Vento di referendum (o meglio plebiscito)

In Europa si stà discutendo animatamente di come affrontare i problemi della crisi dell’eurozona. Due sono le strade prevalentemente discusse. La prima è quella dell’abbandono da parte di alcuni paesi dell’Euro come valuta. Strada che porterebbe secondo molti anche ad una crisi dell’Unione Europea. La seconda è quella di una maggior integrazione politica ed economica.
Per la verità vi è anche una terza strada, che è poi quella seguita fino a qui. Ovvero fare il minimo indispensabile per evitare il disastro immediato, e poi aspettare fino a quando non si torna sull’orlo del baratro. Lo scenario è ben descritto in questo articolo di Business Insider. Che sia la strada più dannosa lo sanno tutti, ma visto che in molti paesi sono vicine le elezioni, e non si sà quale sia il sentimento popolare prevalente, non prendere posizione è anche la scelta più comoda. Però è chiaro che alla fine si dovrà prendere una strada decisa, per scelta o per forza.
A questo punto si è inserito il dibattito sulla decisione che la Corte Costituzionale Tedesca dovrà prendere il 12 settembre, ossia se la Repubblica Federale possa aderire all’oramai famoso fondo salva stati (ESM) sia o meno necessario un referendum popolare per la modifica della Costituzione (Grundgesetz).
Molti coloro, a partire da chi ha fatto ricorso alla Corte, che supportano la tesi che sia necessario interpellare il popolo per la cessione di sovranità necessaria a far partire il meccanismo, che deciderebbe dei salvataggi, e quindi in ultima istanza dei soldi dei paesi membri, senza interpellare i cittadini di quei paesi o i loro rappresentanti. A quel punto da tutti i fronti politici si iniziato a dire che in effetti sarebbe oppurtuno interpellare i cittadini sul futuro dell’Unione Europea.
Per dei supporter della democrazia diretta sembrerebbe una buona notizia. E invece la notizia non è affatto buona. Perche? La principale critica è che la richiesta di chiedere al popolo non deriva da una previsione costituzionale o da una richiesta del popolo stesso. La richiesta viene dai rappresentanti che decidono quando, come e se fare la consultazione popolare. Questo è più propriamente chiamato plebiscito.
Per esempio questo è quanto pensa di fare Cameron, il premier inglese, rispetto alle richieste dei Conservatori di tenere un referendum: forse, ma adesso non è opportuno, vedremo poi se sarà il caso. In breve, se lo ritengo opportuno chiederò al popolo il suo parere.
I referendum, per essere strumenti di vera democrazia diretta, devono essere alternativamente:

  1. Obbligatori. Ossia previsti dalla Costituzione o dalla legge per gli atti del Parlamento o dell’Esecutivo.
  2. Richiesti dal Popolo

Purtroppo i referendum non sono parte integrante del processo di formazione del consenso intorno al progetto di unione europea. Già nel recente passato la proposta di una Costituzione Europea si è scontrato con i voti negativi ai referendum di Francia e Olanda, paesi in cui comunque il voto referendario non era obbligatorio e fu tenuto su richiesta delle autorità. Il progetto fu bloccato e venne fatto in tutta fretta il trattato di Lisbona, che comunque recepiva molti dei punti della Costituzione appena bocciata.
Non è certo questo il modello che si dovrebbe adottare per una Europa federale realmente voluta dai popoli che ne dovrebbero far parte.  Che al contrario quando interpellati normalmente respingono le proposte di maggior integrazione anche perchè timorosi di istituzioni che comunque vedono come lontane e poco legate alla volontà popolare.
Le dichiarazioni più recenti in Europa e anche in Italia (Moavero) vanno nel senso di richiedere si il voto popolare come base per la legittimità di una unione politica più stretta tra i vari paesi (vedere per esempio qui).
Però ancora non è quel processo partecipativo che servirebbe per rendere il cammino di integrazione condiviso e accettato. Si ritornerebbe al metodo utilizzato per la precedente Costituzione Europea, con una sorta di costituzione redatta dai soliti “saggi”, con discussioni a porte chiuse, che verrebbe prima approvato in sede intergovernativa, forse dal parlamento europeo e magari stavolta sottoposto a referendum in ogni stato. Senza considerare che per esempio l’Italia non ha referendum previsti dalla carta costituzionale per approvare trattati internazionali.
Il processo, per essere veramente partecipativo, popolare e condiviso dovrebbe essere completamente differente. Provo a delinearlo qui sotto:

  1. Ogni paese dell’Unione dovrebbe aggiornare la propria costituzione per prevedere un referendum obbligatorio e vincolante sull’approvazione dei trattati europei.
  2. In ciascun paese si tiene un referendum, lo stesso giorno per tutti, che chiede se si voglia o meno un unione federale europea.
  3. Si tengono delle elezioni in tutti i paesi che hanno aderito al progetto per i rappresentanti in una Assemblea Costituente Europea che dovrà scrivere la nuova Costituzione Federale. Qui si deve scegliere la rappresentanza. Pari componenti per ogni paese o proporzionali alla popolazione? Questo potrebbe essere chiesto ai cittadini contestualmente al referendum precedente. Risultato a doppia maggioranza, votanti e nazioni.
  4. L’Assemblea Costituente tiene le sue sessioni apertamente e pubblica tutti i documenti, in modo da garantire assoluta trasparenza nel processo di formazione della Costituzione Federale.
  5. La nuova Costituzione viene approvata dall’Assemblea e posta in votazione, lo stesso giorno, in ciascun paese. Se almeno il 50% degli stati la approva, la nuova Costituzione entra in vigore immediatamente per coloro che approvano. Chi lo respinge entro un anno può ripetere il referendum e viene immediatamente ammesso.
  6. Per tutti gli altri Stati, l’ammissione alla nuova Federazione può avvenire con doppio voto: la maggioranza del Popolo e degli Stati esistenti deve approvare il candidato membro, il candidato membro deve tenere un referendum popolare per ratificare l’entrata nella Federazione.

Questo processo, che deve essere annunciato ex-ante, garantisce un effettiva partecipazione popolare alla scelta, una completa trasparenza e una vera garanzia democratica. Inoltre la nuova Costituzione Federale potrebbe essere costruita dai rappresentanti eletti per questo, e quindi legittimati, in modo molto più “coraggioso” rispetto a quella predisposta dagli “eurocrati” tutta tesa a modificare il meno possibile dei trattati esistenti. Tanto che molto di quanto si discute ora per salvare l’Europa e l’Euro non era stato nemmeno preso in considerazione.
Sarà molto difficile che questo accada, ma è evidente che tutti coloro che credono nei processi di democrazia partecipata dovrebbero provare a sfruttare questo venticello di plebisciti travestiti da referendum per far arrivare venti di democrazia in tutta Europa. Sarebbe il coronamento di un progetto sognato da Spinelli e iniziati da grandi statisti come De Gasperi, Adenauer e Schumann.

La democrazia è la questione più importante del nostro tempo

Dal 12 -15 luglio 2012 attivisti, esperti, ricercatori, giornalisti e politici provenienti da Bulgaria, Romania, Grecia, Russia, Austria, Germania, Francia, Gran Bretagna, Ungheria, Svizzera e Svezia, si sono incontrati all’evento Summer Accademy che ha avuto luogo a Burgas, in Bulgaria, per discutere sullo sviluppo della partecipazione dei cittadini e la democrazia diretta in Europa.
I concetti elaborati dal gruppo di lavoro sono lo specchio di quelli che il comitato Più Democrazia in Trentino ha tenuto in considerazione nel corso della scrittura del disegno di legge di inziativa popolare per il quale sono state raccolte 4000 firme e che a breve sarà discusso dal Consiglio provinciale. E’ per questa ragione che in questo post si riporta la dichiarazione comunicata a conclusione del seminario estivo.
I partecipanti al termine dell’incontro organizzato da Democracy International, associazione nata per sostenere e rafforzare la democrazia diretta a livello transnazionale, hanno dichiarato per mezzo di Gerald Häfner, presidente dell’associazione, quanto segue:
“La democrazia è la questione più importante del nostro tempo poiché le questioni politiche come il cambiamento climatico, la responsabilità per le risorse e l’ambiente, lo stato e la qualità dei diritti civili e delle politiche sulle questioni economiche, finanziarie e sociale dipendono dalla qualità della democrazia e dal modo in cui vengono prese le decisioni finali.
Solo una buona democrazia può garantire buone decisioni politiche. Una buona democrazia richiede solide ed eque elezioni, una vasta gamma di strumenti per la partecipazione e la consultazione dei cittadini e, soprattutto, il diritto di iniziativa e di referendum. Solo quando questo diritto viene goduto ed esercitato correttamente, i cittadini possono parlare con i politici allo stesso livello. Insieme al diritto di voto, il diritto di iniziativa e referendum è il più importante strumento democratico. E’ l’espressione della sovranità dei cittadini in un mondo sempre più differenziato, individualizzato e complesso.
Oggigiorno la democrazia è in grande pericolo.
La democrazia è in pericolo nei paesi in cui i governi spesso non lavorano per il bene comune, ma per i propri interessi personali, politici e talvolta anche economici. La democrazia è in pericolo in paesi come l’Ungheria o la Romania, dove il governo è nelle mani di persone o partiti che non rispettano tutte le regole democratiche esistenti. In questi casi i partiti al governo cambiano le leggi e la costituzione con l’obiettivo di ottenere più voce in capitolo a discapito del buon e democratico funzionamento di giudici, tribunali, istituzioni ed anche dei media.
La democrazia ha bisogno di un rimedio legislativo in Bulgaria, dove seppur la decisione di referendum è presa da un numero notevole di elettori non viene accettata a causa di un quorum di partecipazione ancora più elevato.
La democrazia è in pericolo nell’Unione europea, dove le decisioni importanti sono sempre più prese da un esiguo numero di potenti politici, senza chiedere al popolo e bypassando l’unico organismo eletto direttamente della UE, il Parlamento europeo.
E la democrazia è in pericolo in un mondo dove sempre più le decisioni politiche vengono prese a livello internazionale o transnazionale, mentre la partecipazione democratica e di controllo si trova ancora all’interno degli Stati nazionali.
Per tutti questi motivi abbiamo bisogno di più democrazia, partecipazione dei cittadini e di democrazia diretta non solo all’interno degli stati nazionali ma anche a livello internazionale.
Democracy Internation lancia un appello e promuove il diritto di iniziativa e di referendum in tutti i paesi ed a livello locale, regionale, nazionale o transnazionale e promuove il lavoro per elaborare concetti e criteri al fine di introdurre moderne forme di democrazia diretta a tutti i livelli.
Al momento ci si trova a discutere intensamente su una più forte Unione politica, fiscale ed economica europea ed è stato prodotto un programma quadro dai quattro presidenti delle istituzioni dove è concentrato il potere esecutivo. In merito a ciò Democracy International sottolinea con vigore che il futuro dell’Europa e della democrazia europea non può essere deciso solo dai rappresentanti dei governi, della banca centrale e dalle altre istituzioni esecutive. Solo i cittadini europei possono decidere sul futuro dell’Unione Europea. Per questa ragione Democracy International è a favore di una Convenzione Europea e di un referendum a livello comunitario sui risultati che questa convenzione produrrà e sul futuro dell’UE.
Questa convenzione dovrebbe essere eletto dal popolo e dovrebbe avere il tempo necessario per integrare le proposte della società civile. L’Unione europea deve diventare l’Europa dei cittadini – o l’Unione europea avrà esito negativo.”
(Dichiarazione originale in lingua inglese)

L’esito legittimato nelle scelte pubbliche in Svizzera

Pochi giorni fa Stefano Longano, trentino aspirante alla cittadinanza svizzera, in risposta ad un mio invito a scrivere delle proposte sul nostro forum, mi ha inviato il link a uno stralcio d’intervista a Peter Maurer, segretario di Stato della Confederazione Svizzera.

 

Nell’articolo integrale pubblicato sulla rivista Limes viene evidenziato il carattere peculiare dei cittadini elvetici e in particolare la loro identità politica, la quale riflette “un modo di pensare bottom up, dal basso verso l’alto”. Continua a leggere