Pensavo fosse un referendum e invece era un sondaggio

Il referendum consultivo che si svolgerà il 22 ottobre nelle regioni Veneto e Lombardia ha suscitato grande dibattito su cosa comporterà l’espressione di un si o un no al quesito referendario.

Ma proprio a partire dal quesito (ma anche da altro che dirò in seguito) questo referendum rivela il suo vero volto: un plebiscito invocato dai governi locali allo scopo di rinforzare la propria posizione, personale e partitica, in una eventuale e non esplicitata trattativa con lo Stato centrale. Continua a leggere

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Perché il cavallo non beve l’acqua? Indovinello irrisolvibile per la Consulta Trentina

Lunedì 12 giugno è stata una giornata particolarmente significativa per la Consulta trentina per quanto concerne la partecipazione: in calendario la prima tornata di audizioni della società civile organizzata (la seconda è in calendario il 17 luglio).
Due parole, audizioni e società civile, pronunciate con grande orgoglio e ribadite in ogni dove: sul sito dedicato ai lavori della Consulta Trentina, sulla stampa per promuovere l’evento, persino sull’invito fatto pervenire ai rappresentanti della società civile che hanno chiesto di essere ascoltati. Continua a leggere

Memoria per la Consulta per lo Statuto: l’Autonomia appartiene al popolo

L’associazione Più Democrazia in Trentino ha risposto all’invito della Consulta per lo Statuto speciale per il Trentino-Alto Adige / Südtirol (invito versione pdf) inviando in data 2 maggio la seguente memoria e la richiesta di essere ascoltati in audizione: Continua a leggere

Basta un Si, per mettere l’ Autonomia all’angolo

verdini-boschi-720590Nei giorni scorsi la Cassazione ha dato il suo via libera al Referedum Costituzionale e quindi ora spetta al governo decidere la data che in cui si svolgerà l’importantissimo momento in cui il popolo italiano verrà chiamato ad esprimersi sulla Riforma Boschi. Continua a leggere

Consulta per lo Statuto di autonomia: lettera aperta a Dorigatti

dorigatti_SPS_ACLI_Piu DemocraziaGentile Presidente Dorigatti,

a nome delle 3 Associazioni desidero innanzitutto ringraziarLa per l’accoglienza che ci ha riservata mercoledì scorso.

Rendersi disponibile al dialogo è testimonianza concreta della Sua volontà di aprire al confronto con la società civile che manifesta interesse al percorso che porterà alla riscrittura del nostro Statuto di Autonomia. Continua a leggere

Il rischio di una Consulta incompleta e una proposta

20160211_Malossini Zanninidi Jacopo Zannini – Si susseguono sulla stampa interventi e articoli riguardanti il percorso di Riforma dello Statuto di Autonomia in atto nella nostra Provincia, si sono dette e scritte tante cose ma ciò che a mio avviso salta agli occhi è il contesto difficile in cui si sta iniziando questo passaggio tanto importante per la nostra terra. Continua a leggere

Trentino di domani

europa di pacedi Vincenzo Calì – Sul combinato disposto terzo statuto/nuovo Senato, dopo cortine fumogene sparate ad arte per sviare l’attenzione dai nodi veri, l’oscurità comincia a diradarsi: ad Alessandro Pietracci che aveva posto molti interrogativi sul solitario percorso intrapreso con l’istituzione della Consulta trentina per Continua a leggere

Consulta per lo Statuto d’autonomia. La richiesta di partecipazione di ACLI, SPS e Più Democrazia in Trentino

logo congiuntoIn data 12 gennaio 2016 è stata inviata al Presidente del Consiglio provinciale Bruno Dorigatti e ai capigruppi consiliari la seguente lettera a nome delle tre associazioni Scuola di Preparazione Sociale di Trento, ACLI Trentine e Più Democrazia in Trentino: Continua a leggere

Autogoverno trentino: “Pueblo unido” per una costituente popolare

trento_-_vincenzo_cali._direttore_del_museo_storico_imagefulldi Vincenzo Calì – Mentre nelle vie e nelle piazze spagnole si diffonde il canto del “Pueblo unido” e Pablo Iglesias pone un aut – aut  ai socialisti (sì ad un governo di alternativa secca a condizione dell’ appoggio al referendum indipendentista catalano) in Italia si fanno gli scongiuri (Renzi in testa) per il mantenimento della legge elettorale maggioritaria recentemente varata dal Parlamento, portando il caso spagnolo come esempio di ingovernabilità. La sinistra italiana, e a maggior ragione quella trentina, non hanno nulla da dire in proposito? Continua a leggere

Le comunità alpine e la capacità di autogoverno

comunità alpine e capacità di autogovernoAndrea Leonardi, professore di storia economica dell’Università di Trento, fa una lettura di lungo periodo della storia delle comunità alpine e della capacità di autogoverno dopo una breve introduzione di Paolo Grossi, giudice della Corte Costituzionale.

Qui il video dell’intervento

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Due incontri sulla storia dell’autonomia locale a Trento il 9 e il 16 marzo alle ore 18.00

presa_trentoL’associazione Più Democrazia in Trentino propone due momenti di approfondimento storico sul tema dell’autonomia locale che avranno luogo presso la Sala Conferenze della Fondazione Caritro di Trento lunedì 9 e 16 di marzo dalle ore 18:00 alle ore 20:00.

Il proposito degli incontri è di stimolare una riflessione collettiva sul valore fondativo e sulle potenzialità del principio autonomistico e di generare un confronto per interrogarsi sul futuro politico-istituzionale della Provincia Autonoma di Trento nella prospettiva di una ridefinizione del rapporto e della modalità di interazione tra istituzioni e cittadini. Continua a leggere

Gli usi civici fondamentali per salvaguardare l’Autonomia

cavalese_palazzo magnifica comunità“La cultura dei beni comuni e lo spirito di responsabilità nella gestione del territorio saranno fondamentali per la difesa della nostra Autonomia. Continua a leggere

Jacopo Zannini: una visione olistica su democrazia e partecipazione

Jacopo ZanniniIn questa intervista è stato il portavoce del circolo Trento di Sinistra Ecologia e Libertà, Jacopo Zannini, a rispondere alle nostre domande. I concetti proposti da Jacopo ci offrono nuovi spunti di riflessione su democrazia e partecipazione poiché considerano realtà geografiche lontane dalla nostra ed epoche storiche che hanno preceduto l’attuale.
Jacopo Zannini ha studiato Scienze Antropologiche alla Facoltà di Lettere e Filosofia a Bologna, e Antropologia della Contemporaneità a quella di Modena e Reggio Emilia. Dopo un’esperienza sul campo in Venezuela di 4 mesi nel 2008 in cui ha analizzato esperienze di partecipazione e conflitto dei Consejos Comunales, ha continuato a maturare interesse per tematiche come partecipazione, conflitto e cooperazione sociale.

Alex: Nella tua esperienza a Cumanà in Venezuela (link a piè di pagina) hai osservato l’attività dei Consejos Comunales istituiti da Chavez. Dal tuo articolo sul sito Cartografare il presente emerge un quadro piuttosto “confuso” della situazione. I Consejos sono un’idea buona per coinvolgere i cittadini e le famiglie dimostrano molto entusiasmo, tuttavia l’ascolto da parte delle autorità è scarso e le dinamiche clientelari tipiche dei partiti al governo sono la normalità. Tutto il mondo è paese?
Jacopo: A volte dicendo che “tutto il mondo è paese” si corre il rischio di fare della semplificazione, ma in effetti alcune dinamiche sociali e politiche anche geograficamente agli antipodi posso mettere in evidenza i limiti che la democrazia rappresentativa sta vivendo, oramai da decenni in tutto il mondo. L’esperienza dei Consejos Comunales venezuelani è stata pensata proprio per valorizzare percorsi partecipativi che spingano i cittadini a occuparsi in prima persona o a influenzare la cosa pubblica. Potremmo dire che la sorgente di questo esperimento è stato il percorso nato con l’esperienza del Social Forum di Porto Alegre, in cui il governo venezuelano ha avuto un forte protagonismo. E’ pur vero che comunque in Venezuela la pratica clientelare anche dopo anni da cui sono stati istituiti i Consejos, come evidenzio anche nella mia etnografia, è molto forte, ma la spinta popolare al cambiamento è comunque interessante. Si può dire che nello stendere la “ley de los Consejos Comunels” lo Stato venezuelano abbia guardato più avanti di altri.
Ma torniamo al panorama mondiale.
Le prime avvisaglie della crisi democratica planetaria sono arrivate dal movimento nato a Seattle alla fine degli anni novanta, movimento che contestava la globalizzazione neoliberista come forma attraverso cui l’economia globale stava trasformando i cittadini del mondo, specialmente quelli dei paese più poveri in sudditi, distruggendo i loro sistemi economici e l’ambiente. Dopo quasi tre lustri e con l’arrivo della crisi strutturale dell’occidente le avvisaglie e le critiche dei movimenti no-global si sono rivelate degli avvertimenti saggi. Così  è arrivato in Europa il regime di austerity che stiamo vivendo e con la crisi economica, il livello democratico ne risente sempre di più. Lo stiamo vedendo anche nel nostro paese che ha inaugurato e consolidato la stagione del “ montismo” l’austerity in salsa italiana. Anche nel nostro paese in risposta a questa crisi oramai chiara sono nati movimenti che stanno tentando di coinvolgere maggiormente i cittadini nelle scelte della politica, insomma la democrazia partecipativa e quella diretta sono sempre più un fetta importante delle proposte d’alternativa di movimenti e percorsi politici che vogliono cambiare il distruttivo modello di società e di economia che viviamo.

Negli ultimi 20 anni seppur con molte contraddizioni e con tensioni dovute alle lotte per il controllo delle risorse petrolifere il Venezuela ha avviato un cammino verso una democrazia sociale e partecipativa. Se a livello locale sono stati istituiti i Consejos Comunales a livello nazionale si sono susseguiti referendum costituzionali, il fallimento di un colpo di stato militare, un referendum indetto per revocare il mandato del Presidente Chàvez ed altro ancora. Una serie di trasformazioni piuttosto impetuose. A distanza di 4 anni come valuti la tua esperienza nel paese di Simòn Bolivar?
E’ stata un’ esperienza che ha sicuramente segnato la mia visione della politica, mi ha  portato a confrontarmi con le reali aspettative di una spinta popolare al cambiamento; al tempo stesso però mi fatto analizzare e toccare con mano le barriere burocratiche e culturali che il capitale sociale e relazionale di una comunità deve vincere quando cerca di produrre “cambiamento”. E’ stata inoltre un’esperienza che mi ha avvicinato maggiormente alla politica intesa come valorizzazione della relazione, come condivisione e come patto sociale che nasce da percorsi tracciati collettivamente.
La crescita democratica sviluppatasi in Venezuela con l’avvento di Chavez è infatti innegabile, ma certo questa deve essere vista come un punto di passaggio, verso  una maggiore consapevolezza e democrazia in un paese che per troppo tempo è stato trattato come  la “depandace petrolifera” degli Stati Uniti.
Chavez nelle sue vittorie ha cavalcato sicuramente anche un nazionalismo “quasi etnico” una sorta di “reazione identitaria” dopo anni di predominio statunitense, ma lo ha fatto senza sfociare in regime autoritario. In Venezuela negli ultimi cinque lustri c è stata sicuramente una centralizzazione della ricchezza, ma vi è stata anche una redistribuzione. Il passaggio ulteriore che auspico per il popolo venezuelano è il superamento del “chavismo”. Quindi al di là delle condizioni di salute di Chavez, è proprio sulla vitalità e le spinte della democrazia venezuelana, tutt’ altro che sopite, che si deve puntare per completare il percorso di una democrazia sempre più genuina. Il miglioramento di molti istituti di democrazia partecipativa attivati nell’epoca chavista non puo’ che essere un obbiettivo per far crescere ulteriormente il giovane ma robusto, spirito democratico dei venezuelani.

Nonostante il peculiare contesto sociale venezuelano credi che alcuni istituti di democrazia diretta introdotti da Chàvez possano essere esportati nel resto del mondo?
Sono da sempre un estimatore della democrazia diretta ma penso che ogni contesto sia particolare, proprio per questo credo che non si possano importare pacchetti di democrazia partecipativa e impiantarli in diversi contesti culturali, a piacimento. L’esempio di altre virtuose esperienze, da noi la più vicina è la Svizzera, deve servire come stimolo ma non si può trapiantare così come è ci sono modelli culturali contrastanti che vanno mediati insomma la conoscenza e il confronto sono il frutto per far nascere esperienze nuove e proficue.

Con la caduta del Muro di Berlino sono svaniti anche i confini netti fissati precedentemente dalle ideologie politiche dominanti. Oggigiorno è estremamente difficile per un cittadino identificarsi in un partito politico e quindi prendere una decisione razionale al momento delle elezioni. Non sarebbe più utile coinvolgerlo direttamente nelle decisioni su questioni concrete?
Come sottolinei bene dopo la caduta del muro e  di questo tempi ci siamo trovati di fronte alla crisi di due ideologie che hanno segnato il novecento, il socialismo reale che è stato il primo a implodere  e il neoliberismo che ha mostrato i limiti strutturali con la crisi pesantissima del 2008 partita dai mutui sub-prime negli Stati Uniti e poi arrivata anche nel Vecchio Continente. La crisi di un’ ideologia non vuol dire la sua automatica fine e noi stiamo attualmente vivendo “i colpi di coda” del neoliberismo. Quindi non credo che si possa parlare di difficoltà di un cittadino di identificarsi in un partito politico perché le ideologie sono finite, probabilmente la difficoltà nasce proprio perché la fine deve ancora avvenire definitivamente. L’influenza di modelli economici anche dominanti culturalmente, ma falliti nei fatti, sta segnando  tragicamente le nostre esistenze. Vanno sperimentate idee nuove e vanno accantonati strumenti superati; senza correre il rischio però di buttare via il bambino con l’acqua sporca confondendo la fine delle ideologie con la fine della idee ciò produrrebbe un’altra catastrofe. Pensare che l’ unico strumento di salvezza siano la democrazia diretta e la partecipazione è altrettanto pericoloso. La democrazia diretta è sicuramente un mezzo per arrivare migliorare la nostra democrazia adesso “in coma”, è fondamentale valorizzare la cultura “partecipativa” coinvolgere i cittadini nelle decisioni ma affianco a questa ci vogliono anche delle idee di fondo da condividere. Intendo dire che sostenere che  dopo la caduta del muro di Berlino e la crisi del neoliberismo destra e sinistra siano delle categorie superate dal mio punto di vista è un errore, la differenza sui i valori su cui si basa la propria vita rimane. La cultura della democrazia diretta dovrebbe essere uno strumento bipartisan, utilizzato da tutti gli schieramenti e non in maniera populistica come spesso accade. La partecipazione e l’intervento dei cittadini dentro la definizione di un programma politico o dentro la sua attivazione devono diventare un percorso naturale di ogni soggetto o realtà che si definisce realmente democratica.

La prosperità di un paese non è solo data dalla qualità delle leggi e della classe dirigente ma soprattutto dal senso civico dei cittadini. Credi anche tu che il cittadino possa acquisire più consapevolezza e più rispetto per le leggi se coinvolto concretamente nei processi decisionali?
Credo che questo sia fondamentale e ancor più importante in un paese come il nostro in cui lo stato è visto, a volte anche a ragione, come distante dai cittadini. Insomma uno sguardo civico va ricostruito dopo il ventennio berlusconiano, che purtroppo ha prodotto germi culturali e politici che, hanno intaccato tutto il nostro paese e noi stessi. Dobbiamo tutti fare una seria analisi sinistra destra o centro che sia per cogliere in questa crisi come l’occasione per espellere quel po’ di berlusconismo che ci è arrivato inevitabilmente. In questi anni i cittadini italiani sono stati presi in giro e si sono anche fatti prendere in giro mettendosi nelle mani di un venditore di fumo, si è prodotta così una pericolosa regressione antropologica. Sicuramente la partecipazione e il coinvolgimento concreto nei processi decisionali dei cittadini può che farli riavvicinare alla cosa pubblica facendoli sentire protagonisti, smarcandoli dall’apatia di consumatori inebriati e poi bidonati.

Nel corso della raccolta delle firme promossa dal comitato di “Più Democrazia in Trentino”, hai dato il tuo sostegno personale organizzando un incontro pubblico in Valle dei Laghi, zona dove le realtà associative hanno promosso interessanti progetti di utilità sociale. A tuo avviso, quali fra gli istituti contenuti nel ddl 328/XIV possono essere recepiti in un contesto di quel tipo?
Associazione Banca del Tempo - seduta in centro la presidente Angelina PisoniLa Valle dei Laghi è un area piuttosto particolare in cui vivono diecimila persone circa, ha una sua particolare territorialità e sicuramente strumenti di democrazia diretta e partecipativa potrebbero stimolarla nel crescere sia da un punto di vista democratico che identitario. La Comunità di Valle è ancora un ente piuttosto fumoso e i sei comuni fanno scudo difendendo le loro competenze. Il livello intermedio inserito dalla provincia per ora  ha sviluppato poca partecipazione, speriamo in futuro. Penso che  eliminare il quorum o quanto meno abbassarlo potrebbe essere un primo passo verso un utilizzo interessante degli strumenti della democrazia diretta.

Pur non essendo presente in Consiglio Provinciale in questa legislatura, SEL ha maturato una posizione riguardo al ddl 328/XIV che si propone di introdurre nuovi strumenti di democrazia diretta? Se sì, quali sono le proposte maggiormente condivise?
Anche al nostro interno abbiamo iniziato un importante confronto, proprio grazie allo stimolo dato dal percorso importante compiuto dal comitato “Più democrazia in Trentino”, sulla questione della partecipazione e della democrazia diretta. La nostra posizione è chiara siamo aperti al coinvolgimento dei cittadini e alla partecipazione, per esempio porteremo avanti la battaglia per l’abbattimento del quorum, che potrà anche essere progressivo ma che punta all’azzeramento proprio perché pensiamo che questo potrebbe sviluppare una “relazione” nuova, attiva e proficua fra i cittadini e la cosa pubblica. Dopo di che rispetto alle proposte siamo interessati anche a quella del referendum propositivo e naturalmente anche a dei percorsi interni alle scuole sulla democrazia diretta. Personalmente sottoscrivo tutte le proposte presenti nel ddl 328/XIV.

Il Pd trentino non sembra ben disposto alle pratiche partecipative basta vedere quanto accaduto nel consiglio comunale di Trento [post ndr e di Rovereto]. Visto che tra Sel e Pd c’è un’alleanza, qual è il terreno comune fra Sel e Pd in tema di democrazia diretta?
Be il terreno comune dobbiamo ancora trovarlo su tante cose con il Pd locale, certo il patto che abbiamo stipulato firmando la carta “Italia Bene Comune” sarà la nostra stella polare. Ma ora come ora i rapporti a livello locale sono ancora piuttosto freddi fra Sel del Trentino e il Pd che fa parte della maggioranza provinciale anche per la presenza di soggetti politici che guardano anzi hanno Monti come punto di riferimento e al suo operato come un esempio. Sel come sapete si pone in alternativa al “montismo”, quindi anche i rapporti locali sono tutti da definire se il Pd si sposterà troppo al centro sicuramente noi non ci faremo trascinare. Dopo di che riguardo la democrazia diretta noi porteremo avanti i nostri punti condivisi dal gruppo locale e cercheremo se ve ne sarà la possibilità di influenzare più possibile il nostro alleato.

Qualora l’iniziativa popolare venisse tramutata in legge, in che modo e con quali tempi credi che la proposta del nostro disegno di legge possa cambiare il futuro dell’assetto democratico in Trentino?
I percorsi di consolidamento della cultura partecipativa sono complessi, poi in un territorio particolare come il Trentino non sarà facile. Tuttavia la spinta dal basso che avete mosso con il comitato “Più Democrazia in Trentino”, sta intercettando un bisogno che da qualche anno pulsa in parte della società Trentina. Infatti la sorta di logica di fiducia nel “principe vescovo” che ha caratterizzato il percorso di governo di Lorenzo Dellai tramontando dopo che sono venuti a galla dei “punti neri” in quello che per decenni è stato descritto come il “buon governo” della provincia di Trento. Quindi la vivacità e il senso critico di alcuni cittadini, che è stato espresso spesso attraverso comitati che sono nati su questioni importanti come quelle dell’inceneritore o della caserma militare di Mattarello, avrà la possibilità di trovare uno sbocco partecipativo effettivo. Sicuramente se le proposte interne al ddl 328/XIV faranno breccia nel dibattito politico e se  diventeranno in futuro parte della pratica democratica segneranno a fondo il contesto in cui viviamo andando a modificare in maniera proficua anche la visione di un concetto tanto importante per la nostra provincia l’Autonomia.

Links:
L’esperienza dei consejos comunales a Cumanà fra clientelismo e conflitti urbani
di Jacopo Zannini

I consejos del Venezuela: il paradosso del centro
di Jacopo Zannini

1972 – 2012: il passaggio dal vecchio al nuovo sistema

“Una data storica per il Trentino – Alto Adige/Südtirol”
Tratto da L’Adige, 20 gennaio 1972

Bruno Kessler - La lungimiranza di un politico dalle idee innovative

Trascorsi i quindici giorni dalla pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale entrano oggi in vigore le modifiche allo statuto di autonomia del Trentino-Alto Adige… […]

Ecco le dichiarazioni rilasciateci dal presidente della Giunta provinciale di Trento, avv. Bruno Kessler:

«Con oggi, il nuovo statuto di autonomia entra in vigore. Con oggi, tutto il lungo processo di una vicenda che ha origini lontane e che ha fatto annotare alterne fasi, si conclude. Le genti trentine hanno da oggi titolo più pieno e più diretto di ieri al proprio autogoverno, all’esercizio della loro autonomia. La vicenda trentina che oggi segna un traguardo significativo e importante, ha avuto inizio ancora all’epoca austriaca, con le richieste e le aspirazioni all’autogoverno locale. Non ripercorro le varie tappe delle rivendicazioni trentine… […]”

La storia dirà come la gente trentina avrà saputo cogliere questa ulteriore occasione. Ho già avuto modo di mettere in risalto il significato e l’importanza del momento che stiamo vivendo. Credo infatti che siamo davanti a una svolta, a un fatto destinato ad incidere profondamente e a lungo nel nostro tessuto sociale.

Una pagina della nostra storia si chiude, un’altra se ne apre. Ma non è che si debba ripartire da zero e che ci si trovi sprovveduti ad affrontare questo momento. Quasi venticinque anni di esperienza autonoma non sono passati invano, anzi ci hanno fatto più maturi e più responsabili, meno emotivamente stimolati, ma più realisticamente consapevoli di che cosa significhi assumere pienamente la gestione del proprio avvenire.

Se dunque nulla è andato e va perduto, tutto può cambiare. Le prospettive nuove verso cui ci avviamo – rapporti nuovi e comunque diversi con l’Alto Adige, posizione diversa con lo Stato, responsabilità più diretta, come trentini, del nostro sviluppo – possono dunque offrirci l’occasione per rivendicare il nostro impegno civile, la nostra capacità di imprimere il senso che vogliamo alla nostra società, la volontà di riuscire. Già ho avuto modo di dire che più ampia sarà, per effetto del nuovo statuto, la nostra possibilità di manovra, la nostra sfera di autogoverno, ma quindi anche sarà più ampia la responsabilità di tutti noi, come popolo, come gruppo, nel valorizzare la nostra personalità e dare concretezza operativa alle nostre capacità. Tutto ciò non è e non deve costituire materia per pochi, per i soliti “addetti ai lavori”, ma dovrebbe anche costituire motivo di riflessione per tutti i trentini, che sono i destinatari effettivi delle nuove misure che entrano in vigore e che quindi sono i più diretti partecipi di un nuovo disegno che si volesse concorrere a creare. Anche perché non si trovino a dover subire impostazioni e obiettivi non condivisi o non esattamente individuati o non completamente rispondenti alle reali aspettative del corpo sociale.

Qualche gruppo non ha perso tempo e si è già fatto avanti manifestando un certo tipo di aspettative e una certa fascia di esigenze: lo spazio è aperto quindi per tutti per farsi avanti, per partecipare al disegno che giornalmente si crea circa il proprio futuro, senza mugugni, senza borbottamenti sottovoce, senza continuare quello spirito di critica che non sa proporre nulla di alternativo e che sa soltanto ancorarsi a un certo malinteso senso di tradizione o di prudenza per bloccare ogni nuovo discorso e ogni nuova prospettiva. Diventiamo d’ora in avanti un piccolo ambito geografico con immensi problemi da affrontare, siamo a contatto di gomito con ambiti geografici, culturali, economici e sociali molto più dinamici e più vivaci di noi e soprattutto molto più forti e più agguerriti: il nuovo ordinamento regionale che sta sempre più prendendo piede nel nostro Paese provocherà un confronto più accentuato sulle capacità reali di ciascuna regione, con la necessità conseguente di tener conto di tutto quanto accade attorno a noi. Più di prima dunque, per una molteplicità di aspetti – da quelli istituzionali a quelli operativi – dobbiamo sentirci stimolati a tenere il passo con le altre regioni, a non chiuderci in visioni anguste, limitate, ma a sfruttare ogni occasione e ogni stimolo per avanzare. Anche questo non si creerà dal nulla, né di colpo.

Stiamo occupandoci responsabilmente della fase più delicata che si apre ora, cioè del passaggio effettivo di competenza da un ente all’altro (da un ente al popolo verrebbe da dire ndr); stiamo operando affinché non si inceppi nulla, in questo passaggio dal vecchio al nuovo sistema. Abbiamo infatti presenti le esigenze particolari di questo momento specie sotto il profilo economico-sociale, per cui non ci devono essere vuoti né ritardi. In un contesto di questo genere può apparire talvolta che l’aspetto tecnico-giuridico della questione possa essere prevalente, su quello sostanziale; sono tuttavia aspetti evidentemente inevitabili, che devono essere affrontati e superati in una visione organica e con chiarezza di prospettive.

Desidero pertanto ribadire che operiamo per superare bene la fase di passaggio, avente sempre presente la vera sostanza del problema, che è quella di una maggiore possibilità di intervento, di un autogoverno più pieno e più efficace, di una rinnovata possibilità di inventare il nostro futuro.

Questo è il vero obiettivo di tutti, per il raggiungimento del quale stiamo operando».

Proviamo ad ipotizzare quale sarebbe stato il pensiero di Bruno Kessler sui preconcetti e sulle remore nella transizione verso una maggiore partecipazione dei cittadini e verso un pieno autogoverno dei trentini (e non dei soliti noti). Pur essendo state scritte quarant’anni fa, le parole contenute in questa dichiarazione sono di estrema attualità. Ci appaiono come un monito rivolto ai consiglieri provinciali che fra poche settimane si troveranno a discutere il disegno di legge di iniziativa popolare per promuovere nuovi ed efficaci istituti di democrazia diretta in Trentino.
Il comitato di Più Democrazia in Trentino ha contribuito a lanciare un’idea per “inventare il nostro futuro”. Confidiamo che questo messaggio non sia letto con “visioni anguste” ma piuttosto sia colto come uno “stimolo per avanzare in questo passaggio dal vecchio al nuovo sistema”.

Lo schema di Luca Zanin sulle proposte di riforma istituzione