Dopo l’intervento del Difensore civico e le osservazioni al PIAO, l’amministrazione introduce un semplice collegamento al sito APPA ma conferma di non disporre dello studio sui modelli di diffusione dei PFAS nella falda del Basso Chiese. Una risposta che lascia aperti numerosi interrogativi sulla trasparenza ambientale e sulla gestione del rischio.

In data 4 giugno 2026 l’associazione Più Democrazia in Trentino ha ricevuto, per il tramite del Difensore civico della Provincia autonoma di Trento, la risposta ufficiale del Comune di Storo alle osservazioni presentate sul PIAO e alle successive segnalazioni riguardanti la mancata pubblicazione dello studio dell’Università di Trento intitolato “Modelli di flusso e trasporto di PFOS nell’acquifero del Basso Chiese”. La comunicazione merita alcune considerazioni.
Un primo passo, ma ancora insufficiente
Come già evidenziato nelle scorse settimane, apprezziamo che il Comune abbia accolto una parte delle osservazioni formulate dall’associazione. In particolare è stato inserito nella sezione “Informazioni ambientali” del sito comunale un collegamento ipertestuale alla piattaforma informativa di APPA dedicata al monitoraggio dei PFAS nelle acque sotterranee.
Si tratta tuttavia di un accorgimento minimale rispetto alle richieste formulate e, soprattutto, rispetto alla rilevanza della problematica ambientale in questione.
Il punto centrale della vicenda non riguarda infatti la pubblicazione dei dati di monitoraggio ordinario, già disponibili attraverso APPA, bensì la mancata pubblicazione dello studio scientifico commissionato dalla Provincia autonoma di Trento all’Università di Trento nel 2019 e concluso nel 2024: “Modelli di flusso e trasporto di PFOS nell’acquifero del Basso Chiese”.
Si tratta di un documento diverso dal rapporto già noto e allegato alla comunicazione comunale, denominato “PFOS nella falda del Basso Chiese – Quadro riassuntivo del monitoraggio ambientale APPA 2019-2024” del 18 ottobre 2024.
I due documenti non sono sovrapponibili.
Il primo contiene l’analisi modellistica della propagazione degli inquinanti nella falda e rappresenta uno strumento essenziale per comprendere l’evoluzione della contaminazione e pianificare gli interventi di mitigazione del rischio.
Il secondo costituisce invece una sintesi dei risultati delle attività di monitoraggio svolte da APPA.
Una risposta che solleva ulteriori interrogativi
Particolarmente singolare appare il passaggio nel quale il Comune afferma di non disporre dello studio universitario e di non essere pertanto nelle condizioni di pubblicarlo.
La circostanza merita attenzione.
Nelle osservazioni al PIAO, nelle successive comunicazioni al Comune e nella segnalazione trasmessa al Difensore civico si è sempre fatto riferimento in modo esplicito e inequivocabile allo studio “Modelli di flusso e trasporto di PFOS nell’acquifero del Basso Chiese”.
Non si tratta di un documento sconosciuto.
Lo studio è stato commissionato dalla Provincia autonoma di Trento nel 2019 a seguito di iniziative istituzionali pubbliche, è stato più volte richiamato nel dibattito politico tramiti molteplici atti di sindacato ispettivo e nelle cronache giornalistiche e riguarda una contaminazione che interessa principalmente il territorio comunale di Storo.
Per questo motivo appare difficile sostenere che la sua esistenza fosse ignota all’amministrazione.
Ancora più difficile comprendere perché, una volta ricevute le osservazioni dell’associazione e successivamente la richiesta del Difensore civico, il Comune non abbia ritenuto opportuno richiederne formalmente copia agli uffici provinciali competenti.
Anche APPA conosce lo studio
Ulteriore elemento degno di nota riguarda la comunicazione trasmessa da APPA al Comune di Storo il 21 maggio 2026.
L’Agenzia provinciale per la protezione dell’ambiente è perfettamente a conoscenza dell’esistenza dello studio universitario, più volte citato nel corso degli ultimi anni.
Eppure, nella documentazione allegata alla risposta inviata al Comune non compare il documento richiesto dall’associazione e richiamato nella corrispondenza con il Difensore civico.
Una circostanza che rende ancora più difficile comprendere perché il documento continui a non essere reso disponibile alla comunità locale.
Il rischio PFAS riguarda direttamente la programmazione del Comune
Non convince neppure l’argomentazione secondo cui il tema PFAS sarebbe estraneo alle finalità dell’analisi del contesto del PIAO.
La contaminazione della falda costituisce infatti un rischio ambientale e sanitario che incide direttamente sulla programmazione amministrativa.
Dalla corretta valutazione del rischio dovrebbero discendere priorità di investimento, interventi infrastrutturali, strategie di prevenzione e misure di tutela della salute pubblica.
Lo dimostrano i fatti.
Già nel 2021 venivano annunciati interventi di adeguamento e messa in sicurezza del sistema acquedottistico.
Nel marzo 2022 la Provincia autonoma di Trento stanziava risorse specifiche per tali finalità.
Negli anni successivi si è inoltre proceduto alla chiusura del laghetto della Roversella per le attività di pesca sportiva proprio a causa delle problematiche connesse alla contaminazione.
Se questi elementi sono stati sufficienti per giustificare investimenti pubblici e limitazioni all’utilizzo di determinate aree, risulta difficile sostenere che il rischio ambientale non meriti di essere considerato nell’ambito degli strumenti di programmazione e prevenzione dell’ente locale.
Una questione che va oltre il caso di Storo
La vicenda dello studio universitario rappresenta soltanto il sintomo di un problema più ampio.
Da oltre dieci anni in Trentino-Alto Adige continua infatti a trovare applicazione una disciplina regionale che esclude dall’obbligo di pubblicazione una parte significativa delle informazioni ambientali previste dall’articolo 40 del decreto legislativo 33/2013.
Una scelta che è stata contestata dall’ANAC, criticata dalla giurisprudenza amministrativa e recentemente richiamata anche dal Difensore civico, il quale ha invitato il Consiglio regionale a modificare la normativa per riportarla nell’alveo dei principi costituzionali in materia di trasparenza.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti.
Informazioni ambientali di rilevanza pubblica continuano a non essere pubblicate in modo sistematico e accessibile, costringendo cittadini, associazioni e organi di controllo a lunghi percorsi di accesso agli atti per ottenere documenti che dovrebbero essere disponibili in modo spontaneo e trasparente.
Una domanda ancora aperta
La domanda di fondo rimane la stessa.
Se gli obblighi di pubblicazione delle informazioni ambientali fossero stati applicati fin dall’inizio anche ai comuni del Trentino-Alto Adige, come avviene nel resto d’Italia e dell’Unione europea, sarebbe stato necessario attendere anni, presentare osservazioni, attivare il Difensore civico e sollecitare ripetutamente le amministrazioni per ottenere informazioni essenziali su una contaminazione che riguarda la salute pubblica e la qualità dell’ambiente?
A nostro avviso la risposta è evidente.
Ed è proprio per questo che continueremo a chiedere la piena attuazione dei principi di trasparenza ambientale previsti dalla Convenzione di Aarhus, dalla normativa europea e dall’ordinamento italiano.
Disconoscere l’esistenza dello studio è pretestuoso. Non attivarsi per ottenerlo e pubblicarlo, dopo le osservazioni dell’associazione e l’intervento del Difensore civico, rischia invece di configurare un problema ben più serio: quello della corretta gestione delle informazioni ambientali rilevanti per la salute pubblica.
Quesiti finali alle istituzioni e alle persone di buon senso
La risposta trasmessa dal Comune di Storo – la quale è stata accompagnata da un comunicato stampa a cui i media locali hanno dato ampio spazio – non chiarisce alcuni passaggi essenziali della vicenda e, per certi aspetti, apre nuovi interrogativi.
L’affermazione secondo cui il Comune non sarebbe mai stato in possesso dello studio universitario, l’assenza di qualsiasi iniziativa formale finalizzata ad acquisirlo, il mancato inserimento del rischio PFAS nell’analisi del contesto del PIAO e la persistente indisponibilità di uno studio commissionato con risorse pubbliche rendono ancora attuali una serie di domande alle quali sarebbe auspicabile fornire risposte documentate.
Non si tratta di polemiche politiche, ma di questioni che riguardano la trasparenza amministrativa, la corretta gestione del rischio ambientale e la tutela della salute pubblica:
- Nel 2019 la Provincia autonoma di Trento ha commissionato all’Università di Trento lo studio sulla propagazione dei PFAS nella falda del Basso Chiese. Dopo diversi rinvii, il lavoro è stato concluso e consegnato nel 2024. Quali enti ne hanno avuto formalmente disponibilità e in quali date?
- È plausibile che né la Provincia autonoma né enti strumentali come APPA o APRIE abbiano mai trasmesso al Comune di Storo lo studio “Modelli di flusso e trasporto di PFOS nell’acquifero del Basso Chiese”, come sostenuto dall’amministrazione comunale tramite un comunicato stampa diramato il 30 maggio 2026?
- Come si concilia tale affermazione con le dichiarazioni pubbliche rilasciate nel novembre 2024 delle amministrazioni comunali di Storo e Borgo Chiese, dalle quali sembrava emergere che il contenuto dello studio fosse già noto agli enti locali interessati?
- Se il Comune non era in possesso dello studio, per quale ragione non ne ha richiesto formalmente copia agli uffici provinciali competenti, considerata la rilevanza della questione per la tutela della salute pubblica?
- Se le conclusioni dello studio non evidenziano particolari criticità, per quale ragione tra il 2024 e il 2025 l’accesso alla documentazione è stato oggetto di ripetuti rinvii e resistenze a chi presentava istanze di accesso?
- Le concentrazioni di PFAS rilevate nella falda e nel pozzo Gaggio possono essere considerate prive di rischi sanitari anche alla luce dell’evoluzione delle conoscenze scientifiche e dei più recenti orientamenti europei come l’apertura di una procedura di infrazione contro l’Italia?
- In altri Stati membri dell’Unione europea che hanno adottato approcci più cautelativi, come la Danimarca, quelle stesse concentrazioni sarebbero valutate allo stesso modo?
- Esistono elementi che consentano di escludere che le conclusioni dello studio fossero già note, almeno in parte, in ambiti istituzionali diversi da quelli formalmente destinatari del documento, considerata la forte contiguità funzionale, organizzativa e politico-amministrativa che caratterizza i rapporti tra amministrazioni provinciali e comunali e, nel caso specifico, tra gli enti pubblici coinvolti nella gestione della vicenda PFAS della Valle del Chiese?
- Se già nel 2021 veniva riconosciuta l’esigenza di intervenire sulla rete acquedottistica e nel marzo 2022 venivano stanziate risorse pubbliche per tale finalità, è possibile escludere che la mancata circolazione ufficiale dello studio e delle relative valutazioni tecniche abbia inciso sui tempi di attuazione degli interventi necessari alla riduzione del rischio sanitario?
- Per quale ragione il rischio ambientale connesso alla contaminazione da PFAS non è stato inserito nell’analisi del contesto del PIAO del Comune di Storo, nonostante l’esistenza di monitoraggi, studi e finanziamenti pubblici già stanziati proprio per affrontare il problema?
- Perché il legislatore regionale continua a mantenere una disciplina che esclude la pubblicazione delle informazioni ambientali, nonostante le osservazioni formulate da ANAC, le indicazioni della giurisprudenza costituzionale e il recente intervento del Difensore civico?
- Per quale motivo, a fronte della richiesta formale del Difensore civico, il confronto pubblico si è sviluppato prevalentemente attraverso dichiarazioni alla stampa per giustificare il mancato possesso delle informazioni anziché mediante risposte puntuali e documentate agli organi istituzionali competenti?
- Quali strumenti restano oggi a disposizione dei cittadini quando le informazioni ambientali non vengono pubblicate spontaneamente dalle amministrazioni?
- Quali autorità sono chiamate a intervenire quando emergono lacune informative o ritardi nell’adozione di misure finalizzate alla prevenzione del rischio ambientale e sanitario?
La domanda più importante è forse la più semplice:
se gli obblighi di pubblicazione delle informazioni ambientali fossero stati applicati fin dall’inizio anche ai comuni del Trentino-Alto Adige/Südtirol, come avviene nel resto d’Italia e dell’Unione europea, molte delle incertezze, delle polemiche e dei ritardi che oggi caratterizzano la vicenda PFAS di Storo si sarebbero potuti evitare?
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I passaggi della vicenda (fascicolo 175/26):
- 24 gennaio 2026 – Le osservazioni di Più Democrazia in Trentino al PIAO del Comune di Storo (pdf)
- 3 marzo 2026 – La Giunta comunale di Storo adotta il PIAO 2026-2028 e recepisce parzialmente alcune delle osservazioni di Più Democrazia in Trentino
- 4 aprile 2026 – Più Democrazia in Trentino si rivolge al Difensore civico e al Comune di Storo per esigere il rispetto dell’obbligo di pubblicazione delle informazioni ambientali (pdf)
- 23 aprile 2026 – Il Difensore civico sollecita il Consiglio regionale del Trentino-Alto Adige/Südtirol a rivedere la normativa in materia di trasparenza e obblighi di pubblicazione degli enti locali (pdf)
- 5 maggio 2026 – Il Difensore civico scrive al sindaco di Storo, Nicola Zontini, per ribadire la cogenza degli obblighi di pubblicazione delle informazioni ambientali
- 21 maggio 2026 – Il comune di Storo risponde al Difensore civico allegando la nota di APPA al comune di Storo del 12 novembre 2024
- 4 giugno 2026 – Il Difensore civico informa Più Democrazia in Trentino dell’avvenuta risposta del Comune di Storo ricevuta il 21 maggio
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