Il difficile cammino dell’autonomia: l’Italia repubblicana e la sfida federalista

DSC_6324Il testo integrale dell’intervento di Vincenzo Calì preparato in vista dell’incontro sull’autonomia locale del 16 marzo 2015 “L’autonomia realizzata e il presente federalista: verso la democrazia partecipata 1946-2015”

Il difficile cammino dell’autonomia: L’Italia repubblicana e la sfida federalista
di Vincenzo Calì

Dal secondo dopoguerra in poi la vicenda storica del TrentinoSudtirolo si può considerare come emblematica dell’evoluzione del pensiero autonomistico in Italia. Se ci limitiamo anche solo all’ultimo quarto di secolo vediamo come nell’opinione pubblica italiana l’apparire della questione sudtirolese sulle pagine dei quotidiani nazionali finisca sempre per coincidere con sentimenti nazionalistici ed antiautonomistici (i fatti estivi di Innsbruck del 1984 legati alla «corona di spine» rappresentano il momento più significativo al riguardo). Lo spauracchio sempre agitato è quello del possibile pronunciamento per l’autodeterminazione da parte della popolazione di lingua tedesca accompagnato dal venir meno dei diritti dei cittadini di lingua italiana; questo spirito pubblico, a cui si collega il voto nazionalista di protesta nelle elezioni provinciali, va collocato nel più ampio quadro della crisi del modello autonomistico italiano. Lo Stato affronta le questioni poste dalle regioni a statuto speciale riaffermando periodicamente il potere di coordinamento della Presidenza del Consiglio dei ministri. Nell’ambito di questa filosofia non può sorprenderci il fatto che riprenda vigore una corrente di pensiero tendente a considerare la questione sudtirolese come affare di politica interna utilizzabile fuori da questo quadro solo in termini di ‘ragion di Stato’ (l’entrata dell’Austria nella CEE). A questa insensibilità a livello nazionale si aggiunge l’intrinseca debolezza interna al modello autonomistico delle due province, di cui sono esempio il censimento del 1981 che ha portato ad un’alta conflittualità sociale in Sudtirolo e l’iperautonomismo che ha contagiato le maggiori forze politiche trentine. Le ragioni di questa debolezza trovano qualche spiegazione nel processo storico entro il quale è andato formandosi l’attuale assetto autonomistico; ne abbiamo una conferma se ci limitiamo anche solo all’analisi delle valenze e dei limiti del pensiero autonomistico democratico negli anni cruciali che vanno dalla lotta antifascista e antinazista agli statuti del ’48/’72.

L’autonomia nasce debole per ragioni insieme geopolitiche e socioeconomiche: per tutti gli anni quaranta e cinquanta la regione, ricca di energia idroelettrica e di potenzialità industriali, ha un’importanza strategica legata alla ricostruzione del paese che mal si concilia con deleghe di poteri; la popolazione di lingua italiana immigrata dalle vecchie province fra il 1918 e gli anni trenta, insieme a quella di lingua tedesca dei rioptanti che premeva per un rientro in Sudtirolo nell’immediato dopoguerra, si ponevano come fattori di indebolimento della causa autonomista. Né vanno dimenticate le condizioni di debolezza in cui si trovavano le valli trentine dopo vent’anni di politica vessatoria del fascismo che aveva favorito l’accentuarsi delle differenze e contrapposizioni fra le popolazioni di lingua tedesca, italiana e ladina.

In questo quadro pieno di contraddizioni l’unica risposta forte in senso autonomistico viene dal movimento democratico ASAR (Associazione studi autonomistici regionali) costituitosi il 17 agosto 1945 con il preciso scopo di “aiutare a sostenere il movimento democratico per l’autonomia”. La parola d’ordine dell’ASAR era quella dell’autonomia integrale e regionale da Ala al Brennero, da Resia a Cortina entro i confini dell’Italia repubblicana e democratica ma anche entro i confini storici della Regione quali si erano conservati fino al 1923. Punti cardine del programma asarino erano l’attiva resistenza contro la spoliazione dei beni (controllo delle acque pubbliche e del patrimonio forestale), l’affermazione del federalismo e dell’antimilitarismo su scala europea, la costituzione di un piccolo federalismo alpino che comprendesse fra gli attori di parte italiana il Friuli, la Valle d’Aosta, il Trentino e l’attuale Sudtirolo. A guidare il movimento fu Valentino Chiocchetti, figura di intellettuale mosso da una forte carica ideale ispirata al pensiero non violento di Aldo Capitini.

Attraverso l’ASAR, il movimento senza dubbio più interessante per la forte carica utopica contenuta nel suo programma, finirà per affermarsi una nuova classe dirigente regionale che agirà con scarsa coerenza rispetto a quei principi e valori fondativi, secondo uno schema verificatosi altre volte nella storia della regione, ma forse dell’intero arco alpino, ogni qualvolta eventi esterni, traumatici, sono venuti a turbare la normale vita delle popolazioni, si trattasse della guerra rustica o della rivolta hoferiana. Non si può quindi non provare una istintiva simpatia per le aspirazioni spesso disattese delle popolazioni alpine che lo storico Macek ha ricondotto alla categoria dell’umanesimo . Ben diverso è il giudizio riguardo alla breve meteora del partito separatista trentino che arrivò a propugnare una Repubblica alpina indipendente, comprendente la provincia di Trento, da realizzarsi attraverso un plebiscito. Su un piano parallelo, ma per la sola provincia di Bolzano, si pose Teodorico Wolkenstein, il ‘Conte Rosso’, che nelle lettere al sindaco socialista di Trento Gigino Battisti e a Pietro Nenni ipotizzava una “Repubblica indipendente sotto l’egida dell’ONU con a capo un esponente svizzero che facesse da garante della pacifica convivenza fra i tre gruppi linguistici italiano, tedesco e ladino” .

Anche il pusterese di idee socialdemocratiche Paul Sternback che pure si tenne in contatto epistolare con i socialisti trentini mostrò di condividere una ipotesi di soluzione che facesse salva la specificità tirolese. Queste timide istanze aperte al dialogo con la parte italiana della regione furono ben presto sopravanzate dalla posizione largamente maggioritaria espressa dalle forze politiche tirolesi coalizzate nella SVP che, pur senza rinunciare al principio di autodeterminazione, arrivarono ad ipotizzare un progetto basato su due autonomie distinte per il Trentino e il Sudtirolo con un’istanza federativa fra le due provinceregioni per gli affari di comune interesse.

Tale progetto, indubbiamente rispondente allo spirito e alla lettera degli accordi DegasperiGruber, fu illustrato dalla delegazione sudtirolese al presidente del Consiglio Alcide Degasperi la sera del 17 aprile 1947 in un colloquio durato quasi due ore, come ricorda nelle sue memorie Friedl Volgger . La storia come tutti sappiamo si evolse ben diversamente da come auspicato dalle popolazioni sudtirolesì. È importante comprendere il perché di quell’esito non corrispondente alle aspettative della minoranza di lingua tedesca; una parziale risposta la si può avere esaminando il pensiero dei democratici cristiani in tema di autonomia, pensiero alla cui elaborazione ovviamente contribuirono in modo determinante i cattolici trentini rappresentati da Alcide Degasperi. Nelle “idee ricostruttive della democrazia cristiana” elaborate da Alcide Degasperi durante il secondo conflitto mondiale è sì contenuta l’affermazione che “il principio dell’autodecisione verrà riconosciuto a tutti i popoli”, ma non si va molto più in là, anche rispetto al programma di Milano dei cattolici in clandestinità, che per un’Italia democratica e cristiana chiedeva federazione degli stati europei, rappresentanza diretta dei popoli, disarmo generale e cittadinanza europea accanto a quella nazionale.

A guerra conclusa il progetto democristiano prevedeva per il TrentinoSudtirolo un’amplissima autonomia regionale sulla falsariga del progetto d’autonomia valdostano. L’elaborazione alfine prevalsa nella Democrazia Cristiana sotto l’autorevole influsso di Degasperi, di per sé moderata e filtrata dalla ragion di Stato fatta propria dai cattolici italiani giunti al potere nel secondo dopoguerra, raggiunse il suo apice con lo statuto regionale del 1948, che non soddisfece le legittime aspirazioni dei sudtirolesi di lingua tedesca (l’intero progetto degasperiano giunse in porto a prescindere dal consenso o dissenso delle popolazioni interessate). Ciò non toglie che in chiave di valutazione storica, lo statuto regionale rimase forse il più alto esempio di elaborazione autonomista ed europeista negli anni di Degasperi, Adenauer e Monnet. È interessante constatare anche che la decisione per la regione unica, che metteva in minoranza i sudtirolesi di lingua tedesca, trovò l’assenso di Palmiro Togliatti e del partito comunista italiano, che pure a quella data era già svincolato da obblighi di fedeltà alla coalizione di governo.

Nella posizione dei socialisti trentini va distinta la particolare sensibilità del gruppo dei battistiani: Gigino Battisti fu tra i firmatari della mozione di «unità socialista» presentata al congresso di Firenze dell’aprile 1946, la quale poneva ai paesi europei l’obbiettivo dell’unificazione in grandi complessi federativi su basi sempre più larghe. Questa sensibilità, oltre che alimentata dalla tradizione familiare – Cesare Battisti aveva affermato che distrutti i focolai di guerra che si annidavano negli stati feudali sarebbero nati gli Stati uniti d’Europa – nasceva dall’esperienza maturata dal figlio del patriota trentino nella repubblica partigiana dell’Ossola e nell’esilio svizzero a contatto con le diverse correnti di pensiero della resistenza europea, italiana e trentina.

La vicinanza con i filoni socialista e azionista creò i presupposti per il formarsi in Trentino di una particolare sensibilità, fra i cospiratori, alle tematiche autonomiste. In Giannantonio Manci in particolare, la cui figura e il cui destino ha molti punti in comune con quelli del valdostano Emile Chanoux, ritroviamo forse il punto più alto dell’elaborazione teorica del movimento democratico autonomista trentino. Capo riconosciuto della resistenza in regione, egli non volle, in accordo con l’amico Gigino Battisti, dare al CLN locale una caratterizzazione partitica, motivando queste scelte con la peculiarità della regione trentina in cui un progetto autonomista e federalista per affermarsi necessitava del massimo di unità fra le forze autonomiste e antifasciste, dai repubblicani ai comunisti.

Nella corrispondenza clandestina con l’amico Battisti, Manci sottolinea con insistenza l’importanza di preparare il nuovo governo del dopoguerra ai difficili compiti di una regione mistilingue di confine. Chiede all’amico lumi sull’organizzazione federale svizzera, sulla cooperazione economica, sulle elaborazioni dei diversi movimenti politici in tema di federalismo. È particolarmente interessante notare, nel manifesto programma del movimento socialista trentino del marzo ’44, frutto dell’elaborazione congiunta di socialisti e repubblicani, il tentativo di delineare un modello federalistico al di sopra dei partiti politici mantenendo le caratteristiche di movimento unitario, a differenza di quanto stava avvenendo nelle altre regioni italiane (partitizzazione dei CLN) .

E altresì interessante rilevare come dal Partito d’Azione attraverso la voce di Alberto Damiani, venisse il pressante invito al movimento socialista trentino ad aderire o al Partito d’Azione, rafforzandone l’ala di sinistra, o al Partito socialista, rafforzandone l’ala riformista. Ora questo, che veniva rimproverato a Manci, Battisti e compagni come un ritardo, era in realtà un dato che testimonia l’alto grado di consapevolezza e di maturità in ordine all’autonomismo democratico raggiunto dal movimento di Resistenza trentino.

La scomparsa di Manci il 6 giugno 1944 ad opera della repressione nazista portò un durissimo colpo all’elaborazione illustrata e che in sintesi si richiamava al manifesto di Ventotene.

L’ ideale autonomistico, democratico ed unitario di Manci fu portata avanti nell’immediato dopoguerra da Luigi Battisti, sindaco di Trento e deputato alla Costituente. Il problema di conciliare patria e socialismo, autonomia e democrazia, veniva per il caso TrentinoSudtirolo enunciato in un articolo del 14 marzo 1946 su “Liberazione nazionale”, di commento alla mozione socialista sopra richiamata:

L’originalità attuale, se non la novità, di tale mozione dei socialisti trentini sta nel fatto che essa insorge contro la proposta di un’autonomia unica per tutta la regione, risultante delle due attuali provincie di Trento e di Bolzano. Tale mozione propugna il concetto che ‘l’autonomia regionale Tridentina debba essere la risultante del Consorzio di due autonomie: trentina l’una, alto atesina l’altra’. Con ciò evidentemente il concetto di giustizia nazionale, che è a base del socialismo, ma che poteva parere sconfessato dall’accettazione del confine al Brennero, pone un efficace riparo alla sconfessione.

I socialisti trentini si preoccupano perché in un’amministrazione comune dove la maggioranza sarebbe italiana, non si vengano a ripetere a danno dei tedeschi quelle medesime oppressioni politiche ed economiche che vennero a gravare sul Trentino quando fu compreso, sotto l’Austria nella provincia del Tirolo. Perciò i socialisti trentini prospettano per l’autonomia dell’Alto Adige una serie di provvedimenti che arrivano fino ‘al diritto di non prestare servizio militare obbligatorio nelle forze armate italiane’ [come lo pretendeva il progetto degli altoatesini nel 1919].

E dichiarazione ultima e conclusiva è questa: che considerando come nella regione tridentina alcuni problemi basilari esigano diverse soluzioni per l’Alto Adige e per il Trentino mentre altri problemi si presentano identici per le ambedue differenti parti – l’italiana e la tedesca della regione – e che a questi ultimi problemi si possano proporre identiche soluzioni si ritiene ‘che l’autonomia regionale tridentina debba essere sdoppiata e risultante quindi dal complesso e sotto certi aspetti dalla somma delle due differenti autonomie’.

Non si può negare una certa lungimiranza a questo progetto, se pensiamo che a tale sbocco giunse alla fine il sistema trentinotirolese negli anni settanta: più esattamente va precisato che vi giunse in modo parziale, in quanto la regione attuale svolge solo in minima parte le funzioni allora auspicate.

Ci vollero però le bombe e la guerra dei tralicci per raggiungere quel risultato; troppo tardi forse, per poter affrontare efficacemente i problemi di convivenza fra italiani e tedeschi in regione.

Ma in quell’epoca in cui le cicatrici della guerra erano ancora aperte il progetto di quello che avrebbe potuto essere un moderno e democratico partito autonomista non poté realizzarsi: come constatava Ernesto Rossi in una amara lettera a Gigino Battisti del 1° luglio 1945, i presupposti per un’azione incisiva del movimento federalista vennero subito a mancare:

Purtroppo il Movimento Federalista Europeo non va come vorrei. La situazione internazionale è più oscura di quanto fosse nel ’19. I francesi si riempiono sempre più la bocca con le rivendicazioni perché la Francia torni ad essere una grande potenza. I laburisti inglesi pensano alle pensioni, agli operai e agli alloggi, ma si disinteressano dei problemi dell’organizzazione della pace. La Russia si è estesa a mezza Europa. La Germania è nella situazione che sappiamo. La conferenza di S. Francisco stabilisce l’egemonia delle tre grandi potenze …

Ed anche nel nostro paese è molto difficile avere la collaborazione di uomini di valore. Tutti sono presi fin sopra i capelli dal lavoro all’interno del loro partito! …

Mia opinione è che il M.F.E. debba continuare nella speranza che ci si aprano in futuro delle possibilità oggi imprevedibili. Per questo dovrebbero fare subito uno statuto del Movimento e convocare una riunione di tutti coloro che si sono fino ad oggi interessati di più del federalismo per stabilire le linee della attività in futuro. L’Unità Europea dovrebbe ridursi ad essere una specie di bollettino del Movimento. Non bisogna avere troppe pretese. Mancano gli uomini ed i quattrini ….

L’accordo di Parigi fra Austria e Italia riguardo la questione sudtirolese si pose in controtendenza rispetto alle pessimistiche valutazioni di Ernesto Rossi: certo, si trattava di una proposta valida per una piccola realtà alpina marginale rispetto ad altre aree di maggior importanza geopolitica, ma si trattava pur sempre di un progetto che andava nel senso voluto dai federalisti: va detto che non mancarono nella sinistra, allora all’opposizione, giudizi e commenti favorevoli sul risultato raggiunto. Questo giudizio positivo venne confermato negli anni seguenti dalla vedova di Battisti, nonostante la delusione che ella provò di fronte alla soluzione ‘pratica’, data agli accordi con il primo Statuto regionale del 1948, che inglobava forzatamente il Trentino in una indifferenziata autonomia trentinotirolese; infatti nel 1950 Ernesta Battisti commentando la elezione di Silvius Magnago a presidente del Consiglio regionale, così ritornava sull’argomento degli accordi:

… Ed ecco il 1945. Il problema dell’Alto Adige dopo vent’anni e più di immigrazione italiana non appare più così semplice come appariva ed era nel 1919 … ma si presentò di soluzione media possibile. Tale soluzione volle essere nel 1946 il patto Degasperi-Gruber; patto che assegnava all’Alto Adige nello Stato italiano un’autonomia speciale ed integrale, dopo che alla conferenza di Parigi s’era confermato il confine italiano al Brennero e non a Salorno .

Quell’autonomia speciale ed integrale fu assegnata all’intero territorio del Trentino-Alto Adige/Südtirol, con l’aggravante che nella concreta applicazione dello statuto del 1948 prevalse la visione “trentinistica”, tesa a limitare il più possibile il passaggio di competenze dalla Regione alla provincia di Bolzano, nonostante l’art. 14 dello statuto prevedesse che di norma le competenze venissero a questa delegate . La parola d’ordine “La Regione si chiama Odorizzi”, con la personificazione dell’Istituto regionale nel suo presidente trentino ben esemplifica il clima di quei primi anni cinquanta. Il risultato fu la crisi della giunta regionale per volontà della SVP con il conseguente grave conflitto che si aprì e segnò per un decennio la vita regionale. Assunse centralità in questa fase la figura del leader trentino Bruno Kessler, che seppe svolgere un sapiente ruolo di mediazione fra Roma e Bolzano e scelse, come risposta al conflitto in atto, l’investimento in più settori : quello della cultura e della ricerca, con la fondazione dell’Istituto Trentino di Cultura e dell’Università; quello dell’istruzione, con il potenziamento delle scuole professionali; quello dell’economia, con gli incentivi alla piccola e media industria, e, più importante di tutti, quello dell’urbanistica, secondo un modello di sviluppo molto attento ad una pianificazione estesa all’intero territorio provinciale. Per questi diversi settori Kessler , grazie proprio alle opportunità che gli vennero dall’aver lanciato la sfida universitaria a Trento, attinse alle competenze di uomini come Augusto Samonà, Beniamino Andreatta, i fratelli Paolo e Romano Prodi, Pierangelo Schiera. Una nutrita pattuglia di scienziati, fra i quali occorre ricordare Ezio Clementel, Marco Toller, Mario Mirando, Renzo Leonardi, Fabio Ferrari ,operando in un contesto di forte integrazione fra Università ed IRST, pose le basi per la costruzione di una comunità scientifica di lavoro che non ha avuto eguali in Italia.

Dalla profonda crisi del modello autonomista si uscì faticosamente con i lavori della commissione dei diciannove, che elaborò il pacchetto di norme che dovevano portare al conferimento di maggiori poteri alle due province, ma in primis alla provincia di Bolzano. Con il 1969, anno che vide la consegna del ‘pacchetto di norme’ alle due province, iniziò l’iter legislativo che portò al secondo statuto di autonomia; con il 1972 il concreto avvio delle norme di attuazione dello statuto stesso, ad opera delle commissioni dei sei e dei dodici, diede finalmente il via al realizzarsi di un’autonomia compiuta per entrambe le province anche se il breve tempo inizialmente previsto per l’emanazione delle norme di attuazione dello statuto, si dilatò ad un ventennio. La conseguenza fu che per l’ottenimento della quietanza liberatoria dall’Austria, potenza tutrice della minoranza sudtirolese, si dovette attendere un quarto di secolo dal varo del secondo statuto di autonomia. Il bilancio può considerarsi largamente positivo se all’alba del nuovo secolo il presidente della giunta provinciale di Bolzano Luis Durnwalder ha potuto affermare che

La modifica dello Statuto di autonomia del 1972 ha rafforzato le identità provinciali, nel senso che ha affrancato il Trentino dalla soggezione nei confronti del Tirolo. Una soggezione che ha avuto vari aspetti nella storia: dalle “compattate “ al dominio asburgico successivo alle guerre napoleoniche. Dall’altra parte, il “secondo statuto” ha affrancato l’Alto Adige dalla sconfitta del 1918 e dalla “prima Regione”, intesa come tutela della parte tedesca. Le due identità si sono precisate e si sono anche liberate; però, contemporaneamente, in questi trent’anni, la percezione di far parte di un sistema unico si è rafforzata.

Al termine del secondo conflitto mondiale la situazione altoatesina palesa tutte le problematiche che i nazionalismi contrapposti avevano determinato e che il fascismo aveva cercato di eliminare; anche a costo di un trasferimento in massa della popolazione sudtirolese. Una popolazione, comunque, che in alcune sue componenti si era fermamente opposta al nazifascismo sia ideologicamente, attraverso il tentativo di mantenere integra l’identità tirolese, sia attivamente attraverso l’Andreas Hofer Bund. Fu proprio questa partecipazione attiva alla guerra di liberazione che permise il sorgere del partito di raccolta e la sua legittimazione innanzi agli alleati. La Sudtiroler Volkspartei, fondata l’8 maggio del 1945, raccolse l’eredità del Deutscher Verband e si caratterizzò immediatamente come Sammelpartei, partito di raccolta non solo dei Daibleiber ma di tutti i sudtirolesi, incontrando la netta opposizione del CLN di De Angelis. La SVP, che come primo obiettivo pose l’autodecisione e l’annessione all’Austria, riuscì ad attrarre consensi per la sua connotazione di partito di raccolta del gruppo tedesco e per la sua connotazione fermamente cattolica, per la componente ideologica della Sammelpartei. Tuttavia, la principalmente capacità del partito fu quella di saper abilmente utilizzare la compattezza del gruppo di lingua tedesca, ponendola come interesse primario che attraversava trasversalmente i contrapposti interessi di classe che la componevano; una caratteristica, che riemergerà prepotentemente nella successiva attività di partito di governo provinciale.

Analogamente, nell’immediato dopoguerra, anche in Trentino riemersero, seppur spesso in forma confusa e disordinata, richiami all’autonomismo, che in taluni casi nascondevano tentazioni separatiste. Certamente, un movimento spontaneo e popolare di ampia portata fu quello che si raggruppò attorno all’ASAR (Associazione Studi Autonomistici Regionali) e alla sua successiva trasformazione in Partito popolare trentino tirolese, che attraverso il suo leader e ideologo Valentino Chiocchetti si fece promotore di un modello autonomista. In questo clima si profilarono le diverse proposte elaborate dai vari movimenti politici: il CLN costituì, per assolvere a tale compito, il “Centro studi per l’autonomia”, comprendente sia esponenti dei vari partiti politici che personalità trentine particolarmente competenti nei vari campi che si sarebbero dovuti affrontare; gli studi svolti si concretarono nel progetto Menestrina, il quale si basava sul principio della regione unica con la soppressione delle due province. Purtroppo, non si riuscì a dare avvio ad un lavoro di collaborazione con le autorità e con il CLN di Bolzano, o a trovare un punto d’accordo con le proposte avanzate dall’ASAR. Ugualmente, non si trovò un punto d’incontro con la Volkspartei. Questa, infatti, mantenne una posizione ambigua poiché, aspirando al plebiscito che doveva portare al ricongiungimento con l’Austria, attendeva le decisioni che sarebbero state adottate in merito dalla conferenza di pace di Parigi; in subordine era propensa ad una netta separazione tra Trentino ed Alto Adige con l’istituzione di due regioni con assemblee legislative distinte. Un’ulteriore progetto d’autonomia fu steso dal prefetto di Bolzano, Silvio Innocenti, per incarico di Degasperi: questo ipotizzava l’abolizione delle due province e l’istituzione di una regione unica con capoluogo Trento.

L’attività diplomatica, sia italiana che austriaca, era in fervente attività, col chiaro intento di giungere alla conferenza di pace di Parigi in una posizione in grado di far valere ognuna i propri interessi in merito alla questione altoatesina. Alla conferenza di pace di Parigi fu ammesso ad esporre le posizioni dell’Austria, in merito alla questione altoatesina e alla popolazione alloglotta, il ministro degli Esteri austriaco Karl Gruber, accompagnato dai rappresentanti della Volkspartei Friedl Volgger e Otto von Guggenberg. In quella sede l’allora presidente del Consiglio e ministro degli Esteri ad interim Alcide Degaperi riuscì a trovare un accordo con il collega austriaco. L’accordo, che confermava i confini fissati ancora nel 1919 con il trattato di pace firmato a Saint-Germain en Leye, si articolava in tre punti e prese il nome dei due firmatari. Concluso il 5 settembre 1946, fu successivamente inserito come allegato IV nella parte I (Clausole territoriali) del trattato di pace; in tal modo i rappresentanti della Volkspartei riuscirono ad ottenere un ancoraggio internazionale dello stesso.

Il primo punto interessava la popolazione di lingua tedesca della provincia di Bolzano e quella dei comuni mistilingue della provincia di Trento; a queste popolazioni era garantito l’insegnamento primario e secondario nella lingua materna, parità nell’uso del tedesco e dell’italiano nella pubblica amministrazione, nei documenti e nella toponomastica, l’uguaglianza dei diritti per l’ammissione ai pubblici uffici e il diritto di ristabilire i nomi di famiglia tedeschi che fossero stati italianizzati durante il fascismo. Il secondo punto concedeva alle popolazioni del Trentino e dell’Alto Adige un potere legislativo ed esecutivo autonomo. L’ultimo articolo impegnava Italia e Austria nella ricerca di soluzioni soddisfacenti per il problema degli ex-optanti, e al reciproco riconoscimento dei titoli di studio; inoltre, interessava i rapporti economico-commerciali e le vie di comunicazione, ferroviarie e stradali, tra i due paesi. I contrasti sull’interpretazione e l’applicazione di tale accordo sorsero immediatamente, incentrandosi sull’estensione dell’autonomia al Trentino, per la quale il governo italiano avrebbe dovuto, secondo l’accordo di Parigi, consultare la popolazione di lingua tedesca. Sta di fatto, che il 1° gennaio 1948 entrò in vigore la Costituzione italiana con la quale fu sancita l’esistenza della regione unica Trentino-Alto Adige. Una soluzione, quest’ultima, che realizzava la linea politica perseguita da Degasperi e dalla Democrazia cristiana. Una soluzione che provocò le rimostranze dell’Austria, sebbene il governo austriaco fosse consapevole che nel contesto internazionale non poteva far ancora valere il proprio ruolo di nazione sovrana. La regione unica fu mal digerita dalla Volkspartei e fu accettata dai rappresentanti sudtirolesi solo perché sottoposti a pressioni da ambo le parti. Chi in modo più partecipe e sentito e chi meno, tutte le forze politiche accettarono la soluzione della regione unica; tuttavia, si levò una voce isolata, ma importante, in disaccordo con tale scelta. Ernesta Bittanti Battisti, osservava con lungimiranza, come tale soluzione potesse fomentare il contrasto etnico e provocare il riaccendersi dell’irredentismo sudtirolese.

Le dinamiche che portarono al varo dello Statuto di autonomia del 1948, e la conseguente creazione della regione unica Trentino-Alto Adige, fanno emergere chiaramente come quest’ultima fosse caratterizzata, nell’immediato, dal ruolo centrale assunto ed esercitato dai partiti politici, con particolare rilevanza per i due partiti di maggioranza scaturiti dalle prime elezioni regionali del novembre del 1948: la Democrazia cristiana, che ottenne un risultato plebiscitario in provincia di Trento e un forte consenso nella componente di lingua italiana in Alto Adige in grado di determinarne l’egemonia in ambito regionale, e la Volkspartei, il partito di raccolta dei sudtirolesi.

«La costituzione della regione unica a Statuto speciale (a cui ricondurre amministrativamente le due province speciali di Trento e Bolzano) e la preminenza governativa che la regione si vide garantita in relazione alle due province rappresentarono gli esiti di un conflitto politico giocato preminentemente sul piano delle strategie di partito».

Lo statuto di autonomia fornì alla Democrazia cristiana un assetto regionale che le permise di svolgere un ruolo centrale a scapito degli altri attori politici, anche nei confronti del partito amico-nemico della Svp che, dopo la comune politica di sbarramento al comunismo svolta in occasione del 18 aprile, verrà sottoposto ad una condizione di costante tutela politica.

La centralità assunta dall’esecutivo regionale, guidato da Tullio Odorizzi e improntato alla “buona amministrazione”, era il risultato di accordi politici, extra-istituzionali, avvenuti tra i maggiori partiti regionali, che nel corso dei primi anni di attuazione dell’autonomia cercarono una base di collaborazione. La politica delle “cose”, della “buona amministrazione” corrispondeva, d’altronde, alla strategia centrista condotta dalla Democrazia cristiana in ambito nazionale nel corso degli anni Cinquanta. La luna di miele tra Dc e Svp fu di breve durata, in quanto le scelte politiche di Roma, in merito all’autonomia del Trentino-Alto Adige, furono influenzate dalla situazione internazionale determinatasi con la “guerra fredda”. La contrapposizione tra i due blocchi spinse il governo italiano ad agire per una realizzazione “leggera” dell’autonomia. Il centralismo romano rallentò sistematicamente l’attuazione dello statuto, provocando un irrigidimento delle posizioni dei sudtirolesi, i quali ne lamentarono la mancata applicazione. A tutto questo si deve aggiungere il perdurare di una intensa immigrazione italiana favorita dallo stato medesimo. Un processo che spinse il canonico Michael Gamper, nell’ottobre del 1953, ad esternare la sua preoccupazione dalle colonne del “Dolomiten”. Egli parlò apertamente di un “marcia verso la morte”, supportato dalle cifre dell’immigrazione. Le esternazioni del canonico Gamper diedero voce ad una preoccupazione reale della popolazione di lingua tedesca:

«La paura di essere schiacciati, la paura di sparire in quanto popolo divenne improvvisamente incombente per tutti. Le città erano già diventate estranee ai tirolesi».

Quest’ultima annotazione riportata da Claus Gatterer sottolinea una delle conseguenze più vistose del fenomeno immigratorio, il quale determinò mutamenti sensibili sulla composizione e il ruolo sociale della popolazione di lingua tedesca. Se di per sé lo Statuto d’autonomia del 1948 fu accettato da parte della popolazione di lingua tedesca come il male minore, la gestione della sua applicazione condotta dal “corso di Ammon” portò ad uno scollamento tra la base e i vertici della Svp. Un allontanamento che rispecchiava l’avversione contadina e cristiano sociale – che rappresentava la maggioranza degli iscritti – nei confronti dei dirigenti liberali. Quest’ultimi, esponenti della casta commerciale di Bolzano, pur rappresentando una minoranza degli iscritti determinavano le linee guida della Svp. Tale condotta politica fu ritenuta dalla maggioranza degli iscritti troppo accondiscendente nei confronti del governo italiano. In particolar modo dopo l’intensificarsi di una politica vessatoria da parte degli apparati statali, acuitasi con la soluzione della controversia per Trieste.

Los von Trient

I primi anni di attuazione dell’autonomia crearono i presupposti per un ricambio generazionale del gruppo dirigente della Volkspartei, determinando l’ascesa politica del gruppo dei “giovani”, guidati da Silvius Magnano. La nuova leadership implicò una svolta radicale nella politica della Svp. Il nuovo gruppo dirigente – le cui scelte politiche furono certamente influenzate dalla riacquisita sovranità nazionale da parte dell’Austria nel 1955, e dalla conseguente possibilità di tornare a svolgere una politica estera autonoma – sembrò non essere più disposto a confrontarsi con l’Italia accettando di porre la questione altoatesina in termini di politica interna. Il nuovo gruppo dirigente si stava rivolgendo in modo sempre più vistoso verso una politica di salvaguardia del gruppo di lingua tedesca; benché, proprio in questa fase, la popolazione sudtirolese avesse già dimostrato la sua capacità di reazione. Tra il 1948 e il 1953-55 si registrò una riorganizzazione della minoranza, attraverso un recupero biologico, sociale e nazionale, mentre nella fase successiva si assistette alla sua espansione sociale, economica e nazionale.

La nuova impostazione politica della Svp trasformò ciò che nell’immediato dopoguerra era stato considerato uno svantaggio economico-sociale, e cioè il confinamento del gruppo linguistico tedesco dentro la campagna, in una condizione di unità e identità in grado di assicurare al gruppo il massimo della forza contrattuale nei confronti dello stato italiano. In questa logica politica non fu presa in considerazione l’opportunità d’incentivare nuovi insediamenti industriali che non fossero ubicati solo nell’area di Bolzano.

La conflittualità tra i due partiti di maggioranza subì un’accelerazione nel momento in cui la Svp, nel 1955, si richiamò esplicitamente all’art. 14 dello Statuto, la cui mancata applicazione spinse l’assessore regionale all’agricoltura Hans Dietl a rassegnare le dimissioni. La richiesta di demandare competenze regionali alle province e l’attuazione della normativa che attribuiva alle stesse la competenza in merito all’edilizia abitativa furono le questioni di maggior controversia. Di contro, da Roma, si diede avvio ad un vasto programma di edilizia pubblica che doveva interessare la zona Sud di Bolzano, quella abitata dagli italiani. Tale scelta fu immediatamente interpretata dalla Svp come una provocazione. Silvius Magnano, il 17 novembre del 1957, in occasione di una oceanica manifestazione che richiamò a Castelfirmiano oltre 35.000 sudtirolesi, lanciò la parola d’ordine del “Los von Trient ”. Il pronunciamento dell’ Obmann segnò l’inversione di tendenza della politica altoatesina. I sudtirolesi non erano più disposti al dialogo e rivendicarono con decisione l’autonomia per la sola provincia di Bolzano. Ciò comportò la fine della collaborazione anche in sede istituzionale.

Come spesso avvenuto, la questione altoatesina risultò condizionata dal panorama internazionale, ma anche dalla precaria stabilità politica nazionale. Le linee politiche adottate dalla Democrazia cristiana in ambito nazionale – dove si trovò nella difficile condizione di dover operare una scelta tra un’eventuale collaborazione con i partiti moderati della sinistra o contrariamente rivolgersi alle forze della destra neofascista – determinarono anche la politica regionale. La necessità, da parte democristiana, di ricorrere ai voti del Msi per giungere al termine della legislatura, ancora guidata da Tullio Odorizzi, si manifestò nel gennaio del 1959, nel momento in cui la Svp abbandonò la Giunta regionale. La scelta del sostegno attraverso i voti missini portò, per la prima volta, alla formazione di una corrente interna alla Dc trentina; guidata da Remo Albertini, questa faceva esplicito riferimento alle posizioni fanfaniane, rivolte ad un’apertura al Psi.

Nel frattempo, dopo la riconquistata dignità nazionale, l’Austria si fece promotrice della causa sudtirolese presso il governo italiano, denunciando la mancata attuazione dello Statuto e dell’accordo Degasperi-Gruber. La situazione precipitò quando il ministro degli Esteri austriaco Kreiscky prospettò, qualora le trattative tra i due governi non avessero portato a nessun esito, l’intenzione di presentare il caso all’Assemblea delle Nazioni Unite. L’atteggiamento del governo austriaco provocò l’immediato irrigidimento delle posizioni all’interno dei due partiti di maggioranza. Inoltre, in questa fase, la condotta politica della Dc trentina risultò essere divergente rispetto a quella della sezione di Bolzano, in quanto, la nuova maggioranza venuta a determinarsi all’interno di quest’ultima risultò programmaticamente rivolta ad una maggior comprensione dei problemi della convivenza con il gruppo tedesco, mentre da parte trentina si proseguì nella direzione intrapresa.

«…è certo che la questione dell’autonomia condizionò pesantemente le scelte politico istituzionali della DC trentina e il tipo subculturale di partecipazione politica […] quando si trattò di scegliere un partito politico a cui affidare le proprie sorti, il Trentino trovò nella gestione regionale paternalistica dell’autonomia dell’avv. Odorizzi e nel partito che la esprimeva la rappresentanza più consona a questo tipo di partecipazione».

E’ altresì vero, che dovendo affrontare il problema della ricostruzione e dei mutamenti sociali, la Dc trentina evidenziò notevoli limiti.

Il Trentino degli anni Cinquanta si caratterizza per la staticità della sua economia.

«costituisce una di quelle sacche di sottosviluppo legata al triangolo industriale da uno sfavorevole rapporto di complementarità: riserva di fattori produttivi e serbatoio di manodopera spinta all’emigrazione verso le regioni più industrializzate o verso l’estero (rimettendo valuta pregiata) da un reddito agricolo procapite estremamente basso, data la scarsa specializzazione delle colture, la rudimentale attrezzatura tecnica, la estesa frammentazione della proprietà».

Di fronte a questo scenario la dirigenza democristiana, alla fine degli anni Cinquanta, appariva priva di idee-forza, e incapace di spinte e di tensioni verso un’interpretazione della realtà sociale. Analogamente a quanto avvenuto in seno alla Volkspartei, tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta, anche all’interno della Democrazia cristiana trentina si assistette a un ricambio generazionale. Il vecchio gruppo alla guida del partito fu progressivamente sostituito da un nuovo ceto dirigente, che dimostrò di essere meno vincolato alle gerarchie e maggiormente propenso ad aperture verso la società civile. All’interno di questo nuovo ceto dirigente emerse prepotentemente la figura di Bruno Kessler, il quale cercò di aprire ai sudtriolesi. Egli agì nella convinzione che un “piano” basato su un’ampia applicazione dello Statuto d’autonomia avrebbe potuto favorire il potenziamento delle due province, giungendo ad una pacifica convivenza tra i gruppi linguistici. Una condizione, che in una prospettiva di modernizzazione del Trentino, doveva portare al conseguimento di uno sviluppo economico già manifestatosi a livello nazionale nei primi anni Sessanta. Il “piano Kessler” fallì; ciò nonostante, le linee introdotte dal leader democristiano favorirono, anche in seno alla Dc trentina, una nuova interpretazione dell’autonomia. Intorno al suo progetto politico-amministrativo si coagularono i consensi di forze e di settori che gli permisero di avere un seguito personale; intorno a lui si ritrovò la nuova borghesia industriale nata e sviluppatasi intorno ai nuovi centri di devoluzione di pubblico denaro in contrapposizione alla vecchia borghesia agraria e clericale ostile all’industrializzazione. La crisi dell’apparato ideologico-amministrativo, che garantiva il consenso, obbligò ad una reinterpretazione dello stesso.

«La soluzione più ovvia era proprio quella di mettersi a pensare il consenso sotto forma di merce e indurlo nel grande meccanismo del mercato dominato appunto dal valore di scambio».

La linea che Kessler intese adottare per il rinnovamento del Trentino attuò una rottura con la situazione precedente, rispondendo ad una necessità senza alternative per l’apparato del partito che si vide costretto a subirla, nonostante la preponderante influenza conservatrice di Flaminio Piccoli. A questo processo corrispose una divisione dei compiti tra partito e apparato amministrativo in grado di assorbire le tensioni correntizie.

Nel corso degli anni Sessanta risulta evidente come da parte dei partiti si percepisse la necessità, non più solo etnica, ma anche politico-amministrativa di reinterpretare l’autonomia regionale e i rapporti tra i due gruppi linguistici. A tale domanda i due partiti di maggioranza finirono con l’elaborare risposte diverse: la Volkspartei fece propria un visione “difensivistica” dell’autonomia provinciale, la Dc trentina rivendicò una gestione più “attivistica”. Sullo sfondo dei mutamenti socio-economici, ma anche politici – non tanto dal punto di vista degli equilibri in sede istituzionale, quanto, piuttosto, all’interno degli stessi partiti di maggioranza e della loro base di consenso – vi è la decisione del governo austriaco di presentare la questione altoatesina all’ONU. Le risoluzioni, successivamente adottata dalle Nazioni Unite, invitarono Italia e Austria a proseguire nell’opera di mediazione intraprese per risolvere il contenzioso. Parallelamente alle intense trattative diplomatiche tra i due paesi, in Alto Adige si registrò una recrudescenza del terrorismo. La serie degli attentati giunse al culmine nella notte del 12 giugno 1961, festa del Sacro Cuore, passata alla storia come la “notte dei fuochi”. Gli obiettivi che si prefissava il terrorismo altoatesino erano direttamente connessi tra loro: il diritto all’autodeterminazione e riuscire a calamitare l’attenzione internazionale sul problema del Sudtirolo. Certamente questo secondo obiettivo fu raggiunto. Sebbene la Volkspartei avesse sempre preso le distanze dagli attentati, numerosi suoi esponenti di prim’ordine affermarono, successivamente, che l’apporto fornito dall’ondata terroristica accelerò il processo di avvicinamento tra Italia e Austria, portando all’istituzione della “commissione dei 19” e al varo del “pacchetto”.

La “commissione dei 19” si insediò nel settembre del 1961. I tempi previsti per la conclusione dei lavori furono stimati, ottimisticamente, in tre mesi: la complessità della materia richiese, invece, quasi tre anni di lavoro. Le proposte emerse non soddisfecero pienamente la Volkspartei, quindi, si tornò al tavolo della trattativa. I negoziati tra Italia, Austria e Svp, dopo una fase di stallo, furono riavviati nel 1966, giungendo ad una prima base di accordo: il futuro “pacchetto”. Tuttavia, vi erano ancora delle resistenze. La questione al centro della controversia risultava essere, ancora una volta, la tutela internazionale dell’accordo. La difficoltà di una soluzione a tale problematica, che richiese altri tre anni di contatti, deve essere letta alla luce di avvenimenti sia internazionali che nazionali che caratterizzarono l’inquieta situazione politica del biennio 1967-68:

«attentati dinamitardi di matrice estremista in Italia e in Austria, veto italiano a Bruxelles contro le trattative tra CEE e Vienna, elezioni politiche italiane nel maggio del 1968, crisi del governo in Italia nel Novembre del 1968, nuova crisi di governo nel luglio del 1969, ondata di scioperi e tensioni in conseguenza degli attentati».

Un altro scoglio fu costituito dalla spaccatura verificatasi in seno alla Svp. All’indomani del varo della “Commissione dei 19”, all’interno della società sudtirolese si sviluppò un movimento trasversale, l’Aufbau, che era più di una semplice corrente interna alla Svp. Il movimento si riunì attorno agli ex notabili del partito estromessi dal gruppo dei “giovani”. Al manifesto programmatico, diffuso dalle colonne del “Dolomiten”, aderirono imprenditori, ma anche rappresentatati del Katholischer Verband der Werktätigen (le ACLI tedesche), esponenti del Bauerbund (Unione contadini), dirigenti della Svp, sindaci ed esponenti culturali. Gli aderenti all’Aufbau, rimproverando la linea adottata dai vertici del partito, denunciarono l’arretratezza economica della provincia, la caparbia ostilità anti-industriale, la mancanza di flessibilità necessaria per sbloccare il conflitto con il governo italiano e per pacificare il Sudtirolo. Si percepì chiaramente la contrapposizione in atto tra la volontà dei vertici della Svp di condurre esclusivamente una politica-etnica e le reali necessità di una società in trasformazione. Una realtà colta anche dalla Chiesa, in particolare dal vescovo di Bressanone Josef Gargitter. Questi, si fece promotore di una ridefinizione dei confini delle diocesi facendoli coincidere con il territorio delle due province; il fine era creare le premesse per un riavvicinamento tra i due gruppi linguistici, ma allo stesso tempo si voleva rinvigorire l’identità cattolica che aveva sempre caratterizzato la componente tedesca, eleggendola a bastione contro la secolarizzazione. Una realtà in trasformazione che coinvolgeva ogni sfera della società, dal mondo del lavoro al mondo della cultura, ma anche quello politico: in seno alla Sammelpartei stavano emergendo le prime incrinature. Nel novembre del 1969, al congresso straordinario di Merano, il “pacchetto” fu approvato con una maggioranza risicata del 52,8% e uno scarto minimo di voti. La tesi favorevole al “pacchetto”, sostenuta dall’ Obmann del partito Silvius Magnano prevalse, seppur di poco, sull’opposizione intransigente condotta da Hans Dietl, Peter Brugger e Alfons Benedikter. La diretta conseguenza dell’approvazione da parte della Svp fu il varo del nuovo Statuto di autonomia che entrò in vigore il 20 gennaio 1972.

Il dopo-pacchetto

In questa seconda parte, molto più vicina alle dinamiche che hanno interessato la Regione in questi ultimi anni, ci avventureremo in una breve ricostruzione che cercherà di cogliere gli aspetti che maggiormente interessano questa ricerca. Affronteremo fugacemente questa fase storica dell’autonomia e le ripercussioni in ambito sociale, economico e istituzionale, che hanno portato ad una nuova interpretazione della stessa in funzione del nuovo contesto internazionale, caratterizzato dalla globalizzazione e dalla nascita dell’Europa unita; quindi, dal prospettarsi di nuovi scenari regionali ed euro-regionali. Questa breve analisi non vuole essere la ricostruzione cronologica degli avvenimenti; piuttosto, cercherà di guardare alle vicende regionali che nel loro insieme possono aver maggiormente influenzato la determinazione del senso di appartenenza e la percezione identitaria delle popolazioni che vivono questo territorio. Un breve sguardo, che utilizzando, anche, le testimonianze di alcuni osservatori privilegiati, evidenzierà alcuni dei momenti salienti della storia regionale, dai quali emerge una prima considerazione, determinata da una interpretazione consolidata. Il varo dello Statuto del 1972 consistette nel dare attuazione all’autonomia per l’Alto Adige che il primo Statuto del 1948 non era riuscito a realizzare. Da quel momento, con il consenso di entrambe le province e dei loro principali rappresentanti politici, si concluse in maniera definitiva l’esperienza della Regione autonoma così come era stata concepita e interpretata dalla sua nascita. Si cominciò, invece, con alterna volontà politica, la ricerca di una nuova forma di collaborazione istituzionale che consentisse, allo stesso tempo, la valorizzazione delle specificità provinciali. Oggi, alla distanza di trent’anni dal varo del “pacchetto”, le istituzioni, quindi anche i cittadini, devono affrontare un’ulteriore riflessione in merito all’ente regionale ed ai rapporti che intercorrono tra le varie popolazioni che abitano e vivono questo territorio. Sudtirolesi di lingua tedesca, sudtirolesi di lingua italiana, trentini, ladini, per non dimenticare le specificità rappresentate dai mocheni e dai cimbri, sono ora posti innanzi alla difficile scelta se continuare questo percorso comune e, in tal caso, come continuarlo nel nuovo contesto sopranazionale. La stagione dell’autonomia speciale, intesa come un rapporto fra centri e periferie, quella che ha visto per più di mezzo secolo il governo nazionale come attore principale, è una prospettiva che sta esaurendo il suo tempo; l’ottica federalista, sul modello cantonale svizzero che prevede il trattenimento diretto in loco dei tributi, insieme al principio anglosassone ( no taxation without representation) dovrà accompagnare le popolazioni alpine verso la futura federazione europea; è auspicabile che lungo il cammino le genti che abitano queste terre alte, patrimonio prezioso dell’umanità, procedano fianco a fianco, lasciandosi alle spalle il “secolo lungo”dei conflitti.

di Vincenzo Calì
(qui il testo del primo incontro)
(qui le immagini dell’evento)

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