentina, per le ferrovie delle Giudicarie e della Val di Fiemme, per la valorizzazione delle risorse idroelettriche del. Trentino, in difesa degli emigranti, contro la dittatura militare che soffoca i comuni, costringendoli a dissanguarsi per far fronte alle continue servitù militari.

Ancora nel marzo 1914 appare su “il Popolo” di Battisti sotto il programma elettorale socialista per le elezioni alla dieta di Innsbruck, alla voce i socialisti e l’autonomía la riproposizione testuale delle richieste autonomistiche che da oltre sessant’ anni avanzano i trentini. Nell’industria, nell’agricoltura, nell’amministrazione come nella scuola: fino all’ultimo, e Battisti lo ripeterà nel suo lavoro Al parlamento austriaco al popolo italiano, così come nella sua lettera aperta al socialista Morgari, la sua battaglia sarà quella di far valere e far conoscere agli altri italiani le reali esigenze economicosociali del Trentino, di fatto ridotto a “colonia interna” di un Impero, quello degli Asburgo, che impossibilitato ad espandersi oltre i confini a differenza delle altre potenze europee, finì per sfruttare prevalentemente le proprie minoranze interne.

Gli anni che precedettero lo scoppio del conflitto registrarono quindi un sempre maggior accentramento del potere politico e una crescita dell’apparato amministrativo-statuale austriaco, che si manifestò nella compressione degli statuti cittadini, nel tentativo di rallentare il processo di auto-dissoluzione dell’Impero asburgico. L’avvio delle operazioni militari, nell’agosto del 1914, non pose fine né alle rivendicazioni da parte trentina né all’opera di snazionalizzazione attuata dalle compagini pangermaniste. Le prime si rovesciarono nella propaganda interventista a favore dell’intesa, che divampò nel Regno d’Italia; le seconde proseguirono nell’affermare la volontà di un Tirolo “tedesco” che andasse da Kufstein alla chiusa di Verona, fino alle rivendicazioni estreme espresse dal Tiroler Volksbund nella primavera del 1918, pur dinanzi alla prospettiva della sconfitta austroungarica.

A scrivere la parola fine alle richieste autonomistiche trentine venne comunque la mancata riforma elettorale del 1914 della dieta di Innsbruck e il prevalere delle spinte nazionaliste in entrambe le comunità linguistiche: l’irredentismo dei trentini da una parte e il pangermanesimo dei tirolesi dall’altra. Già con i fatti di Pergine e con i fatti di Innsbruck che videro lo scontro aperto fra le due opposte fazioni poteva comunque dirsi terminata, da parte trentina, ogni spinta all’autonomia entro i confini dell’Impero asburgico. Il prevalere del programma massimo, l’annessione del Trentino all’Italia, sarà da quel momento in poi la parole d’ordine delle élites cittadine, parola d’ordine che portò queste ultime a schierarsi per l’intervento dell’Italia a fianco dell’Intesa allo scoppio della Grande guerra, senza nulla più concedere alle istanze autonomiste all’interno del nesso austriaco. Solo il movimento cattolico, guidato dal 1905 da Alcide Degasperi, mantiene una più cauta linea d’azione, rivendicando una coscienza nazionale italiana positiva entro però un contesto istituzionale di ampie autonomie sotto l’Austria e, in caso di mutamento geopolitico, anche sotto l’Italia sabauda. Né fecero testo i colloqui con Sonnino di Degasperi a Roma fra il ’14 e il ’15, là dove la massima preoccupazione del leader cattolico trentino fu quella di preservare gli istituti di antica tradizione cattolica in campo sociale ed economico, rivendicando a tal fine ampie autonomie in caso di annessione allo Stato sabaudo. Nel pur aspro contrasto che caratterizzò nell’anno della neutralità italiana il rapporto fra Battisti e Degasperi il fine di entrambi fu quello di preservare l’integrità territoriale del Trentino messa a rischio con lo scoppio della Grande Guerra e con le conseguenti trattative diplomatiche fra Austria e Italia sull’assetto futuro della Regione.

 

L’Italia matrigna

A guerra finita, i nuovi confini stabiliti dal trattato di pace includenti le popolazioni tedesche spinsero la classe dirigente liberale a prevedere il riconoscimento delle autonomie locali anche di fronte alla ferma presa di posizione dell’allora presidente della Giunta provinciale amministrativa Enrico Conci. Nell’intero periodo intercorso fra l’annessione del Trentino all’Italia e il pieno dispiegarsi della dittatura fascista le forze democratiche trentine diedero scarso peso al problema autonomistico, con l’unica eccezione del movimento cattolico, che attraverso il suo maggiore esponente Alcide Degasperi si fece difensore dell’autonomia trentina in sede romana. Sul metodo di amministrazione delle nuove province il deputato trentino sosteneva:

Dopo l’elezione dei comuni deve finalmente avvenire l’elezione delle diete provinciali e a questo riguardo io osservo che noi dobbiamo prima risolvere evidentemente la questione della loro competenza, stabilire cioè se a loro spetti, oltre la competenza dei consigli provinciali delle vecchie province, anche la prerogativa di carattere legislativo che esse avevano avuto finora. A questo proposito osservo che il punto di vista , se non del Parlamento certo del Governo, è in gran parte pregiudicato in nostro favore. Non solo noi abbiamo, in tesi generale, una legge del Parlamento fatta al momento dell’annessione delle nuove province in cui si dice che la legislazione del regno deve essere estesa, concordandola con le autonomie esistenti, alle nuove province ( articolo 4), ma nell’atto stesso in cui il Governo ha emanato lo statuto delle nuove province si accennava al potere legislativo delle diete provinciali e delle rappresentanze regionali …. E la relazione al re dell’onorevole Giolitti diceva: la base delle autonomie è quella che la legge dell’annessione vuole trasmettere integralmente alla futura sistemazione definitiva dell’ordinamento delle nuove province .

La pace, siglata il 10 settembre 1919 a Saint German en Laye, segnò per la popolazione tedesca al di qua del Brennero, la fine delle speranze di congiunzione al Tirolo e il fallimento di tutte le iniziative intraprese in tal senso. La popolazione di lingua tedesca subì uno shock politico, passando da uno stato di appartenenza alla nazionalità dominante, all’interno della monarchia asburgica, a quello di minoranza etnica nello stato considerato il nemico ereditario. Il nuovo assetto territoriale, con l’annessione del Sud-Tirolo al Regno d’Italia, la ventata nazionalista e la costituzione della Venezia Tridentina con la provincia unica di Trento, la crisi dello stato liberale, incapace di confrontarsi con le richieste di autonomia, non solo della popolazione di lingua tedesca ma anche dei Trentini, comportarono un reale ribaltamento della situazione rispetto al periodo asburgico. Tra il 1919 e il 1920, sotto la guida del commissario civile per la Venezia Tridentina, Luigi Credano, si assistette a timidi tentativi di garantire un assetto istituzionale autonomistico alle terre liberate, seguendo le linee delineate dal re Vittorio Emanuele III nel Discorso della corona del 1° dicembre 1919. Linee, che ben presto segnarono il passo per l’irrompere sulla scena della politica italiana del fascismo, il quale fece propria la parola d’ordine del confine al Brennero e dell’italianizzazione a tappe forzate del Sudtirolo, dimenticando il monito lasciato in eredità dal governatore militare, generale Pecori Giraldi, con il passaggio di consegne al commissario civile Luigi Credaro. Con queste premesse, tra il Deutscher Verband, il partito di raccolta di cattolici e liberal-nazionali, e il Fascismo, portatore della politica snazionalizzatrice e sostenitore delle tesi di Ettore Tolomei, lo scontro si fece sempre più acuto, determinando le tensioni etniche che attraverseranno le varie fasi della storia regionale nel corso del XX secolo.

Nella già difficile situazione di contrapposizione tra popolazione di lingua tedesca e italiana, creatasi con l’annessione del Tirolo tedesco al Regno d’Italia nella provincia unica della Venezia Tridentina e con l’italianizzazione forzata – attuata attraverso misure legislative come la toponomastica – si inserì, a cavallo tra il 1926 e 1927, un ulteriore elemento di rottura tra Trento e Bolzano: l’istituzione della provincia di Bolzano, senza i dieci comuni mistilingue, e il riassetto dei comuni, fortemente ridimensionati dal punto di vista numerico. Con l’istituzione della provincia di Bolzano, il capoluogo altoatesino fu al centro delle iniziative politico-economiche intraprese dal regime. La realizzazione della “zona industriale” e il conseguente innesto massiccio di popolazione dalle altre province del regno, implicarono un sovvertimento della stessa composizione del gruppo di lingua italiana. La componente trentina, che pur tra contrasti era tradizionalista e condivideva con il gruppo tedesco un comune sentire in ordine all’autonomia, fu posta in una posizione di minoranza. L’avvento della dittatura fascista portò ad una forzata interruzione del progetto autonomista dei cattolici trentini; con l’istituzione della Provincia di Bolzano nel 1927 il Trentino subì un ulteriore schiacciamento sulle politiche nazionali a cui nessuna voce potè opporsi a seguito del varo delle leggi “fascistissime”. Solo dopo l’otto settembre 1943, nel periodo della clandestinità, il movimento cattolico, coadiuvato in ciò dalle forze riformiste di ispirazione socialista, al fine di salvaguardare le popolazioni del Trentino dagli effetti peggiori dell’occupazione nazista iniziò a porsi concretamente il problema dell’ assetto autonomistico da dare alla regione.

Più in generale, l’intera politica fascista attuata nei confronti dell’Alto Adige comportò un cambio radicale della struttura della popolazione dal punto di vista linguistico, della distribuzione territoriale e dell’occupazione. In particolar modo, lo sviluppo industriale coinvolse solo la popolazione di lingua italiana, interessata per il resto al pubblico impiego, comprimendo il gruppo tedesco nel primario e nel terziario. Le ripercussioni provocate dal nuovo ruolo assunto dal capoluogo altoatesino furono immediate. Si determinò una posizione di subalternità della provincia e della città di Trento, che sarebbe scaturita nel “trentinismo”; una posizione che, assunta da alcune parti politiche, sarebbe riemersa anche nel secondo dopoguerra.

 

Una scelta obbligata

Nel corso degli anni Trenta, sullo sfondo della politica fascista per l’Alto Adige cominciarono a manifestarsi le influenze della rapida ascesa del nazismo, del suo consolidarsi e del suo espandersi ai paesi limitrofi con minoranze tedesche. Mussolini, inizialmente, guardò con preoccupazione al riarmo della Germania e alla sua politica di espansione. La sua attenzione si incentrò sull’eventualità di una annessione dell’Austria al Reich. Ciò nonostante, non trascorse molto tempo che i processi di avvicinamento tra Italia e Germania, favoriti dall’affinità di pensiero tra i due dittatori, subissero una brusca accelerazione. La campagna militare di conquista condotta dall’Italia in Abissinia e l’intervento congiunto in Spagna a sostegno del franchismo portarono alla nascita dell’asse Roma-Berlino: quel “patto d’acciaio” che la propaganda fascista definì “l’abbraccio di due popoli e di due rivoluzioni”. Le conseguenze di tale scelta politica sono ben espresse da Claus Gatterer: «Fu palese che il terzo incomodo – il popolo che stava in mezzo agli altri due, quello austriaco, la cui esistenza come Stato indipendente era pur stata garantita dall’Italia fascista – sarebbe stato soffocato dall’abbraccio». In questo abbraccio mortale finirono forzatamente anche i sudtirolesi, per i quali Hitler non era disposto a sacrificare l’alleanza con il fascismo. Con l’avallo di Mussolini, le truppe tedesche entrarono in Austria nel marzo del 1938: l’Anschluß era realizzata. Le reazioni da parte dell’opinione pubblica italiana furono di forte preoccupazione, quando non proprio di aperta opposizione, ma i riflessi che l’annessione dell’Austria ebbe sulla popolazione tedesca dell’Alto Adige furono ancora maggiori. L’ Anschluß provocò un duro contraccolpo in quella parte della popolazione sudtirolese che aveva creduto nell’Austria più che nella recente coscienza del Reich germanico. Di contro, molti giovani tornarono ad ostentare posizioni filo-germaniche. Tuttavia, ed è forse questo l’aspetto di maggior rilevanza, anche una consistente fascia della popolazione, che faceva tradizionalmente riferimento al gruppo conservatore cattolico austriaco, si avvicinò alle posizioni filo-naziste propagandate dal movimento clandestino del Völkischer Kampfring Südtirols (VKS fronte combattente per il Sudtirolo tedesco). La speranza comune era quella di un ulteriore ampliamento del Reich al Sudtirolo. Speranza allontanata immediatamente dalle dichiarazioni del Führer, in merito all’intangibilità del confine del Brennero, pronunciate in occasione del suo viaggio in Italia; sebbene, sia da parte italiana che da parte germanica, si percepisse la necessità di una definizione della questione che interessava la popolazione di lingua tedesca dell’Alto Adige. La soluzione fu concordata il 23 giugno 1939, attraverso quella che il linguaggio diplomatico definì la “Convenzione di Berlino”: il cosiddetto “accordo per le opzioni”. Tutti i nativi, gli originari e i cittadini germanici dell’Alto Adige, compresa la zona mistilingue assegnata alla provincia di Trento, avrebbero dovuto esercitare la propria scelta entro il 31 dicembre del 1939. Il clero ottenne una proroga fino al giugno del 1940. La chiusura dell’operazione trasferimento fu, invece, indicata entro il 31 dicembre 1942. La popolazione dovette optare tra il mantenimento della cittadinanza italiana o la scelta per la cittadinanza germanica. Quest’ultima implicava l’obbligo di emigrare nel Reich. Fu prevista anche la possibilità della “non-opzione” – quella che la vox populi definì l’opzione grigia – considerata, comunque, una scelta in favore della cittadinanza italiana. La propaganda a sostegno della cittadinanza germanica fu condotta dal VKS con capillarità e asprezza; in ciò fu favorita dalle incerte prese di posizione e dalle debolezze italiane. Da parte delle componenti filogermaniche si ricorse anche a diversi espedienti di carattere psicologico, di sicura presa sulla popolazione di lingua tedesca. Fu divulgata la notizia del sicuro trasferimento nelle province del Regno, al di là del Po, per chi avesse deciso di restare, mentre fu profilata la sicura annessione al Reich in caso di un risultato plebiscitario in favore della Germania. Da quel momento, fino alla resa tedesca, i Dableiber, i tirolesi che avevano deciso di restare, si trovarono al centro delle pressioni, non più solo psicologiche, operate da parte sia degli optanti in favore del Reich che dei fascisti.

«Furono boicottati i commercianti sudtiolesi che avevano optato per l’Italia o che avevano manifestato l’intenzione di farlo. Piccoli agricoltori che avevano preso a prestito del denaro dai vicini più benestanti furono costretti da un giorno all’altro a saldare il debito. I lavoratori che non sembravano disposti a seguire l’esempio dell’opzione fatta dai datori di lavoro furono minacciati di licenziamento. E, soprattutto, i Walschen furono banditi dalla vita sociale dei villaggi e perfino dalla cerchia dei parenti. La spaccatura passò spesso in mezzo alle famiglie».

Di contro, ciò che restava del Deutscher Verband (Dv) si schierò compattamente contro l’emigrazione. Cercando di esercitare la propria influenza sul mondo rurale, di cui da sempre era il riferimento politico, gli esponenti del Dv sostennero la scelta per la cittadinanza italiana, o la non-opzione, in quanto unica possibilità di restare legati alla Heimat. Analogamente, dalle pagine del “Volksbote”, il canonico Michael Gamper sollecitò i sudtirolesi a restare nella terra dei padri, in continuità con la sua politica per il mantenimento dell’identità tirolese. Una attività, che fin dal primo dopo guerra, lo aveva visto promotore e sostenitore della Katakombenschule (la scuola clandestina di lingua tedesca). La volontà di restare manifestata e propagandata dal canonico, anche se risulterà condivisa dalla maggioranza del clero, contrastava con quella, in favore della cittadinanza germanica, effettuata dal vescovo di Bressanone Johannes Geisler e debitamente utilizzata dalla propaganda nazista. Sui risultati delle opzioni non esistono dati chiari, precisi e attendibili; ciò è dovuto sia alla confusione burocratica del condominio amministrativo nazi-fascista, con tutte le manipolazioni dei dati dovute alle gelosie intestine, sia alla lentezza con la quale fu effettuato il trasferimento, che di fatto fu solo parziale. Un’ulteriore complicazione, nello stabilire dei dati univoci, è dovuta all’ondata di “revoche di opzione” cominciate a partire dal 1941. Sta di fatto, che dal balletto delle cifre – indicanti un’opzione per la Germania che oscilla tra un minimo del 67% ad oltre il 90% degli aventi diritto, a seconda delle fonti utilizzate – emergono chiaramente alcuni dati: «L’unità politica e morale della minoranza, che tutti i colpi inferti dal fascismo erano riusciti solo a rinsaldare, fu d’un tratto distrutta. I sudtirolesi si spaccarono in due campi, i walsche (gli italiani) e i deutsche (i germanici), i fedeli alla Heimat e gli emigranti, i traditori da una parte e i nazisti dall’altra […] Gli optanti per la Germania odiavano i sudtirolesi Walschen piu degli italiani».

Inoltre, i primi flussi di emigrazione, comprendenti in gran parte tirolesi attivi nell’artigianato e nell’industria, addetti ai trasporti e quanti svolgevano attività a domicilio e nel settore alberghiero, comportarono una trasformazione della società sudtirolese, che tornò a ridursi alla forma primitiva di una società quasi esclusivamente agricola. Le conseguenze dell’opzione, tradotte in termini politici, significarono il fallimento degli obiettivi del nazionalismo italiano che vi aveva scorto un veicolo per la conquista del territorio.

Lo scoppio del secondo conflitto mondiale e l’entrata in guerra dell’Italia al fianco della Germania, per i primi anni di guerra, non alterarono i processi innescatisi con le opzioni. La situazione mutò radicalmente dopo lo sbarco degli alleati in Sicilia, quando negli italiani svanirono le speranze per un esito positivo del conflitto. Il mutato clima politico, segnato dalla destituzione di Mussolini e dal suo successivo arresto, spinse le autorità germaniche ad accelerare i piani predisposti nell’eventualità di un cambio di fronte da parte italiana. L’8 settembre, alla notizia dell’armistizio, le truppe tedesche, affluite massicciamente in Italia nei mesi precedenti, disarmarono il regio esercito e occuparono il paese. Nei piani di Hitler al Trentino-Alto Adige spettava un ruolo diverso rispetto al resto della penisola; infatti, il 10 settembre 1943 fu istituita la Zona di operazioni delle Prealpi, Operationszone Alpenvorland, comprendente le province di Bolzano, Trento e Belluno. Analogamente, fu istituita una zona di operazioni militari che interessava le province italiane del litorale adriatico. Ai comandi militari si affiancò un’amministrazione civile sottoposta ad un commissario supremo, il quale rispondeva del proprio operato solo al Führer e alle SS. Per l’Alpenvorland la scelta di Hitler cadde sul Gauleiter del Tirolo Franz Hofer. La scelta operata da Hitler determinò sentimenti di aperta adesione alla politica del Reich.

«Il diminuito entusiasmo nella popolazione e la scomparsa della fiducia […] provocati dalle notizie deludenti di coloro che si erano già trasferiti e dagli sviluppi della guerra, lasciarono il posto ora ad una breve euforia. Il potere nazionalsocialista sembrò a molti sudtirolesi “liberatore” dal dominio straniero italo-fascista».

La speranza di annessione del Sudtirolo al Terzo Reich svanì velocemente dinnanzi alla necessità tattica di garantire l’integrità dei confini nazionali a Mussolini. Il duce, nel frattempo, era stato posto a capo del governo della neonata Repubblica sociale di Salò; di fatto, risultava evidente il disegno politico-annessionistico di Berlino. Il Gauleiter Hofer – facilitato dalla presenza dell’ ADERSt e dalla piena collaborazione dell’AdO, che offrì la ramificazione delle proprie strutture – allestì immediatamente, e con lungimiranza, il nuovo apparato burocratico di stampo prettamente tedesco-tirolese, mentre diede veste ufficiale al Sicherungs- und Ordnungsdienst (SOD Servizio di sicurezza e ordine); sebbene, non riuscì ad averne il controllo diretto, in quanto il SOD rimase agli ordini delle SS di Himmler. Nel Trentino attuò una politica simile, cercando la collaborazione di vari esponenti locali che si sapevano vicini alle posizioni del nazionalsocialismo. L’intrinseco interesse strategico dettato dall’Alpenvorland, ma anche un disegno politico personale, che mirava alla costituzione di una realtà autonoma corrispondente ai territori del Tirolo storico – come lasciano intendere la politica condotta dall’Hofer, ma anche i contatti avuti con gli alleati nella fase di resa delle armate tedesche presenti in Italia – convinsero il Gauleiter a praticare una forma di occupazione “soft”. L’intento era di ottenere un coinvolgimento, anche se puramente formale, della popolazione trentina. La parvenza di una autonomia amministrativa e la pace sociale avrebbero garantito una maggiore facilità nel controllo del territorio; allo stesso tempo, avrebbe potuto favorire un’adesione della popolazione trentina al progetto politico personale dell’Hofer per una realtà tirolese indipendente, nell’eventualità di una sconfitta del Reich.

Nella zona di operazioni fu proibita la costituzione del partito fascista e a Trento fu allontanato il prefetto Foschi. Il Gauleiter, dopo aver consultato un gruppo di maggiorenti della città appartenenti a tutte le forze politiche, e su loro suggerimento, nominò commissario prefetto della provincia di Trento Adolfo de Bertolini. Questi, tuttavia, fu affiancato da un consigliere amministrativo germanico che ne controllava direttamente l’operato. Dietro forti insistenze, in Trentino, si lasciò sussistere l’Arma dei Carabinieri, mentre ai chiamati alle armi fu lasciata la possibilità di optare per varie soluzioni, tra le quali si inserì il neo-costituito Corpo di Sicurezza Trentino (CST); una formazione militare che avrebbe dovuto avere compiti di polizia, ma che fu utilizzata anche nei rastrellamenti contro le unità partigiane operanti sul territorio trentino. Con il peggioramento del conflitto, anche all’interno dell’Operationszone Alpenvorland il nazionalsocialismo si manifestò per quello che era realmente. Fin dal novembre 1943 fu istituito il tribunale speciale e nel 1944, alle porte di Bolzano, fu costruito un Polizeidurchgangslager (campo di transito della polizia), nel quale sostarono i prigionieri in attesa di essere avviati ai grandi campi di Mathausen, Dachau, Auschwitz e Ravensbrück.

Discriminati fin dal 1939 i Dableiber, i sudtirolesi che avevano optato per l’Italia, si trovarono al centro delle vessazioni naziste.

«La Gestapo e il SOD, subito dopo il 9 settembre 1943, cominciarono a dare la caccia ai dirigenti dei Dableiber ovvero agli Heimattreue (fedeli alla Heimat)».

Molti di questi sudtirolesi finirono in campo di concentramento, mentre altri furono mandati al confino o furono costantemente sorvegliati dalla SOD; una condizione che perdurò fino alla fine del conflitto. Sebbene la presenza dell’esercito tedesco e l’amministrazione diretta del Reich non favorissero azioni di opposizione al nazismo, anche all’interno dell’Alpenvorland si costituirono delle formazioni partigiane; tuttavia, esse differirono fra loro nei diversi luoghi per attività, organizzazione, ma in particolar modo per finalità. Forzatamente, per il Trentino e l’Alto Adige si deve parlare di resistenza episodica condotta dall’élites di tutte le componenti partitiche e di tutte le classi sociali, ma non può certo essere definito un movimento di massa, anche se non mancarono episodi rilevanti e tributi di sangue alla causa di liberazione. In particolare, la resistenza all’interno dell’Alpenvorland deve essere inquadrata secondo due prospettive: una che faccia riferimento alla provincia di Trento e una all’Alto Adige. Nel primo caso assistiamo, fin dall’agosto del 1943, al formarsi di gruppi antifascisti che daranno vita al locale CLN sotto la guida di Giannantonio Manci. Un organismo che fu espressione di tutti i partiti antifascisti e che si oppose alla scelta di accondiscendenza coatta condotta dal De Bertolini. Il CLN trentino subì un duro colpo il 28 giugno 1944. Nel corso di un’operazione antipartigiana, condotta dalle SS nel Basso Sarca, trovano la morte undici partigiani, mentre, con l’arresto di Manci – che si suiciderà in carcere per non fornire informazioni – Ferrandi e Gino Lubich viene smantellata la cellula organizzativa e di coordinamento del CLN trentino. Solo nell’autunno del 1944 il CLN si ricostituì e riuscì a ristabilire i contatti con i CLN delle altre province, collegandosi con le brigate partigiane che operavano ai confini del Trentino. Allo stesso tempo, si registra la costituzione di gruppi di resistenza, anche se di portata minore, che nei loro programmi facevano apertamente riferimento alla scelta autonomista.

Il futuro assetto istituzionale per le province comprese nella zona di operazioni delle Prealpi, fu questione fortemente dibattuta anche all’interno del CLN trentino. Attraverso i contatti epistolari intercorsi tra Giannantonio Manci e Gigino Battisti – quest’ultimo era esule in Svizzera da dove manteneva i contatti tra fuoriusciti, resistenti e CLN – emerge chiaramente l’elaborazione di un progetto di autonomismo democratico di stampo federalista, che faceva apertamente riferimento al modello elvetico; un modello, quello elaborato da Manci e da Battisti, che quest’ultimo fece proprio e promosse nei lavori della Costituente.

La resistenza in Alto Adige, invece, con la costituzione di due gruppi separati, uno autoctono formato da elementi di lingua tedesca e uno italiano, si caratterizza, nuovamente, per l’emergere delle tensioni nazionalistiche le cui ripercussioni si manifesteranno pienamente nell’immediato dopoguerra. La resistenza antinazista, seppur condotta da gruppi minoritari della componente di lingua tedesca, in prevalenza Dableiber e gruppi cattolici, si raccolse nella Andreas Hofer Bund e si caratterizzò per l’aspetto rurale e conservatore. La resistenza italiana, invece, guidata dal CLN di Bolzano faceva principalmente riferimento alla classe operaia della zona industriale. In tal modo, al suo interno, si venne a determinare un carattere prettamente urbano e con forti componenti ideologiche di sinistra. I contatti tra i due gruppi, alla ricerca di un’azione comune che superasse le barriere etniche, furono sporadici. Ne furono interessati gli esponenti antinazisti che facevano riferimento alla borghesia commerciale e industriale di lingua tedesca sorta attorno ad Erich Ammon e il “primo” CLN guidato da Manlio Longon, che fu trucidato nel dicembre del 1944. Un ulteriore allontanamento tra i due gruppi si verificò con il “secondo” CLN guidato da Bruno De Angelis. Sotto la sua guida, il CLN di Bolzano subì un’involuzione in chiave nazionalistica prefiggendosi il mantenimento dell’Alto Adige all’Italia. In tal senso sono stati letti i tragici avvenimenti del maggio 1945 verificatisi nella zona industriale di Bolzano e a Merano. Di contro, le finalità della resistenza tedesca, oltre alla lotta antinazista, erano chiaramente rivolte all’autodeterminazione e a favore di una riunificazione del Sudtirolo all’Austria. Una contrapposizione, che si manifestò pienamente nell’immediato dopoguerra, impedendo di giungere ad una visione unitaria della resistenza in Alto Adige: da una parte i partiti del CLN impegnati, sotto la spinta di Roma, ad identificare la resistenza come “resistenza italiana”, disconoscendo l’apporto fornito dalla Andreas Hofer Bund; dall’altra la SVP, che impresse al gruppo linguistico tedesco un processo involutivo in chiave nazionalista, che in nome dell’unità politica, dimenticò facilmente il ruolo di collaborazione svolto da molti tirolesi nel periodo dell’Alpenvorland ai danni, non solo degli italiani e dei fascisti, ma anche dei suoi stessi padri fondatori.

Gli altri interventi:

Approfondimento:

  • Il caso trentino, di Vincenzo Calì sul volume “L’autonomia e l’amministrazione locale nell’area alpina” a cura di Schiera, Gubert e Balboni
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2 thoughts on “Trentini e sudtirolesi nel “secolo lungo”: il rovesciamento delle parti, fra sudditanze e autonomie negate.

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