Calceranica al Lago: il Difensore civico contro i formalismi che svuotano le petizioni. Un principio che può diventare una pietra miliare per la partecipazione democratica

“Caldonazzo – view from Menador” di Matteo Ianeselli, da Wikimedia Commons, licenza CC BY‑SA 3.0.

La vicenda della petizione popolare presentata da oltre 200 cittadini al Comune di Calceranica al Lago contro la localizzazione di un’antenna per telecomunicazioni in prossimità del campo sportivo potrebbe rappresentare un importante punto di svolta nel dibattito sulla partecipazione democratica nei comuni trentini.

Il 24 giugno il Difensore civico della Provincia autonoma di Trento, Sandro Raimondi, è intervenuto nell’ambito del procedimento aperto a seguito della segnalazione dei promotori della petizione e delle osservazioni formulate dall’associazione Più Democrazia in Trentino.

Al centro della controversia vi è la decisione dell’amministrazione comunale di non trattare la richiesta come una vera e propria petizione ai sensi dello Statuto comunale, sostenendo che non fossero soddisfatti alcuni requisiti formali, tra cui l’autenticazione delle firme e la presenza di sottoscrittori non residenti.

Pur senza entrare nel merito delle possibili modifiche legislative prospettate negli ultimi anni per migliorare la disciplina delle petizioni (vedasi disegno di legge regionale 30/XVII di Alex Ploner), il Difensore civico ha formulato una considerazione di grande rilievo istituzionale.

Secondo Raimondi, infatti, «assoggettare le petizioni a criteri formali estremamente restrittivi può significare mantenere in essere questo istituto in linea di principio, ma anche, al contempo, ridurne ai minimi termini la portata e con ciò sminuire oltremodo la possibilità dei cittadini di partecipare democraticamente alla vita del Comune».

Si tratta di un’affermazione che va ben oltre il caso specifico e che coglie uno dei problemi più frequenti nella gestione degli strumenti di partecipazione nei comuni trentini.

Da anni Più Democrazia in Trentino segnala come le petizioni popolari siano spesso considerate atti di rango inferiore, trattate come semplici segnalazioni amministrative oppure assorbite in altri procedimenti senza garantire quella visibilità, quella tracciabilità e quella discussione pubblica che gli statuti comunali generalmente prevedono.

Il caso di Calceranica non è isolato. Negli anni analoghe criticità sono emerse in diversi comuni del Trentino, compresi enti di dimensioni molto maggiori. Il risultato è che uno strumento pensato per consentire ai cittadini di portare all’attenzione delle istituzioni questioni di interesse collettivo rischia di essere neutralizzato da interpretazioni burocratiche eccessivamente formalistiche.

Naturalmente il tema della regolamentazione delle petizioni rimane aperto.

L’associazione continua a ritenere auspicabile che i comuni esercitino pienamente la propria autonomia statutaria e regolamentare per disciplinare in modo chiaro, trasparente e partecipativo la materia. Ogni comunità locale dovrebbe sentirsi responsabile della qualità dei propri strumenti democratici, senza attendere necessariamente interventi dall’alto.

Al tempo stesso, però, occorre prendere atto che in molti casi questa evoluzione non si è verificata. Di fronte al ripetersi di prassi che tendono a svilire o marginalizzare le iniziative popolari, diventa inevitabile interrogarsi sul ruolo che possono svolgere le istituzioni provinciali e regionali nel promuovere standard minimi di tutela dei diritti partecipativi.

La domanda, in fondo, è semplice: se i comuni non intervengono spontaneamente per garantire un’effettiva valorizzazione delle petizioni, chi deve farsi carico di richiamare gli amministratori pubblici al rispetto di uno spirito autenticamente democratico?

La risposta del Difensore civico non risolve definitivamente la questione, ma introduce un principio importante: gli strumenti di partecipazione non possono essere svuotati attraverso formalismi irragionevoli.

Va inoltre riconosciuto un elemento positivo emerso nel corso del contraddittorio. Pur ritenendo criticabile la mancata classificazione della richiesta come petizione ai sensi dello Statuto comunale, l’amministrazione di Calceranica al Lago ha comunque provveduto a condividere con i promotori e con i soggetti interessati una corposa documentazione relativa al Piano di localizzazione degli impianti per la telefonia mobile, alle interlocuzioni con gli operatori del settore e agli atti amministrativi connessi. Si tratta di una scelta apprezzabile sotto il profilo della trasparenza amministrativa, poiché consente ai cittadini di conoscere in modo approfondito gli elementi tecnici e procedurali della vicenda e di partecipare al dibattito pubblico in maniera informata. Una partecipazione consapevole richiede infatti non soltanto strumenti democratici efficaci, ma anche un accesso completo alle informazioni necessarie per poterli esercitare concretamente.

Per questo motivo Più Democrazia in Trentino considera particolarmente significativo il passaggio contenuto nella nota inviata al Comune di Calceranica al Lago e auspica che l’amministrazione voglia ora prenderne atto, riconoscendo la necessità di una gestione delle petizioni maggiormente coerente con le finalità dello Statuto comunale e rivedendo le valutazioni fin qui espresse alla luce delle osservazioni formulate dai firmatari e dal Difensore civico. La vicenda non può infatti considerarsi conclusa e resta ora da verificare se dalle affermazioni di principio si passerà ad una concreta valorizzazione dell’istituto della petizione. Su questo attendiamo la replica dell’amministrazione.

L’auspicio è che da questa vicenda possa nascere una buona pratica amministrativa capace di fare scuola anche in altri comuni: petizioni correttamente catalogate, pubblicate e archiviate; criteri di ammissibilità chiari e ragionevoli; discussione trasparente nelle sedi istituzionali competenti; pieno rispetto del diritto dei cittadini a partecipare alla vita pubblica della propria comunità.

La qualità della democrazia locale non si misura infatti soltanto dal numero degli strumenti di partecipazione formalmente previsti dagli statuti, ma soprattutto dalla disponibilità delle istituzioni a prenderli sul serio quando i cittadini decidono di utilizzarli.

Gli atti della vicenda

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