Quando la partecipazione fa paura: proposte legislative regionali per la democrazia negli enti locali

* pubblicato su L’Adige il 1° giugno 2026

C’è un paradosso istituzionale che emerge dai pareri negativi espressi dal Consiglio dei Comuni dell’Alto Adige e dal Consiglio delle autonomie locali della Provincia di Trento sui disegni di legge regionale n. 30/XVII (a prima firma di Alex Ploner) e n. 31/XVII (a prima firma di Paul Köllensperger), volti a introdurre il referendum confermativo amministrativo e a potenziare gli istituti di partecipazione popolare nei nostri Comuni. Da un lato, i documenti ufficiali si aprono con l’immancabile e formale condivisione dei “principi della promozione e della piena conoscibilità della partecipazione popolare” ma dall’altro, non appena si passa dalle dichiarazioni d’intenti agli strumenti concreti, si alzano le barriere della diffidenza.

Il rischio concreto è quello di perdere l’occasione di modernizzazione per il Trentino-Alto Adige/Südtirol. Le obiezioni sollevate dai rappresentanti delle autonomie locali poggiano su una retorica tanto prevedibile quanto infondata.

Si agita lo spettro dell’ “effetto paralizzante” sull’azione amministrativa , si teme lo “svuotamento delle competenze degli organi elettivi” per arrivare a paventare persino la tesi surreale secondo cui l’introduzione di tutele referendarie scoraggerebbe i cittadini dal candidarsi o dal partecipare alla politica locale. È difficile non cogliere, in questi pareri, una visione completamente capovolta della realtà.

Il problema che affligge la nostra Regione non è l’iper-attivismo dei cittadini, ma il loro progressivo allontanamento dalle istituzioni. I dati più recenti sul crollo dell’affluenza alle elezioni comunali e provinciali — con picchi di astensionismo che in alcuni territori superano il 50% — testimoniano un impoverimento della motivazione civica che non si cura certo con il mero aumento delle indennità degli amministratori. La sfiducia non nasce da un eccesso di coinvolgimento, ma dalla percezione che le consultazioni esistenti siano puramente formali e inefficaci. In questo contesto, il referendum confermativo rappresenta un’innovazione qualitativa irrinunciabile: dare alla comunità il potere di pronunciarsi direttamente sulle decisioni strategiche prima che diventino efficaci, responsabilizzando al contempo eletti ed elettori.

L’argomento secondo cui lo strumento potrebbe essere sfruttato in modo “ostruzionistico e strumentale” viene demolito dall’architettura tecnica dello stesso disegno di legge. Il testo del DDL n. 31 non lascia spazio ad arbitrii: stabilisce infatti filtri rigorosi e stringenti. In primo luogo, prevede tempi strettissimi per la raccolta firme (appena 30 giorni dalla notifica di ammissibilità). In secondo luogo, fissa soglie d’accesso equilibrate ma protettive (dal 3% per i piccoli comuni fino all’1% per i centri maggiori). Infine, e soprattutto, esclude esplicitamente dal raggio d’azione del referendum le materie di bilancio, le nomine e i provvedimenti d’urgenza o vincolati da obblighi di legge. Non si tratta di “paralisi”, ma di regole del gioco precise volte a garantire la sostenibilità dei processi.

Altrettanto debole è la critica di “sovrabbondanza” rispetto agli strumenti già esistenti negli statuti comunali. I CAL difendono lo status quo parlando di percorsi partecipativi già attivabili “a monte” delle decisioni. Ma l’esperienza empirica e la realtà dei fatti dimostrano che i cittadini vengono ascoltati solo quando i giochi sono già fatti, all’interno di spazi procedurali marginali. Il referendum confermativo introduce una differenza sostanziale, non marginale: permette di incidere direttamente sull’amministrazione attiva. Non è un caso che nei Comuni dove questo istituto è già stato coraggiosamente introdotto e sperimentato — come Malles e Cortaccia in Alto Adige, o Ville d’Anaunia e Mori in Trentino — la legittimità delle decisioni pubbliche ne sia uscita rafforzata, senza che si sia registrato alcun blocco burocratico.

Certamente, implementare questi percorsi comporta oneri organizzativi per macchine comunali già appesantite. Ma ridurre la democrazia a una mera questione di “efficienza e rapidità amministrativa” significa accettare l’idea che la voce dei cittadini sia un lusso spendibile, anziché il pilastro fondante dell’autonomia regionale. La qualità della democrazia richiede tempo e responsabilità.

Dietro i pareri negativi dei Consigli si intravede l’arroccamento di una cultura istituzionale che fatica ad accettare l’idea di una cittadinanza attiva e corresponsabile. Si teme la sanzione degli elettori, il conflitto e l’imprevedibilità del voto. Eppure, la politologia e i modelli amministrativi più avanzati — si veda l’ampia e positiva applicazione dei referendum comunali in Baviera — dimostrano che una scelta confermata dai cittadini è una scelta intrinsecamente più solida, trasparente e protetta da interessi di parte.

Il referendum confermativo non è uno strumento “contro” i Comuni, ma “per” i Comuni. Rifiutarlo in nome di una presunta stabilità significa difendere un equilibrio verticistico che, sotto il peso dell’astensionismo, mostra sempre più crepe. La partecipazione non si teme quando è confinata all’ascolto passivo; si teme quando diventa incisiva. Questa volta ha prevalso la prudenza burocratica dei palazzi, ma è una prudenza che assomiglia molto all’immobilismo e che allontana ulteriormente l’occasione di ricucire il patto di fiducia tra istituzioni e cittadini.

Nicola Fioretti – già sindaco di Aldeno e socio di Più Democrazia in Trentino

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