
Ieri, 11 giugno 2026, abbiamo ricevuto la risposta del Difensore civico alla segnalazione integrativa inviata il 7 giugno scorso da Più Democrazia in Trentino sulla mancata pubblicazione dello studio universitario “Modelli di flusso e trasporto di PFOS nell’acquifero del Basso Chiese” e sulle criticità emerse nella gestione delle informazioni ambientali relative alla contaminazione da PFAS della falda del Basso Chiese.
La risposta contiene alcuni elementi importanti.
Anzitutto viene riconosciuta la necessità di un monitoraggio costante della situazione per prevenire possibili danni all’ambiente e alla salute pubblica. Viene inoltre condivisa l’esigenza di ampliare gli strumenti di trasparenza a disposizione dei cittadini e viene richiamata la possibilità di intervenire sulla normativa regionale che continua a sottrarre le informazioni ambientali agli ordinari obblighi di pubblicazione previsti dal diritto europeo e nazionale.
Tuttavia, il risultato concreto dell’intervento appare molto limitato rispetto alla gravità della vicenda.
Occorre ricordare che le autorità pubbliche sono a conoscenza della contaminazione da PFAS almeno dal 2018, quando i monitoraggi nazionali coordinati da ISPRA individuarono la presenza di queste sostanze nella falda del Basso Chiese. Da allora si sono susseguiti studi, monitoraggi, annunci di interventi e stanziamenti di risorse pubbliche, ma con lunghi periodi di inerzia amministrativa e senza quella trasparenza che la normativa europea e nazionale considera essenziale per la tutela dell’ambiente e della salute pubblica.
Nel 2019 la Provincia ha commissionato all’Università di Trento uno studio specifico sulla propagazione dei PFOS nella falda. Lo studio è stato acquisito dall’amministrazione provinciale nell’agosto 2024, ma la sua divulgazione è stata oggetto di ripetuti rinvii e differimenti.
Nonostante ciò, il rischio ambientale connesso alla contaminazione della falda non è stato considerato nell’analisi del contesto del PIAO del comune di Storo e gli interventi di messa in sicurezza del sistema acquedottistico non risultano ancora completati. L’amministrazione comunale ha inoltre sostenuto che tale rischio non rientri tra gli elementi da considerare nell’analisi del contesto del Piano, una posizione che continua a suscitare interrogativi alla luce della rilevanza della problematica per la salute pubblica e per la programmazione degli interventi sul territorio.
Per questo motivo Più Democrazia in Trentino ha scelto di intervenire.
Prima attraverso le osservazioni al PIAO del Comune di Storo, chiedendo che il rischio ambientale venisse adeguatamente considerato nella programmazione dell’ente e che fossero rispettati gli obblighi di pubblicazione delle informazioni ambientali.
Successivamente attraverso il coinvolgimento del Difensore civico, nella convinzione che le competenze attribuitegli dalla normativa provinciale e statale in materia ambientale consentissero un intervento più incisivo.
La risposta ricevuta riconosce l’esistenza del problema, ma considera sostanzialmente superate le criticità emerse grazie a due impegni assunti dal Comune di Storo: la richiesta di un biomonitoraggio della popolazione (impegno che successivamente alcuni esponenti dell’amministrazione comunale hanno ridimensionato pubblicamente, sostenendo che non vi sarebbero elementi tali da giustificare l’avvio di tale iniziativa) e la pubblicazione di un collegamento al sito di APPA contenente i dati dei monitoraggi ambientali.
Resta però un dato difficilmente contestabile: lo studio universitario sulla modellazione della falda non è stato pubblicato dal Comune, non è disponibile attraverso il collegamento inserito sul sito comunale e la sua ostensione è stata ritardata per mesi attraverso una serie di differimenti formalmente legittimi ma che hanno avuto l’effetto concreto di rinviarne la conoscenza pubblica.
Ancora più sorprendente appare il fatto che il Comune di Storo abbia dichiarato di non essere in possesso dello studio senza tuttavia attivarsi per richiederne formalmente una copia, nonostante si tratti di un documento di fondamentale interesse per la comprensione e la gestione del rischio ambientale presente sul proprio territorio e la conseguente programmazione delle attività. Una simile inerzia appare difficilmente comprensibile, considerato che lo studio riguarda direttamente l’evoluzione della contaminazione della falda e costituisce uno strumento conoscitivo essenziale per orientare le scelte di prevenzione e mitigazione del rischio.
Sul piano istituzionale emerge inoltre un ulteriore elemento.
Il Difensore civico conferma indirettamente ciò che Più Democrazia in Trentino sostiene da tempo: il problema della trasparenza ambientale esiste ed è riconducibile anche alla normativa regionale che continua a mantenere una deroga incompatibile con i principi europei e nazionali in materia di pubblicità delle informazioni ambientali.
La soluzione indicata, tuttavia, consiste nell’avviare una lunga iniziativa giudiziaria che potrebbe eventualmente condurre a una pronuncia della Corte costituzionale.
In altre parole, il vulnus normativo viene riconosciuto, ma la sua rimozione viene sostanzialmente rimessa all’iniziativa dei cittadini.
Noi continuiamo a ritenere che la trasparenza ambientale non possa dipendere dalla capacità dei cittadini di sostenere anni di contenzioso. Le informazioni ambientali dovrebbero essere pubblicate spontaneamente dalle amministrazioni pubbliche, soprattutto quando riguardano contaminazioni che interessano risorse essenziali come l’acqua potabile.
Nel caso di specie si tratta di informazioni riguardanti una risorsa idrica utilizzata per anni attraverso il pozzo Gaggio nei periodi di emergenza idrica, il pozzo del centro sportivo Grilli collocato nell’area maggiormente interessata dalla contaminazione e numerosi pozzi privati al servizio di abitazioni e strutture non collegate alla rete acquedottistica.
Proprio sul centro sportivo Grilli emerge un elemento che merita attenzione. L’8 giugno scorso il Consiglio comunale di Storo ha approvato una variazione di bilancio che prevede lo stanziamento di circa 380 mila euro per collegare il centro sportivo alla rete acquedottistica comunale e consentire così la dismissione della captazione da pozzo finora utilizzata per usi igienico-sanitari e irrigui. Si tratta di una decisione significativa, poiché riguarda una struttura situata in una delle aree più direttamente interessate dalla contaminazione della falda e una captazione che, plausibilmente, è rimasta in funzione anche negli anni successivi alla scoperta del problema.
È difficile non osservare come, da un lato, il rischio ambientale continui a non trovare adeguato spazio nei principali documenti di programmazione dell’ente e, dall’altro, si rendano necessari interventi pubblici rilevanti per superare situazioni che proprio quel rischio aveva contribuito a determinare. Anche per questo motivo la pubblicazione tempestiva degli studi, delle analisi e delle valutazioni tecniche assume un valore decisivo: consente ai cittadini di comprendere le ragioni delle scelte amministrative, di valutare l’adeguatezza delle misure adottate e di partecipare consapevolmente alle decisioni che incidono sulla salute collettiva.
Dal primo rilevamento della contaminazione sono trascorsi ormai otto anni. Otto anni durante i quali le conoscenze scientifiche sono aumentate, gli interventi annunciati si sono succeduti e le risorse pubbliche sono state stanziate. Eppure, ancora oggi, la piena messa in sicurezza delle infrastrutture interessate dalla contaminazione non risulta completata e una parte significativa delle informazioni rilevanti è divenuta accessibile solo dopo insistenti richieste da parte di cittadini e associazioni.
Per questa ragione continueremo a seguire la vicenda PFAS della Valle del Chiese e a sollecitare tutte le amministrazioni coinvolte affinché prevalgano finalmente i principi di precauzione, trasparenza e buon governo.
Perché quando si parla di PFAS non è in gioco soltanto il diritto all’informazione. È in gioco il diritto dei cittadini a conoscere tempestivamente i rischi che possono incidere sull’ambiente in cui vivono e sulla loro salute.
E allora la domanda, dopo otto anni, resta sempre la stessa: se il problema è noto dal 2018, perché cittadini e associazioni devono ancora faticare per ottenere informazioni che il diritto europeo considera pubbliche per definizione?
Segue la risposta del difensore civico del 12 giugno 2026 all’associazione Più Democrazia in Trentino e la nota integrativa dell’associazione del 7 giugno 2026:
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